Banksy, Milano

«C’è Banksy a Milano.»
«Cioè? C’è qualche sua opera su un muro in città?»
«No.»
«Quindi non c’è, Banksy a Milano.»
«No. Però sì.»

Ecco, con questo dialogo immaginario potrei riassumere rapidamente A Visual Protes. The Art of Banksy, la mostra con la quale il MUDEC di Milano “rende omaggio” a quello che non pochi considerano il più importante e influente artista contemporaneo. Be’, “omaggio” per modo di dire a un artista per modo di dire con una mostra che lo è per modo di dire, dal momento che la retrospettiva milanese non è autorizzata dall’artista, la cui identità resta ignota, e perché la stessa non presenta “opere” di Banksy, che ovviamente sono pezzi unici sparsi sui muri di mezzo mondo, ma riproduzione a tiratura limitata (da chi, poi?) dei suoi celeberrimi stencils, oltre che altri “prodotti” creati dalla e con la sua arte – copertine di dischi e cd, magazine, posters, eccetera.

Per questo ho voluto ironizzare con quel dialogo in apertura all’articolo: quella del MUDEC è una “non mostra” – bellissima, affascinante, coinvolgente ma p/c, “per conto di” e peraltro non si sa bene di chi. Sia chiaro: la sua attrattiva sta certamente nella indubitabile genialità di Banksy (chiunque sia o chiunque si nasconda dietro questo “brand”) e di quanto raffigurato nelle sue opere e, soprattutto, nel fatto di offrire l’occasione di poterle ammirare, pur tramite riproduzioni, senza girare il mondo alla ricerca dei muri sui quali sono state realizzate. Di contro, proprio in questa offerta museale, che scaturisce da quel mercato dell’arte contemporanea contro il quale Banksy si dichiara da sempre ostile e nemico, sta pure la sua inesorabile antinomia, che ha scatenato polemiche anche parecchio feroci sia sulla mostra che su quanto di contorno: ad esempio contro il Comune di Milano, tra i principali sostenitori della mostra e, al contempo, persecutore senza riserve dei “colleghi” di Banksy che realizzano le loro opere sui muri della città.

Antinomia che d’altronde resta pure nel visitatore “consapevole”, come lo scrivente: i dubbi ce li avevo ma alla fine ci sono andato, al MUDEC, in primis perché sono d’accordo con chi ritiene Banksy un genio – dell’arte, della comunicazione, del marketing, e non mi interessa di sapere chi sia o cosa si nasconda dietro il suo nome, tanto meno se sia tutta una gigantesca montatura (in fondo è una situazione nella quale il fine giustifica ampiamente i mezzi!), eppoi perché volevo capire cosa fosse la mostra, o cosa non fosse. Ma se comprendo chi invece abbia scelto di non visitarla, so anche bene che cose del genere in fondo rappresentano situazioni assai funzionali al nome, alla fama di Banksy e alla sua “missione” antagonista tanto quanto niente affatto ottusa o disattenta nei confronti del mondo contemporaneo e dei suoi conformati modus vivendi. Insomma: a visitare una mostra non autorizzata di Banksy non si capisce bene se ci si rende più pedine dell’art system o dell’artista stesso, e pure questa è un’antinomia strettamente legata a quella prima citata e altrettanto inevitabile ovvero inesorabile. Bisogna socraticamente sapere di non sapere, questo sì: e finché non si saprà dove e quando comparirà di nuovo Banksy con qualche suo lavoro, tutto troverà un “senso”, anche se sbilenco, imperfetto e libero. O liberamente interpretabile: come dice l’artista stesso, sul suo sito, “Please treat them accordingly”, si prega di trattarle (le mostre, e tutto il resto) di conseguenza. Ecco.

I monti naviganti

A volte sono numerosi i vascelli montani, qualcuno anche in immersione, che navigano lungo le proprie rotte superdimensionali nel Gran Mare Nebuloso Alpino
Hanno scafi di solida roccia, pennoni di legno, ponti di comando alti e svettanti, velature fatte di cielo e propulsori che funzionano a energia onirica.
Lasciano una scia che increspa il tempo e, fateci caso, all’apparenza sembrano fermi ma solo perché tutto il mondo intorno è in movimento. Al punto che, imbarcandosi su di essi, si può navigare verso l’infinito, laggiù dove i porti sono baie profonde al riparo dello spirito e in cui attraccare è una meta realmente degna del viaggio compiuto.

P.S.: ovviamente il titolo del post è un omaggio a questo libro.

Viva Wierer!

Io continuo a capire molto poco (dunque a non sentirmi affine per nulla a) tutti quegli italiani che continuano a dare così tanta attenzione e considerazione al calcio, gioco francamente divenuto insulso nella maggior parte delle sue “manifestazioni” (e fors’anche per questo sovraccaricato di infinite corbellerie mediatiche in perfetto stile panem et circenses)* quando invece altri atleti italiani fanno cose straordinarie in sport bellissimi e, questi sì, realmente intensi e sempre esempio di autentico agonismo. Come Dorothea Wierer nel biathlon, specialità spettacolare tanto quanto ostica per come unisca sforzo fisico e concentrazione massima, nella quale ha vinto la Coppa del Mondo, prima volta in assoluto per un atleta (femminile o maschile) italiana, e in cui Dorothea ci unisce pure la sua notevole avvenenza.

Che tuttavia, pur nella tanto superficiale opinione pubblica italiana, non servirà a non far scomparire la notizia nel giro di qualche ora da qualsiasi organo d’informazione, sportivo e non, inesorabilmente inondato dalle “notizie” sui tizi in bragoni, spesso coi capelli strani, che corrono dietro un pallone – e sovente senza nemmeno riuscire a segnare un goal in 90 minuti: cosa che a me, ribadisco, sta qui e mi conferma la frequente sostanziale insulsaggine di detto gioco, ecco.

Lodi e glorie imperiture a Dorothea Wierer, insomma – e idem a Lisa Vittozzi, seconda classificata, parimenti brava e bella – sperando di vederla con ben maggiore frequenza sui media insieme a tutti gli altri atleti italiani non pallonari tanto forti, vincenti e sportivamente esemplari quanto ingiustificatamente misconosciuti.

(Cliccando sull’immagine in testa al post potete vedere un servizio RAI dedicato alla vittoria di Wierer.)

*: no, non sto dicendo che il calcio è brutto. Sto dicendo che viene reso molto meno bello e molto più infastidente di quanto potrebbe e dovrebbe essere.

Alex Dorici, quando l’arte fa (la) scuola!

Quando leggo del frequente pubblico apprezzamento nei confronti di Alex Dorici e della sua arte, sono sempre molto contento – oltre che, ovviamente, assai onorato della sua conoscenza. Lo sono perché da tempo ci conosciamo e seguo lo sviluppo della sua ricerca artistica che, tra i tanti pregi estetici e concettuali offerti, ne ha uno fondamentale e quasi sorprendente: la dote di saper evolvere da un’origine apparentemente – ribadisco: apparentemente – semplice se non quasi “banale”, nei materiali e nella forma (le scatole, gli scotch, l’azulejo) a un realizzazione finale estremamente raffinata e profonda, che tra raffigurazione visiva e installazione on site trova una sua forma ibrida che attira e avvolge il fruitore nell’opera stessa. È questa, in effetti, un’altra peculiarità dell’arte di Dorici: il preciso intento di far entrare il fruitore dentro l’opera, di fare in modo che ne venga circondato ma niente affatto soggiogato, bensì posto in una condizione ideale di relazione e dialogo con essa – condizione che, peraltro, è (dovrebbe essere) imprescindibile per l’arte contemporanea ma che invero non è così automatica e frequente.

Alla fine, sapendo maturare uno sguardo attento e complessivo sulla ricerca artistica di Alex Dorici, si coglie un percorso espressivo ben delineato che se da un lato fa della sua poliedricità di forme e media una notevole fonte di attrattiva, dall’altro riesce a compendiare in sé tanta parte della storia dell’arte passata e recente dandole una forma che travalica il tempo e dialoga senza sosta con lo spazio – che non è solo lo spazio espositivo ma è pure, anzi, è soprattutto quello del mondo in cui viviamo e della sua contemporaneità materiale e immateriale. Anche per questo la bella idea del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport del Cantone Ticino di installare un’opera di Alex Dorici in una scuola pubblica (vedi l’immagine in testa al post) è alquanto azzeccata e di notevole valore culturale. In fondo, l’arte contemporanea, in quanto visione ed espressione tra le più attente e sagaci del nostro mondo e delle sue realtà, a scuola non solo ci sta benissimo ma trova pure un luogo particolarmente deputato alla sua esposizione, per come proprio i giovani, con la loro curiosità verso il mondo (che ovviamente la scuola ha il compito di coltivare e nutrire) non possano che essere per l’arte i fruitori più preziosi.

Cliccate sull’immagine per saperne di più e per vedere un servizio dedicato ad Alex Dorici dalla RSI, oppure cliccate qui per visitare il sito web dell’artista.