Di questo passo, con il mondo che via via ci ritroviamo intorno, la distopia, da genere letterario di fantascienza narrante ipotetiche realtà spaventose e indesiderabili, diverrà un genere della commedia letteraria narrante storie bizzarre, a volte pure inquietanti ma tutto sommato a lieto fine.
(L’immagine in testa al post è un’opera dell’artista ceco Filip Hodas.)
Un altro mirabile personaggio che se ne va altrove, Ermanno Olmi, autore capace di narrazioni cinematografiche intense come poche altre, poetiche e mistiche tanto quanto schiette e profondamente leali nei confronti delle storie e delle realtà narrate.
Tutti quanti ricordano, giustamente, – e ricorderanno, in queste ore – il (non unico) suo capolavoro L’albero degli zoccoli. Io invece voglio ricordare Olmi attraverso la pellicola con la quale esordì e che me lo fece conoscere, che vidi su videocassetta da ragazzino – sarà stata la metà degli anni ’80, più o meno – in un piccolo alberghetto di montagna durante una giornata piovosa nella quale null’altro c’era da fare se non attendere che tornasse il bel tempo per uscire a camminare per prati e boschi, un film (o docufilm, come si definirebbe oggi) il cui titolo pure pareva adatto a quella giornata: Il tempo si è fermato. Un’opera bellissima, spirituale, intrisa di umanità – anzi, umanesimo, nel senso più alto del termine, la quale d’altro canto già seppe “insegnarmi” molto circa quel rapporto (biunivoco) tra l’uomo e la Montagna ovvero la Natura in generale che oggi è parte fondamentale del personale bagaglio culturale, e che è ben presente in numerose opere di Olmi.
Beh, c’è poco da dire d’altro. Un’altra voce illuminante che non ci potrà più illuminare e affascinare, appassionare, emozionare, far riflettere. Un altro vuoto, grandissimo.
Si dice tanto e da sempre degli angeli custodi, non solo nella tradizione cristiana, ai quali affidare la propria vita e il successo delle buone azioni compiute nel corso dell’esistenza: un’entità che “ha lo scopo principale di tenere il fedele lontano dalle tentazioni e dal peccato, e di condurre la sua anima a meritare la salvezza eterna in Paradiso. Scopo secondario è la realizzazione e la felicità terrena del singolo, oltre l’umana debolezza e miseria.” – così leggo su Wikipedia. E se invece non andasse esattamente così? Se affidarsi a un angelo custode – ovvero nel caso in cui un angelo custode venga affidato per decisione “divina” a un mortale – significasse invece infilarsi in una sequela infinita di guai fino a rischiare di lasciarci la pelle? Insomma: è conveniente godere d’una tale “protezione angelica”, o c’è da sperare di restarne immuni?
Qualche dubbio al riguardo ce lo suscita Arto Paasilinna in Professione angelo custode (Iperborea, 2014, traduzione di Francesco Felici; orig. Tohelo suojelusenkeli, 2004.), uno dei suoi più recenti romanzi tradotti e pubblicati in Italia. O meglio: i dubbi ce li fa sorgere Sulo Auvinen, ex insegnante di religione e buon esempio di “finlandese medio” (sì, esiste anche lì il cittadino medio, come d’altro canto esiste ovunque) che, dipartito dal mondo terreno a ottantadue anni di età, si ritrova ad essere eletto nell’empireo angelico e arruolato nel corso di formazione per aspiranti angeli custodi […]
(Leggete la recensione completa di Professione angelo custodecliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Dunque… Italia, dati ISTAT, 2016 (ultimi rilevati e disponibili): ci sono sempre meno lettori (dal 42% al 40,5% gli italiani che hanno letto almeno un libro nel corso dell’anno) ma si stampano sempre più libri (+3,7% di titoli pubblicati).
In pratica è come dire: abbiamo una nave che sta imbarcando sempre più acqua e la si sta sempre più appesantendo caricandola di merce.
Logica, anche minima, in tutto ciò: assente.
Iniziative realmente efficaci atte a incrementare il numero di lettori, piuttosto di quello dei lettori: quasi nessuna.
Risultato finale, di questo passo: sfacelo del settore.
Inevitabilità di tale ultima sorte: sempre più elevata.
Però è giusto così. Sì, voglio dire: che un paese come questo, nello stato civico e culturale in cui si trova, registrasse un aumento (evidente, mica degli zero-virgola) dei lettori, sarebbe un evento ben più sensazionale dell’avvistare esemplari di dodo sulle Alpi. Anzi, di più: sensazionale come vedere una libreria traboccante di gente lungo l’intero anno più di un centro commerciale!
Insomma: tutto nella norma, non poteva essere altrimenti. Purtroppo per tutti – anche per quei disgraziati che non leggono.
P.S.:qui potete leggere un approfondimento circa i suddetti dati ISTAT, tratto da ilLibraio.it
Qualche giorno fa discutevo con un conoscente di massimi sistemi – ovvero del più e del meno – e costui d’un tratto, dopo una cosa che ho detto e che voleva essere soltanto una cosa detta come tante altre, se n’è uscito facendomi: «Sì, ma tu sei un poeta!»
Eh?! Poeta, io?
Solo perché ho scritto e pubblicato qualcosa di identificabile (spero) come “poesia”?
No, ehi, un attimo, fermi tutti, stop, alt, time out! Io credo che un poeta sia ben altra cosa.
Credo che poeta sia colui che con una sola parola sappia smuovere intere montagne, innalzarle verso il cielo oppure sgretolarle in un attimo.
Colui che sa provocare un maremoto in mezzo al deserto, che fa risplendere il Sole di notte e baluginare la Luna in pieno giorno.
Colui che rende ogni sillaba una nota musicale, sia essa d’una celestiale, leggiadra sonata classica o d’un energico e violentissimo rock ma, in ogni caso, che fa dell’animo la sua vibrante cassa di risonanza.
Poeta è colui che ti prende per mano e t’accompagna lungo un sentiero di campagna in una sera primaverile, o che ti sbatte rudemente con le spalle contro un muro e ti inchioda ad esso impedendoti di fuggire e tanto meno di muoverti.
È colui che con una parola ti commuove e con quella dopo ti fa incazzare, che ti manda al settimo cielo oppure ti provoca il più folle dolore, che ti fa volare sopra il mondo e le sue cose terrene o che ti pone sull’orlo di un abisso strattonandoti per farti cadere oltre.
È colui che con pochi versi sa capovolgere il mondo, farti camminare sulla volta celeste, giocare a biglie con le stelle, metterti sul palmo della mano il più vasto orizzonte, sconfiggere i mostri più terrificanti oppure renderli docili e sottometterli al tuo controllo, farti vedere ciò che per chiunque altro è invisibile e capire quanto altrimenti sarà sempre incomprensibile.
È come un riparo durante un fortunale, come l’ultima scialuppa di salvataggio d’una nave che sta affondando, come un’oasi con acqua freschissima in mezzo al deserto o come un antro tanto misterioso e inquietante che ti spaventa ma t’attira dentro inesorabilmente.
Già, il poeta maneggia un’arma potentissima la quale, con pochi colpi ben mirati, può ripulire il mondo da tante sue brutture, come il plotone d’esecuzione più efficace, virtuoso e filantropo che si possa immaginare. Un’arma che spara proiettili di cuore e d’animo, colpi di passione e di emozioni, munizioni che lasciano scie di stupefazione e, ove impattano, crateri di sogno e di speranza. E la può maneggiare, quell’arma, con prodigiosa perizia tanto quanto con folle concitazione, ma senza mai mancare il bersaglio prescelto.
Ecco, questo, suppergiù, è per me un poeta. Di poeti così – poeti veri, intendo dire – credo che ce ne siano veramente pochi, in circolazione. E spesso, quando ci sono, non si fanno nemmeno vedere troppo in giro.