Io la tristezza la nascondo. Ecco, l’unica volta che recito, non davanti alla macchina da presa, è il fatto di non manifestare tristezza perché, partecipare gli altri alla mia tristezza, ho capito che non importa niente a nessuno delle mie tristezze, perciò non mi confido mai e dico: “Tutto bene, tutto bene”. Me la tengo per me.
[Fonte dell’immagine: Arquivo Nacional, pubblico dominio, da Wikimedia Commons.](Alberto Sordi, che oggi avrebbe compiuto 100 anni, in un’intervista con Enzo Biagi nel programma televisivo Cara Italia del 1998. Un grandissimo, Sordi, di quelli che così, probabilmente, non ne nascono più e per il quale l’omaggio non è solo doveroso ma imperituro. Eppoi, se posso aggiungere, in questa cosa sulla tristezza mi ci ritrovo parecchio, trovandola di classe ed eleganza notevolissime, già.)
Giusto qualche giorno fa (rispetto alla data del presente testo) ho pubblicato un articolo, qui sul blog, nel quale riflettevo sul fatto che buona parte della storia della civiltà umana, in particolare nell’ultimo secolo e mezzo, sia stata determinata non tanto da cose positive ma più da cose negative, ovvero che a ben vedere la nostra storia non sia una narrazione di grandi invenzioni, scoperte, conquiste, ma una lunga cronaca di occasioni perse, che non di rado si sono poi trasformate in grandi tragedie. Ecco, un periodo storico assolutamente emblematico in tal senso è quello appena successivo alla fine della Prima Guerra Mondiale, dal 1918 al 1923: un lustro successivo a quella che ai tempi fu la più grande tragedia mai determinata e subìta dal genere umano, con più di venti milioni di morti e altrettanti di feriti, così spaventosa da far pensare chiunque, allora, che da siffatta catastrofe non sarebbe potuto che scaturirne un lungo periodo di pace e prosperità globale.
Quell’anno fondamentale, il 1918, e quelli successivi, sono proprio il soggetto e l’ambito temporale che lo storico tedesco Daniel Schönpflug racconta ne L’anno delle comete (Keller Editore, 2018, traduzione di Alice Rampinelli; orig. 1918: Die Welt im Aufbruch, 2017), il cui sottotitolo, che riprende direttamente il titolo originale dell’edizione tedesca, fissa la dimensione temporale e “politica”, per così dire, narrata: “1918, il mondo in trasformazione”. Una trasformazione che, ribadisco, molti speravano in meglio, anzi, alcuni ne erano certi che la sanguinosa lezione del conflitto mondiale fosse servita al genere umano a insegnare la giusta direzione verso il futuro. Ma l’autore, nella copertina del libro, sottopone quel vocabolo apparentemente beneaugurante, viste le circostanze, “trasformazione”, alle comete, richiamate nel titolo principale dell’edizione italiana: Schönpflug si riferisce alle comete di un’opera di Paul Klee, La cometa di Parigi, creata proprio nel 1918, ove l’oggetto celeste è certamente sinonimo di desiderio, di speranza (nell’accezione comune a noi oggi nota), ma è pure segno di presagio, di premonizione – lo stesso Klee, nel descrivere la sua opera, indicava la natura aleatoria della cometa, che compare in cielo, lo illumina in modi spettacolari e suggestivi ma poi se ne va via e di nuovo scompare nel buio dello spazio profondo […]
[Immagine tratta da tandaarduitgeverij.be, fonte qui.](Leggete la recensione completa di L’anno delle comete cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
La vita non è una serie di lampioni piantati in forma simmetrica, è un alone luminoso semitrasparente che avvolge la nostra coscienza dall’inizio alla fine. E non è forse compito del romanziere saper rendere questa qualità fluttuante, inconoscibile, inafferrabile, con il minimo intervento di ciò che è sempre esterno ed estraneo?
Se posso dire, con tutto il rispetto ma con altrettanta sincerità, il Premio Strega a me pare il Festival di Sanremo dell’editoria italiana.
Ecco, l’ho detto.
No, anzi, dico di più e aggiungo (che tanto a me allo Strega non mi chiameranno mai e peraltro mai ci vorrei andare): dicono – i media – dei sei finalisti di quest’anno, non cinque come gli anni scorsi perché il sesto deve essere il libro di un piccolo editore. Bene, il “piccolo editore” è Fandango, di proprietà dell’omonima casa di produzione e distribuzione cinematografica, tra le più importanti in Italia (!), e diretta da Edoardo Nesi, vincitore dello Strega nel 2011 (!) e parlamentare (!).
“Indipendente”, dicono.
Sì, certo: come un milionario lo è dal sistema bancario.
Aahahahahahahahah!!!
Un’ennesima “bella” storia all’italiana, vero? Evviva!
Ribadisco: con tutto il rispetto del caso, ma con altrettanta coerenza e obiettività. Già.