Come poter risolvere il “problema lupo” sulle nostre montagne se per farlo si sostengono palesi fake news?

[“Zagor” nr.536, marzo 2010.]
P.S. – Pre Scriptum: il testo che potete leggere è di una lettera che ho inviato alla redazione del quotidiano “La Provincia di Lecco”, sul quale domenica 5 maggio è apparso l’articolo (lo vedete qui sotto) che è l’oggetto delle mie considerazioni. Ciò nell’ottica solita di favorire il dibattito più franco, obiettivo e onesto, dunque costruttivo, sul tema in questione così come su ogni altro: qualcosa di cui abbiamo costantemente bisogno, e in modi crescenti.
Buona lettura.

La «minaccia del lupo sugli alpeggi» e le fake news (istituzionali) che la rendono ancora più grave

Qualche giorno fa a Casargo si è svolto l’incontro dal titolo “La minaccia del lupo sugli alpeggi” dedicato, come il titolo rende chiaro da subito, al ritorno del lupo sulle nostre montagne e alla problematica presenza nelle zone antropizzate, ove operano diversi allevatori con i loro animali; la vostra testata ne ha riferito qui. È un tema parecchio dibattuto, inutile rimarcarlo, anche se troppo spesso attraverso modalità eccessivamente polarizzate sulle due posizioni maggiormente contrapposte, quella che propugna la più estesa salvaguardia del lupo e l’altra che mira a supportare in maniera altrettanto estesa l’attività degli allevatori. Su tali posizioni per giunta si innesta – tradizione nostrana del tutto deprecabile – la strumentalizzazione politica, così che il dialogo tra le parti, qualsiasi esse siano, diventa pressoché impossibile, con il risultato che al problema non solo non si trovano soluzioni ma se ne aggrava le conseguenze.

Ma c’è qualcosa di ancora più deleterio all’analisi del problema, in questo caso come in ogni altro simile: la diffusione di falsità. Ed è piuttosto desolante constatare che, nel caso dell’incontro di Casargo, a praticare questo infelice metodo è stato proprio il Primo Cittadino del comune, quando ha affermato che «Il lupo è stato introdotto con il denaro pubblico». Niente di più falso: come è chiaramente spiegato nel sito di Life Wolf Alps EU, il programma europeo di azioni coordinate per migliorare la coesistenza fra lupo e attività umane a livello di popolazione alpina, «in Europa nessun lupo, è stato mai catturato per essere poi spostato e liberato a scopo di ripopolamento. L’espansione del lupo in Italia negli ultimi quarant’anni è frutto solo ed esclusivamente di dinamiche naturali della specie.» E se qualcuno, vedendo che si tratta di un progetto europeo, per parteggiamenti politici pensasse che ciò non sia vero, sappia che anche il sito della Provincia Autonoma di Trento, notoriamente su posizioni piuttosto “decisioniste” contro la presenza dei grandi carnivori sulle Alpi, mette ben in chiaro da subito la stessa verità, chiarendo che «La ricolonizzazione del lupo sulle montagne trentine è peraltro inserita in un fenomeno che sta avvenendo su scala addirittura continentale: in buona parte d’Europa si sta verificando un rapido e diffuso ritorno della specie, dovuto alle migliori condizioni delle foreste rispetto al passato, all’abbondante disponibilità di specie preda (in particolare ungulati selvatici), al quadro normativo vigente e alla maggiore accettazione della specie da parte dell’uomo».

Obiettivamente quello del Primo Cittadino di Casargo sembra un atteggiamento alquanto discutibile e ben poco accettabile, venendo da un rappresentante delle istituzioni cioè del comune che per giunta ha patrocinato l’incontro in questione. Ogni posizione sul tema dibattuto è legittima e vagliabile, si possa essere d’accordo o meno con ciascuna di esse: il problema esiste e va gestito al meglio, per il bene di tutti i soggetti coinvolti, ma senza alcun dubbio per elaborare la migliore gestione di esso bisogna lavorare su dati certi e obiettivi, non su fake news che generano solo ulteriore confusione oltre che esacerbazione degli animi.

Ci si potrebbe chiedere cosa possa cambiare, che i lupi siano stati reintrodotti sulle Alpi o se siano in dispersione, al fine della gestione del problema: inutile dire che cambia uno dei punti di partenza fondamentale per l’elaborazione delle più efficaci soluzioni sistemiche al riguardo, visto che nello stesso incontro di Casargo si è messa in evidenza l’importanza di adottare «strategie territoriali» che sarebbero da strutturare si vari livelli, da quello che concerne la macro-area alpina fino alla scala locale, al fine di mettere in atto soluzioni perfettamente contestali ai territori e all’entità del problema in essi. Ovvio che cercare di costruire qualcosa su basi così inconsistenti non può portare a nulla di veramente utile.

C’è solo da augurarsi che il Sindaco di Casargo abbia affermato quanto sopra in maniera solo troppo avventata, senza prima informarsi sulla fondatezza delle sue convinzioni e, parimenti, che l’abbia fatto senza con ciò aver voluto scientemente manifestare posizioni ideologiche strumentalizzate che, come detto, sono tra gli elementi che più determinano l’attuale confusione sul tema e la mancanza di strategie risolutive efficaci – in questa come in molte altre questioni che concernono la realtà contemporanea dei territori montani. E, in fin dei conti, che renderebbero inutile e inaffidabile l’incontro svoltosi nel suo paese: cosa che, lo si può ben immaginare, chiaramente il sindaco di Casargo in primis non vorrà appurare. Ce ne sono già fin troppe di incertezze che gravano sul presente e ancor più sul futuro delle montagne: è (sarebbe) bene non aggiungerne altre.

Il presente e il futuro delle montagne e delle loro comunità, con Dislivelli

Da quindici anni l’Associazione Dislivelli, con base a Torino, rappresenta una delle realtà italiane più avanzate e innovative nei campi della ricerca, dello studio e della comunicazione nei riguardi dei territori montani. Una vera e propria eccellenza nazionale, dotata peraltro della capacità di mettere a terra la propria attività in progetti e iniziative di grande concretezza e valore. Ne ho parlato con il direttore di Dislivelli, Maurizio Dematteis, e ne è uscita una bella e articolata chiacchierata che tocca numerosi temi cardine della realtà montana contemporanea e del futuro prossimo delle terre alte, che potete leggere su “L’AltraMontagna” – qui sotto ne trovate un estratto significativo.

Buona lettura!

Le terre alte per molti aspetti sembrano permanere ostaggio di stereotipi incrollabili da un lato e di aspettative trascurate dall’altro: una situazione che contribuisce a non risolvere e semmai a rendere croniche alcune loro criticità. Cosa manca alla montagna, o di cosa avrebbe rapidamente bisogno, per finalmente svincolarsi da questa situazione e riacquisire la dignità che le spetta nel divenire della realtà del nostro paese?
Una rappresentanza politica. Annibale Salsa, antropologo alpino e past presidente del Club Alpino Italiano, dieci anni fa l’ha detto senza tanti giri di parole: «Con la Legge Del Rio è finito il governo della montagna». Con la legge 7 aprile 2014, n. 56 (cd. “Legge Delrio”) infatti è stata realizzata un’ampia riforma in materia di enti locali, cancellando le comunità montane e prevedendo la ridefinizione del sistema delle province con l’istituzione delle città metropolitane, e introducendo una nuova disciplina in materia di unioni e fusioni di comuni che non sempre sono riusciti a supplire la mancanza delle vecchie comunità montane. Ricordo che alla presentazione di una pubblicazione tenutasi nel 2016 (G. Cerea e M. Marcantoni (a cura di), “La montagna perduta. Come la pianura ha condizionato lo sviluppo italiano”, Franco Angeli-Tsm 2016), Mauro Marcantoni uno degli autori e allora direttore generale della Trentino school of management, disse: «È indubbio che la montagna muore dove comanda la pianura». Suggerendo, per invertire la tendenza allo spopolamento e sostenere la tenuta dei territori montani, maggiore organizzazione e autonomia alle terre alte. Sicuramente l’autonomia, come ci spiegano trentini, valdostani e altri territori, sarebbe una strada virtuosa. Ma già poter avere una rappresentanza intermedia, che possa permettere ai territori montani di sedersi al tavolo delle regioni per promuovere opportunità e contrastare i limiti di area vasta montana non sarebbe male. Mentre oggi gli ultimi avamposti di amministrazione locale sono o comuni, spesso comuni polvere, strutture troppo piccole e deboli per potersi occupare di progetti comuni e strategie di area montana vasta.

[Uno scorcio di Paraloup, in Valle Stura, provincia di Cuneo. Cliccate sull’immagine per sapere di più.]
(Per leggere l’intervista nella sua interezza cliccate sui link presenti in questo articolo o sull’immagine lì in alto.)

Se la bellezza delle montagne non basta a proteggerle…

[Arolla, Canton Vallese, Svizzera. Foto di Xavier von Erlach su Unsplash.]
In un mondo “normale”, abitato – per la parte antropica – da uomini intelligenti e senzienti, dotati di senno e di senso (civico, in primis), la bellezza delle montagne basterebbe a proteggerle da qualsiasi azione che le potrebbe degradare. Nel nostro mondo, invece, troppo spesso è il motivo per il quale si decide di sfruttarle per ricavarci qualche tornaconto. «Un luogo montano è particolarmente bello? Bene, può rendere un sacco, dunque sfruttiamolo quanto più possibile!» Così pare che funzionino le cose, oggi, quando viceversa un luogo così bello, proprio perché tale, sarebbe da tutelare il più possibile e rendere fruibile nel modo più equilibrato e sostenibile con cura, sensibilità, attenzione, rispetto e visione del futuro.

Paradossalmente, quando in montagna l’idea di “bellezza” non esisteva (nata con il romanticismo, gli aristocratici del Grand Tour e l’immaginario collettivo che ne è derivato) si aveva molta più consapevolezza del fatto che l’usufrutto dei territori montani e di ciò che potevano offrire (che in fondo rappresentava la loro “bellezza” per i montanari di un tempo) doveva rispettare un equilibrio assoluto con gli stessi al fine di salvaguardarne la realtà in ogni suo aspetto. Forse più per istinto che per raziocinio ma con convinzione innegabile si sapeva che la finitezza delle montagne significa(va) sia perfezione che limitatezza. Oggi invece la nostra società no limits, e pure no responsibility (non serve tradurre, immagino), si comporta come se la bellezza apparentemente infinita delle montagne equivalesse all’apparente infinitezza del loro possibile sfruttamento. «C’è così tanta bellezza lassù, che saranno mai una casa in più, un condominio, una strada, un parcheggio, una funivia…» Ma così si condannano le montagne a finire in ogni senso: finirà la loro bellezza, finiranno le loro risorse, finirà (chissà dove) il loro valore culturale, finirà la nostra possibilità di viverle e frequentarle al meglio.

È ciò che vogliamo fare, delle nostre montagne? Possibile che la loro bellezza, che tutti sappiamo cogliere e riconoscere, non sappia proteggerle come per logica dovrebbe essere? È “normale” un mondo dove in molti luoghi si fa di tutto o quasi per rovinare la bellezza delle montagne?

[Sbancamenti per nuove piste da sci a Cortina d’Ampezzo. Immagine tratta da altrispazi.sherpa-gate.com.]

La montagna che non fa comunità perde ogni possibilità di avere un futuro

[Il paese di Sauris di Sotto/Unterzahre in Carnia, provincia di Udine.]
[…] È quanto mai necessario il recupero e la rivitalizzazione della polis delle montagne, della sua dimensione di comunità civica, sociale, culturale e antropologica quanto di quella politico-amministrativa, di rappresentanza autentica, concreta e attiva per i propri territori, parimenti rivitalizzando una connessione democratica costante tra le due comunità per far che veramente la montagna possa, per quanto possibile, tornare ad avere il controllo della propria realtà e delle proprie sorti in una dimensione culturale rigenerata che finalmente possa svincolarsi da quei modelli “alieni” imposti quasi sempre attraverso modalità ingannevoli. I quali, sia chiaro, potranno ancora essere realizzati, se si riterrà il caso di farlo, ma che dovranno inevitabilmente mettere al centro delle proprie azioni la comunità, la polis della montagna, il suo benessere che è il benessere della montagna stessa in quanto territorio, paesaggio, luogo di vita e di costruzione del miglior futuro possibile. Un progetto di ampio respiro e vaste prospettive per ri-fare comunità, insomma: quanto di più indispensabile per le montagne, quanto di più inevitabile da subito e sempre più nei prossimi anni.

[Questa è l’ultima parte del mio articolo La “polis montana” e lo sgretolamento del senso di comunità: cosa dovrebbero fare le montagne, e cosa non fare, per garantirsi un futuro migliore? pubblicato il 19 aprile 2024 su “L’AltraMontagna“. Per leggerlo nella sua interezza cliccate sull’immagine qui sotto.]

La “polis montana” e lo sgretolamento del senso di comunità: cosa dovrebbero fare le montagne, e cosa non fare, per garantirsi un futuro migliore?

[Articolo originariamente pubblicato il 19 aprile 2024 su “L’AltraMontagna“.]

Platone, il grande filosofo greco considerato tra i padri fondamentali del pensiero occidentale, scrisse che per quanto Atene, la sua città – polis, in greco -, fosse un luogo fatto di case, mercati, templi e teatri, erano gli ateniesi a fare la «polis». Cioè, di un luogo abitato e antropizzato, proprio in quanto tale, sono gli abitanti a determinarne l’anima, la quale dunque è l’elemento fondamentale che dà senso al luogo stesso, alla sua realtà, a ciò di cui si compone – case mercati templi e teatri.

E se il riferimento di Platone, come detto, era Atene, «polis» è nel principio qualsiasi luogo abitato «da una comunità di individui e famiglie tenute assieme da molteplici legami etnici, religiosi, economici, ecc.» come recita la definizione del termine. Comunità, non casualmente, è proprio il termine che venne scelto quando nel 1971 furono istituiti gli enti territoriali locali nati per l’amministrazione di territori geograficamente omogenei con funzioni sovracomunali, denominati appunto comunità montane. In effetti la montagna, ambito dotato di peculiarità geografiche e ambientali speciali e di conseguenti complessità, ha imposto all’uomo fin da quanto vi si stabilì stanzialmente secoli addietro la necessità di fare comunità ben più che altrove, al fine di sopravvivere alle condizioni difficili quando non ostili delle terre alte. La città si è fatta comunità attraverso modalità per così dire più spontanee, scaturenti dalla propria natura urbana (urbs, città in latino ma con accezione di «spazio nel quale si insediano gli edifici», differente dalla polis definita da Platone), almeno fino a che le trasformazioni della modernità e della post-modernità non abbiamo parecchio sfibrato le capacità di fare comunità delle città di oggi. In ogni caso quella urbana è nella sostanza una natura opposta a quella propriamente detta, nella quale invece si sviluppa la comunità di montagna e con la quale deve inesorabilmente rapportarsi in una relazione che, come accennato, abbisogna necessariamente di unire le forze di tutti per perseguire intenti comuni, in primis quelli di sussistenza. D’altro canto la montagna si fa comunità anche in senso antropologico, in forza della relazione che si costruisce tra il luogo con le sue peculiarità speciali – ben differenti da quelle cittadine e non solo per il paesaggio – e chi lo abita, e parimenti si fa comunità per le sue caratteristiche geomorfologiche, per come le valli montane avvolgano, racchiudano e proteggano, oppure isolino, le genti che le abitano, costrette nel bene e nel male a interagire in uno spazio comune ben definito, dunque altrettanto identitario.

[La borgata San Martino di Stroppo, capitale medievale dell’alta Valle Maira. Immagine tratta da www.alpicuneesi.it.]
Insomma, per tutto quanto rimarcato la montagna è viva, e si mantiene tale in ogni aspetto, se viva e vitale è la sua comunità; viceversa, stante la propria realtà difficile, non potrà sfuggire ai fenomeni di svigorimento socioeconomico e culturale che hanno colpito, e a volte devitalizzato, numerosi territori montani. Questa evidenza comporta che, riguardo qualsiasi intervento venga messo in atto sui monti e di qualunque genere – politico, amministrativo, economico, infrastrutturale, eccetera -, uno dei suoi punti fermi deve e dovrà sempre essere la comunità nel suo insieme, soggetto principale dei benefici derivanti dall’azione compiuta.

Ecco: si provi a rintracciare questo punto fermo, il conseguire benefici concreti e durevoli a vantaggio delle comunità dei territori montani, nei numerosi progetti di infrastrutturazione ad uso del turismo di massa e dei suoi modelli commerciali realizzati o proposti sulle montagne. Si constati se c’è la comunità, in quei progetti, se è presente non solo come oggetto economico ma soprattutto come soggetto sociopolitico. Ben difficilmente la si trova, o anche solo la si intravvede. Non c’è, non è contemplata o, per meglio dire, non è contemplabile, evidentemente.

[La montagna in preda al turismo di massa che diventa “luna park” a discapito di ogni altra sua peculiarità.]
Sia chiaro: che il modello turistico oggi imperante in montagna – nelle sue varie forme ma con identica sostanza – non sia in grado di fare comunità non è mancanza o colpa recente. Fin da quando il turismo è diventato fenomeno di massa invadendo innumerevoli vallate alpine e appenniniche adatte ai suoi scopi, subitamente le comunità di quelle vallate sono state spinte da parte, quando non calpestate. D’altro canto quel modello turistico galoppante sull’onda del boom economico prometteva ai montanari un benessere prima impensabile, dunque incontestabile, e così è stato per qualche lustro; tuttavia non rivelava ciò che pretendeva in cambio per ottenere i propri scopi: che non poteva ammettere la comunità, la polis montana, la quale invece doveva essere – e infatti è stata – disgregata e frammentata, sfilacciando e sovente spezzando i legami che la tenevano insieme, come recita la definizione del termine, per fare in modo che chiunque vi facesse parte potesse e dovesse porsi al servizio degli scopi del turismo e delle esigenze del turista, nuovo e indiscusso protagonista della realtà montana in quanto strumento funzionale a quegli scopi e ai tornaconti di chi ne beneficiava… [⇒⇒⇒ continua su “L’AltraMontagna”, qui.]

[Rottami sciistici e scheletri alberghieri all’Alpe Bianca in Valle di Viù, provincia di Torino.]
P.S.: tutti gli articoli che ho scritto per “L’AltraMontagna” e lì pubblicati li potete trovare qui.