La cultura dell’onestà / L’onestà della cultura

Si parla spesso, e giustamente, di cultura dell’onestà, ma forse non si evidenzia a sufficienza che la cultura è onestà. Perché la cultura, per poter essere autentica dote dell’individuo e non mero e sterile ammaestramento, abbisogna di onestà – intellettuale, civica, morale.

Di riflesso, ove si sia disonestà non ci può essere cultura: la disonestà è a tutti gli effetti una condizione di incultura quando non di concreto imbarbarimento. Ne consegue che quella comunità sociale che non salvaguardi e promuova la cultura – intesa come coltivazione della sapienza e sistema condiviso di saperi – sarà inesorabilmente in balia dei disonesti e da questi rapidamente degradata.

Per questo la disonestà non ne vuole sapere della cultura: l’antitesi è totale e, da parte dei primi, ineludibile. È bene non dimenticarlo, quando si abbia a che fare con tale condizione così devastante: la prima difesa da essa – e conseguentemente la prima salvaguardia della cultura – nasce proprio da tale attenzione.

Anno 2018, Medio Evo

Plaudo incondizionatamente alle studentesse palermitane che hanno deciso di “oscurare” a loro modo il cartellone pubblicitario che vedete nell’immagine qui sopra, comparso per le vie del capoluogo siciliano – cliccateci sopra e potrete leggere un articolo al riguardo – e a come giustificano la loro protesta: «È una azione dimostrativa contro l’uso, a scopo pubblicitario, del corpo femminile. È una pratica, questa, che rappresenta in sé violenza contro le donne e che contribuisce a normalizzarla. La violenza sulle donne è infatti il diretto prodotto di una società che per anni e ancora oggi, in nome di logiche di marketing e profitto, costruisce immaginari sessisti e schiavizzanti, che fanno del corpo delle donne mero oggetto di consumo.» Nulla da aggiungere, appunto, solo applausi.

D’altro canto, mi viene da riflettere su come al riguardo la nostra società – nell’anno di grazia 2018, non 1018 o giù di lì – presenti anche in tale ambito fenomeni di degrado e di “avviluppamento” culturale sconcertanti ovvero una situazione peggiore di 30 o 40 anni fa, frutto del cortocircuito tra atavici e insensati (oltre che ipocriti) retaggi moralisti di matrice religiosa e una concezione di menefreghistica “libertà” priva di consapevolezza civica (e sovente indotta da fini assai materiali, quando non biechi, dei quali i media si fanno luridi complici e megafoni) che troppo spesso viene ritenuta superiore alla dignità della persona e ai suoi diritti fondamentali, dimostrandosi dunque un qualcosa di sostanzialmente antitetico all’autentica libertà: una prepotenza bella e buona, per come arrivi a danneggiare la vita, l’immagine e la percezione degli individui che si permette di rendere soggetto/oggetto della propria prevaricazione.

Che diamine: siamo nel Terzo Millennio, appunto, e se da un lato ancora si usano immaginari profondamente rozzi, volgari e violenti in nome di una falsa libertà d’espressione, dall’altro si impone di frequente un moralismo stupido, bigotto e reazionario dietro il quale celare la più profonda ipocrisia, e generando un circolo vizioso nel quale i due elementi si alimentano l’un l’altro! È un drammatico segno di imbarbarimento, questo, sia chiaro, e di messa in pericolo delle libertà naturali e dei diritti civici oltre che, ribadisco, della dignità delle persone. Che hanno tutto il diritto di fare ciò che vogliono finché non ne danneggiano altre, ovvero il diritto di essere libere da qualsivoglia bieca costruzione di immaginari falsi, devianti e umilianti così come da ogni giudizio conformista alla vox populi vox dei, i quali inevitabilmente prima o poi sfoceranno in atti di ulteriore prevaricazione e violenza.

E siamo nell’anno 2018duemiladiciotto, rimarco – mica nel Medio Evo. Con tutto il rispetto per quest’epoca e per quanto di buono la sua storia ci presenti.

INTERVALLO (di silenzio) – Taranto, Libreria Gilgamesh

Intervallo di silenzio ma pure di rabbia, questo, dedicato alla morte di un’ennesima libreria indipendente. Questa volta è toccata alla Libreria Gilgamesh di Taranto, che ieri, lunedì 29 gennaio, ha chiuso i battenti dopo 17 anni di attività – ne parla quest’articolo.

Ribadisco: ogni volta che chiude una libreria, muore un pezzo di civiltà. Ovvero, se preferite, è come se ogni libreria rappresentasse per la nostra società – ovvero per tutti noi – un tot di aria respirabile con la quale dare ossigeno alla mente ed energia al corpo. Ecco: ne abbiamo sempre meno, di quest’aria.

Ah già, ma tanto tra qualche settimana ci sono le elezioni, no? E i vari leader stanno fornendo numerose e ottime proposte in tema di salvaguardia della cultura e di qualsiasi elemento che se ne faccia promotore, vero?

Il Giorno della Memoria

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, è probabilmente l’unica delle tante “giornate-per-qualcosa” a cui conferisco pieno valore. Perché ricorda qualcosa di veramente e drammaticamente fondamentale, per la storia di noi come “civiltà umana” (o di inciviltà, se vista all’opposto) e perché contribuisce a tenere in costante evidenza l’importanza della memoria come dote umana altrettanto fondamentale ovvero – anche in tal caso se vista la questione dalla parte opposta – il dramma di non avere memoria della storia e del passato.

A tal riguardo, come contributo sul tema e come testimonianza “non convenzionale” ma profondamente emblematica sulla giornata in questione e sul suo valore, voglio segnalare il progetto-denuncia messo in atto lo scorso anno dallo scrittore satirico israeliano Shahak Shapira, berlinese d’adozione: Yolocaust, nome che deriva dalla crasi tra Holocaust e l’acronimo YOLO, ovvero “you only live once”, hashtag ricorrente nelle foto postate online, tra gente che si gode una bella situazione. Come si può leggere in questo ottimo articolo di Artribune, il progetto Yolocaust, col suo chiaro taglio educativo-morale tanto quanto sarcastico, punta a colpire chi non conosce il rispetto di certi luoghi sacri – come una chiesa, un cimitero o un ospedale – ma apre anche una doppia riflessione: sul ruolo delle immagini oggi, nel consueto mix di cinismo, ipertrofia tecnologica e vuota proliferazione, e su quello dell’arte pubblica (e non solo di quella aggiungo io) rispetto al tema della memoria, fra naturale calo emotivo, elaborazione e superamento del dramma, e una necessità di presa in cura, di custodia, di permanenza dell’exemplum. Quella in testa al post fa parte della serie di 12 immagini che ha composto il progetto; l’originale modificata da Shapira (scattata dai suoi protagonisti nel Memoriale della Shoah di Berlino, un luogo che chiunque nella vita dovrebbe visitare almeno una volta) la potete vedere qui sopra. Nell’articolo di Artribune potete vedere anche le altre immagini della serie.

La domanda che dunque sorge inesorabile, per l’ennesima volta, è: perché, noi uomini contemporanei, per di più (apparentemente) “ipertecnologici” e “superinformati”, non abbiamo memoria?

Racconta al proposito Alessandro Ghebreigziabiher in uno dei suoi spettacoli teatrali:

Il mio nome è memoria. Sono la vostra più preziosa amica. Sono la buca in cui non ricadere e la strada sbagliata da non imboccare la seconda volta. Posso essere la vostra più temibile nemica. Perché sono l’occhio che fotografa la vostra vergogna nel buio di una stanza.

Ecco, la verità, forse, non è che non abbiamo memoria o che ci dimentichiamo del passato: è che la ignoriamo. La memoria – e la storia da cui proviene e di cui in qualche modo diventa parte e rappresentazione – è sempre presente, permane sempre “visibile”, percepibile: se non la cogliamo è perché non vogliamo farlo, e non lo vogliamo fare, io temo, proprio per ciò che dice Ghebreigziabiher: perché troppo spesso nella memoria si conserva in modo inesorabile e indubitabile la vergogna del nostro agire. Quello che dichiariamo di non voler più far accadere ma del quale sappiamo – anche solo solo inconsciamente, temo – tutta la gravità, il che ci rende ad esso meschinamente sfuggenti e per questo, per drammatico paradosso, fautori del suo inevitabile ritorno.

In fondo, viene normalmente da associare il termine e il concetto di “memoria” al passato, ma credo sia parimenti associato al futuro e stavolta in modo niente affatto paradossale: perché la mancanza di memoria del passato facilmente (e drammaticamente) diventerà la preveggente visione del futuro. Un futuro nel quale torneranno gli errori già commessi, inesorabilmente, senza che ce ne renderemo nemmeno conto.

Quando l’arte mette a rischio le rose dei potenti (Charles Bukowski & Co. dixit)

L’Arte vera, il Creare, è in genere da due decenni a due secoli in anticipo sui temi, se paragonata al sistema e alla polizia. L’Arte vera non solo non è capita ma viene anche temuta, perché per costruire un futuro migliore deve dichiarare che il presente è brutto, pessimo, e questo non è un compito facile per quelli al potere – minaccia quanto meno i loro posti di lavoro, le loro anime, i loro figli, le loro mogli, le loro automobili nuove e i loro cespugli di rose.

(Charles BukowskiSaggio senza titolo dedicato a Jim Lowell, 1967. Citato da Christian Caliandro in Possibilità e insubordinazione, su Artribune.com e Artribune Magazine #40.)

Il maledetto Hank, vecchio scorbutico ubriacone, puttaniere, laido eppure sagace, acutissimo, beffardo, genialoide, ancora una volta la dice giusta – e ben fa il sempre illuminante Christian Caliandro a citarlo in quel suo articolo nel quale disserta delle potenzialità dell’arte quale elemento assoluto di insubordinazione virtuosa e della necessità di riscoprirle per rompere il sistema di controllo (pseudo-culturale, politico, economico) al quale la creatività, in senso generale, viene sempre più sottoposta. (Leggetelo qui, l’articolo di Caliandro: come sempre merita massime attenzioni e riflessioni.)

Perché – per citare un altro grande personaggio, Paul Gauguinl’arte (qualsiasi arte, ribadisco) è e sarà sempre o plagio o rivoluzione. E credo sia inutile rimarcare quale delle due opzioni sia quella che genera progresso e quale che genera decadenza.