Torneranno i prati

Il tramonto si avvicina, i pascoli sono imperturbabili, come totem di qualcosa che tornerà, come i loro prati. La primavera silenziosa ha tanti messaggi per tutti, come quello che ci rassicura almeno di questo. I prati torneranno e noi potremo ritrovarli sotto il sole. Forse è ancora un sogno. Forse, tra non molto, oltre ai prati, torneranno anche i nostri passi.

È l’explicit di un (altro) bellissimo testo del prezioso amico e gran scrittore Davide Sapienza, uscito lo scorso mercoledì 15/04 nelle pagine culturali sul “dorso Bergamo” del “Corriere della Sera”, da leggere respirando a pieni polmoni e lasciando libero il cuore di battere fremente.
Cliccate sull’immagine per aprirla in un formato più grande e leggibile – e ringrazio Davide per avermi concesso di poterlo pubblicare anche qui.

Intanto, lì fuori…

[Foto di 272447 da Pixabay ]
In effetti verrebbe proprio da pensare che in questi giorni la Natura – o qualsiasi altra “entità” con la quale vi venga di poterla identificare – si stia prendendo gioco degli umani, costretti a restare reclusi tra le mura domestiche per colpa di un virus terribile. Nel pieno d’una tale pandemia, che peraltro cade nel mezzo della fremente esplosione di vita che dona la primavera, e in corrispondenza del ponte pasquale, per il quale di norma buona parte delle persone non resterebbero in casa nemmeno sotto minaccia, la suddetta Natura, almeno dalle mie parti, sta inanellando una serie notevole di giornate splendide, dalla meteo favorevole come non mai. I monti ancora innevati, i boschi coloratissimi, i prati fioriti, l’aria già tiepida e le giornate che s’allungano, il cielo da giorni sereno senza nuvole… e gli umani chiusi in casa. Tiè!

Una gran presa in giro “naturale”, appunto, come se la Natura si divertisse a rigirare il coltello nella piaga (termine peraltro correlato a una situazione di calamità) e volesse sbeffeggiare l’umana caducità e la palese fragilità del sempre tanto borioso Homo Sapiens così chiaramente palesate dall’invisibile, imperante e invadente coronavirus!

E poi, quando l’emergenza finirà e torneremo liberi di muoverci a piacimento, magari pioverà per settimane. Perché la Natura di sicuro le Leggi di Murphy le conosce bene, tant’è che, come recita la Settima variante di Zymurgy alla legge di Murphy:

Quando piove, diluvia.

E ancora tiè! Ecco.

31 marzo, e nevica!

[Foto di kristamonique da Pixabay ]
Stamattina da me, 31 marzo dunque a primavera ormai ben avviata – in montagna, sì, ma mica a duemila metri di quota, solo a settecento metri – nevicava. Appena sopra casa è tutto bianco, i prati verdi d’erba nuova e punteggiati di mille colori dai fiori di stagione sono nascosti, quando invece a inizio febbraio, quindi in pienissimo inverno, nelle giornate di Sole il termometro arrivava quasi a 20 gradi.

Bellissimo per certi aspetti, soprattutto per chi come me ama il freddo e i paesaggi innevati, considerando il calendario; inquietante per altri aspetti, ovvero per come ciò ricordi e palesi il disequilibrio climatico che il riscaldamento globale ha ormai avviato, con chissà quali crescenti conseguenze devastanti nel futuro prossimo.

Passata l’emergenza sanitaria in corso, speriamo quanto prima e in modo quanto più definitivo, è bene non dimenticare che abbiamo e avremo quella climatica da affrontare, meno “impattante” a livello mediatico e di immaginario comune ma forse anche più seria e cronologicamente più ostica da risolvere (nonché correlata alla diffusione del coronavirus, come ho già rimarcato qui), perché qualsiasi “vaccino” si troverà – ne avremmo già trovati, a dire il vero, ma per ora li abbiamo troppo scarsamente somministrati – potrà far poco, temo, per riequilibrare e risanare ciò che già si è guastato. Augurandoci che non sia già troppo, che la malattia non sia divenuta già cronica al punto da vanificare gli effetti benefici di qualsiasi cura.

Le oche in un mattino di marzo

Un mattino di marzo può essere grigio come l’animo di chi vi s’incammina senza volgere lo sguardo al cielo, senza tendere l’orecchio per sentire l’arrivo delle oche. Una volta conobbi una signora assai istruita, la quale mi disse di vedere e sentire le oche soltanto un paio di volte l’anno, quando passano sopra il suo tetto ben isolato per proclamare il mutare della stagione. È possibile che l’istruzione consista nel barattare la propria capacità di percezione con altre competenze di minor valore? Se lo facesse un’oca, sarebbe ridotta ben presto a un mucchio di piume.

(Aldo Leopold, Pensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pag.38.)

La fine imminente del “non inverno”

[Foto di StockSnap da Pixabay.]
Questa mattina mi sono ritrovato il locale in cui lavoro, dotato di una finestra rivolta a Oriente, inondato di colpo da una luce possente e calda che ha illuminato ogni cosa, come se qui fuori avessero d’improvviso acceso un potente faro che ha disperso l’ombrosità fino a ieri presente. In pratica, il Sole che nelle scorse settimane non riusciva a spuntare oltre la linea dei monti qui intorno, alzandosi sempre più sull’orizzonte ha finalmente ritrovato la breccia – una sella tra due dorsali montuose – dalla quale far passare la sua luce e così donare nuovamente la possente luminosità al territorio al di qua anche nelle prime ore del mattino. Fino a ieri c‘era da aspettare fin quasi mezzogiorno affinché il Sole, nella sua rivoluzione diurna, superasse i monti e si facesse vedere ma ormai già verso Sud e Ovest, non più a Oriente.

Ecco, questa minima cosa ha sempre rappresentato – per me che resto sempre massimamente sensibile a tali piccoli “prodigi” naturali, ricercando con essi la più benefica armonia – uno dei segnali evidenti della prossima fine dell’inverno e del nuovo arrivo della bella stagione, della luce diffusa e via via dominante a vincere le ombre invernali nonché, ovviamente, il loro clima gelido. La rappresenterebbe anche quest’anno, la fine dell’inverno, se non fosse che l’inverno quest’anno non si è praticamente mai visto, svanito tra un autunno prolungato e troppo caldo e una primavera terribilmente anticipata.

“Terribilmente”, sì, perché l’inquietante situazione climatica che stiamo vivendo – e vivremo sempre più nel prossimo futuro – stempera in parte la delicata bellezza del momento che vi ho raccontato, caricandola di una non troppo vaga angoscia che rende il cambiamento climatico ancora più allarmante. Proprio per non aver più voluto restare in armonia con la Natura e con l’ecosistema della Terra siamo finiti in questa inquietante situazione; forse – io penso – sarebbe il caso di restare almeno in consapevole armonia con l’insuperabile bellezza naturale: anche in tal caso potrebbe essere quella a salvare il mondo, e così salvare tutti noi.