La conclusione dell’inverno coincide anche con la fine della stagione sciistica al San Bernardino (GR). La località turistica del Moesano ha infatti comunicato che chiuderà oggi i propri impianti poiché la «sicurezza» e la «qualità del prodotto» non possono essere garantite a causa delle «elevate temperature», che stanno regalando «giornate primaverili» anche in alta quota.
Da Caldo e poca neve, stagione finita al San Bernardino, articolo pubblicato su “Tio.ch” il 21 marzo 2023. Per la cronaca, quello di San Bernardino è un comprensorio sciistico – con quota inferiore a 1600 m circa – già da tempo in difficoltà e non solo per ragioni climatiche; la stagione 2022/2023 è in pratica durata tre mesi scarsi, al netto delle chiusure temporanee. La scorsa estate un gruppo di imprenditori ha presentato al comune un progetto di rilancio della località turistica e degli impianti di risalita ma, al momento, pare che nulla sia stato deciso al riguardo. Una situazione emblematica, cha fa da esempio per molte altre e accomuna la località elvetica a numerose stazioni sciistiche sulle montagne italiane, a riprova che che la crisi in cui versa certa industria dello sci non conosce confini.
(Nelle immagini in testa al post: San Bernardino in un passato inverno nevoso e nella stagione estiva. Foto tratte da www.visit-moesano.ch.)
[Un parco eolico e solare nella Lachtal, Alpi dei Tauri orientali, Austria. Foto di Boris Salak, fonte www.wsl.ch.]Turbine eoliche, impianti fotovoltaici o linee ad alta tensione in montagna: qualche tempo fa mi sono occupato (qui) di alcuni progetti di aziende private svizzere che vorrebbero installare centrali solari in aree montane non antropizzate per sfruttare le caratteristiche ottimali al riguardo che offrono le alte quote alpine. È una questione ancora poco considerata ma che già presenta alcuni casi emblematici (le turbine eoliche al Passo del San Gottardo, ad esempio, sulle quali ho scritto qui) e che potrebbe presto diventare dibattuta anche nel resto delle Alpi, dunque pure sul versante mediterraneo. Mentre in Italia siamo stati abituati a una politica che affronta questioni del genere in maniera sconsiderata – ovvero non considerando tutte le implicazioni che ne derivano o facendolo solo parzialmente e funzionalmente ai propri interessi – e quindi, nel caso, di questo tema se ne parlerà diffusamente quando ormai si paleserà come un problema ovvero una “emergenza” (in perfetto stile italico, già), in Svizzera nel dicembre 2022 l’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL) ha pubblicato i risultati di un sondaggio rappresentativo sui paesaggi energetici nella Confederazione Elvetica, che appaiono molto interessanti.
Nonostante le prime pagine dei giornali anche oltralpe dedicati ai problemi di approvvigionamento e all’aumento dei prezzi dell’energia, gli intervistati di tutta la Svizzera sono chiaramente contrari allo sfruttamento a fini energetici delle regioni montane marginali. In generale, si registra una posizione favorevole alla produzione di energia nelle aree di insediamento e nelle regioni montane già utilizzate in modo intensivo – a questo proposito il tasso di approvazione è notevolmente aumentato negli ultimi tempi. Queste aree offrono un potenziale sufficiente per un’efficace transizione energetica, ad esempio con impianti fotovoltaici installati in stazioni sciistiche e centrali idroelettriche dove esiste già l’infrastruttura necessaria. Trovate il report completo sul sondaggio del WSL qui, e una relativa analisi ad opera della Cipra, la Commissione internazionale per la protezione delle regioni alpine, qui.
Peraltro ciò denota indirettamente ma non troppo un ulteriore elemento collegato al tema, ovvero la necessità che, nella inderogabile sostenibilità ambientale che i comprensori sciistici dovrebbero (devono) sviluppare per poter continuare la propria attività senza diventare un elemento di degrado delle montagne sulle quali insistono e dunque un danno sostanziale per chi le abita, andrebbe considerata anche la sostenibilità energetica, ancor più se in forma di neutralità: produrre in proprio tutta l’energia che viene consumata, insomma. Ciò dovrebbe rappresentare un obbligo anche in forza delle esigenze energivore di molte infrastrutture contemporanee al servizio dello sci, innanzi tutto gli impianti di innevamento artificiale, che il cambiamento climatico rende sempre più potenti e, inevitabilmente, più bisognosi di energia.
È un tema assolutamente importante, dunque, che d’altronde è parte fondante della storia dei territori montani i quali da sempre producono risorse per il progresso umano – acqua, legno, pietra, eccetera – e da più di un secolo a questa parte anche molta energia, grazie agli sbarramenti idroelettrici eretti tra i monti al fine di sfruttarne le acque. Sapremo considerarlo a dovere, questo tema, così da ricavarci con la sua gestione pratica i migliori vantaggi possibili senza invece subirne le potenziali conseguenze negative?
[Foto di Alessio Furlan su Unsplash.]A proposito della citazione, che ho pubblicato qui, di quel sagace brano di Giovanni Cenacchi tratto da Dolomiti cuore d’Europa nel quale ipotizza a modo suo la sparizione delle Tre Cime di Lavaredo “consumate” dal turismo di massa, a qualche lettore sarà tornato alla mente un altro brano celeberrimo con protagoniste le Tre Cime – icone dolomitiche assolute, d’altro canto – firmato dal grande Dino Buzzati e pubblicato sul “Corriere della Sera” il 5 agosto 1952, dunque ancor più profetico rispetto a certi impatti del turismo contemporaneo sulle montagne, il cui senso peraltro è valido in generale rispetto alla frequentazione turistica che i territori montani subiscono.
Vi ripropongo di quell’articolo il passaggio che Buzzati dedica in particolar modo alle Tre Cime e per ciò risulta parecchio affine allo scritto di Cenacchi (che risale al 1998), affinché possiate convenire con me su quanto sia premonitore, emblematico e da meditare per bene. L’intero articolo originale lo potete trovare in questo editoriale nel sito di Mountain Wilderness.
Lassù dunque passerà la strada. Ciò che oggi costa ore di fatica, si avrà con qualche litro di benzina. I «motorizzati» si fermeranno ad osservare con ironici sorrisetti di pietà – e non avranno bisogno di binocolo data la minima distanza – quei pochi disgraziati senza senno che ancora si ostineranno a inerpicarsi su per le muraglie spaventose. All’attacco della parete nord della Grande, sotto lo strapiombo smisurato, ci sarà un caffè con sedie a sdraio perché i turisti possano seguire i rocciatori senza la necessità di un torcicollo. Tra i ghiaioni, nel cuore del santuario, risplenderanno le colonnette di benzina, cartelloni giganteschi a gloria di dentifrici e carni in scatola rallegreranno gli occhi intimoriti dalla solennità cupa delle rupi, e non c’è dubbio che Forcella Lavaredo sarà il clou della tappa dolomitica del Giro, con premio di traguardo e sesquipedali scritte in minio inneggianti a Fausto Coppi (se ci sarà ancora).
Evviva dunque! Si lamenta, ed è voce sacrosanta, che le genti alpine siano abbandonate. Fatta eccezione per Cortina, il Cadore fa una vita grama. Una delle popolazioni più sane e belle del nostro Paese non sa come campare. E la strada delle Cime di Lavaredo – si afferma –, questa strada che diventerà famosa in tutto il mondo, porterà migliaia e migliaia di turisti. Al paragone, gli altri percorsi dolomitici spariranno addirittura. Verranno dunque forestieri in folla, si apriranno nuovi ristoranti, alberghi, chioschi, garages, eccetera. Molta gente insomma avrà da lavorare che adesso non lavora. E’ vero. Ma si può citare la storia di quel tale, che, il latte della mucca non bastando alla famiglia, ebbe la bella idea di macellarla. Sì, moglie e figli si ingozzarono di carne. E dopo? Verranno sì lunghissimi cortei di macchine italiane e forestiere, verranno franchi, dollari e sterline. E dopo? Si è sicuri che dopo il conto torni?
Le Tre Cime di Lavaredo, per chi cerca in montagna silenzio e solitudine, sono un posto da evitare dalla metà di luglio alla metà d’agosto. In questo periodo, nei dintorni del rifugio Locatelli c’è una calca insopportabile, con il sentiero che da qui raggiunge il rifugio Auronzo ridotto a una fila ininterrotta di turisti in abiti cittadini. Ne è responsabile la carrozzabile a pagamento che raggiunge il versante sud delle Tre Cime da Misurina: migliaia di visitatori vi vengono condotti ogni giorno dai pullman dei viaggi organizzati, senz’altro ostacolo che quello dell’esoso pedaggio per il transito. Le organizzazioni ambientaliste protestano, gli escursionisti s’indignano, ma pare non ci siano speranze per correggere, ai piedi del monumento naturale delle Tre Cime, questo monumento alla peggior forma di sfruttamento turistico delle Dolomiti. Tutti hanno il diritto di ammirare lo spettacolo delle Tre Cime, certo. Ma ammirare lo spettacolo delle Tre Cime in queste condizioni è come visitare la Gioconda in un supermercato, bere una birra stappata da due giorni, ascoltare Bach da una radio rotta.
Smarrendosi in questa folla, la cui contemplazione è ridotta ai clic di migliaia di macchine fotografiche, c’è da temere che un giorno anche il grande panorama delle Tre Cime si consumi. Forse un giorno, sviluppando i rullini, delle pareti nord non si vedrà più nulla, come se fossero diventate trasparenti. Così dal Locatelli si potrà avvistare il rifugio Auronzo, e il panorama del grande parcheggio pieno di auto e di pullman.
[Immagine tratta da qui.]Questo è uno dei brani più belli e geniali di Cenacchi sulle “sue” Dolomiti e sul consumo scellerato che ne fa il turismo di massa – figlio legittimo del più sfrenato consumismo, appunto, che tutto “consuma” e esaurisce inclusi i beni immateriali come i panorami, e il paesaggio in genere. Se per giunta si considera che è uscito in origine nel 1998 – in Dolomiti di Sesto e di Braies e dintorni, Zanichelli – dunque venticinque anni fa, quando forse la pressione del turismo di massa su questi territori non aveva ancora raggiunto certi estremi contemporanei, capite bene quanto la denuncia di Cenacchi non sia solo attuale ma acquisisca forza e valore anche in ottica futura, e non solo per le Tre Cime o le Dolomiti ma in senso generale riguardo qualsiasi territorio montano eccessivamente turistificato. Tutti a rischio di scomparire, di svanire nella soverchiante banalizzazione a cui troppo spesso vengono soggetti, come soprappensieri trascurati e dimenticati oppure svenduti come beni da consumare al discount del turismo all inclusive. Ma speriamo che quel timore di Cenacchi non possa mai avverarsi ovvero, per meglio dire, speriamo di non diventare mai così scellerati da avverarlo. Ecco.
Una delle cose delle quali ritengo di potermi dolere, vivendo dove vivo e facendo ciò che faccio, è quella di non poter frequentare come vorrei quelle meravigliose montagne che sono le Dolomiti. Ammetto di essere sempre stato attratto dalle alte quote e dai ghiacci delle maggiori vette presenti in altre regioni delle Alpi, ma ogni volta che mi sono recato tra i Monti Pallidi, o anche solo che li ammiro in qualche immagine fotografica, ne sono rimasto e ne rimango invariabilmente estasiato. Sono montagne dalla bellezza trascendente, magica, vere e proprie «forme dello spirito», come le ha definite qualche tempo fa Vito Mancuso; e se John Ruskin definì le montagne «le cattedrali della Terra», nelle Dolomiti si è veramente al cospetto di un territorio oltre modo basilicale, tra innumerevoli grandi templi gotici di roccia rosata la cui sacralità ancestrale celebra la più possente e “divina” natura alpina di questa parte di mondo.
Montagne così affascinanti ovviamente godono da sempre di una produzione editoriale e letteraria estremamente vasta e varia, che ne fa il soggetto principale delle narrazioni ovvero le protagoniste indirette ma comunque preponderanti – è il caso delle Dolomiti che fanno da sfondo a opere cinematografiche o televisive. Tuttavia raramente, in questa ingente produzione, si può trovare un amore tanto profondo e compiuto verso le montagne dolomitiche come quello che si percepisce vividamente negli scritti di Giovanni Cenacchi, numerosi dei quali sono raccolti in Dolomiti cuore d’Europa (Hoepli Editore, 2021, postfazione e cura di Giuseppe Mendicino), figura sublime di cittadino-montanaro (o viceversa?) che una sorte maledetta ha tolto troppo presto dal proscenio culturale alpino. Cenacchi era originario di Bologna ma nato “incidentalmente” a Cortina d’Ampezzo – dove la sua famiglia passava i propri periodi di villeggiatura – e in qualche modo quella genesi ampezzana gli ha “modificato” il Dna personale rendendolo del tutto contestuale al territorio ampezzano e alle sue fantastiche montagne, che per tutta la vita Cenacchi ha frequentato, esplorato, indagato, asceso, scalato, fino a conseguirne una conoscenza che, mi viene da pensare, nemmeno buona parte dei locali avrebbero potuto e potrebbero vantare […]
[Giovanni Cenacchi con la figlia Viola. Immagine tratta dal libro.](Potete leggere la recensione completa di Dolomiti cuore d’Europa cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)