La storia di Neguccio, inscritta nel suo paesaggio

In un post di qualche settimana fa vi ho raccontato Neguccio (o Neguggio), uno dei posti più affascinanti sulle montagne di Lecco, un’isola sorprendente di quiete, silenzio e bellezza naturale a pochi passi – letteralmente – dal caos, dal rumore e dal traffico incessante della città che, nella magnifica conca prativa ove è posto il piccolo nucleo rurale, sembra lontana anni luce. Un luogo rigenerante, assolutamente.

Una delle tante cose interessanti che si possono notare, a Neguccio, sono i terrazzamenti di buona parte dei rilievi del fianco settentrionale della conca, generati da una fitta trama di muri a secco ancora ben visibili, almeno dove non stiano per essere avvolti e inglobati dal terreno erboso. Sono una manifestazione concreta o, preferirei dire, una narrazione inscritta sul terreno che, leggendola, racconta la relazione storica di chi ha abitato e lavorato a Neguccio nel passato, trasformando ovvero umanizzando il paesaggio locale al fine di ricavarne il sostentamento sussistenziale attraverso coltivazioni o creando spazi atti all’allevamento degli animali.

Come la montagna sia stata modificata, per certi versi anche in modi che potrebbero essere caricati d’una loro particolare valenza estetica (e d’altro canto il paesaggio è un elemento culturale che da sempre genera canoni estetici), lo si evince bene dall’immagine aerea seguente:

La collina subito a ridosso del nucleo principale di Neguccio dall’alto sembra quasi una ziqqurat, con tutti quei gradoni terrazzati così ben definiti e dall’andamento regolare, ora totalmente erbati ma un tempo, come detto, quasi certamente adibiti alla coltivazioni di ortaggi o di cereali. Probabilmente poco considerati se non ignorati da molti escursionisti che transitano dalla conca, quei segni umani impressi sul terreno rappresentano realmente un racconto culturale identitario del luogo e della sua storia, che in uno spazio così armoniosamente antropizzato è la storia stessa dei suoi abitanti. Ma può ben essere anche la “storia” dei viandanti che da Neguccio passano e vanno oltre, perché la relazione con il paesaggio viene intessuta e assume un senso culturale anche per qui pochi momenti nei quali si passa da lì, si osserva il luogo e se ne percepisce le peculiarità, anche fugacemente e superficialmente. Tanto può bastare per far intuire se non capire il valore sostanziale del luogo, e senza dubbio Neguccio di particolare valore e relativa bellezza ne ha in abbondanza.

Un sorprendente e rigenerante paesaggio bucolico, a due passi dal caos

La fascia collinare posta alle spalle della città di Lecco, sopra i rioni superiori e fino alle prime balze verticali del Resegone con i contrafforti avanzati del Monte Magnodeno e del Pizzo d’Erna, presenta località e angoli di bellezza sorprendente, capaci di regalare scorci di paesaggio naturale inattesi e affascinanti. Ciò innanzi tutto per essere a solo qualche decina di minuti a piedi dalla città e dal suo caos incessante, rispetto al quale rappresentano una dimensione antitetica e assai rigenerante, nonché per la particolare morfologia della zona, un susseguirsi di conche, valli e vallecole, piani e praterie, tozze sommità che d’improvviso s’innalzano di qualche decina di metri dal territorio circostante al quale infine dà ordine il solco del torrente Bione, che attraversa interamente la zona facendo da collettore per le acque della Val Comera, l’ampio bacino che caratterizza il versante lecchese del Resegone. Una varietà morfologica che d’altro canto denota una pari varietà geologica, con un gran mischiarsi di rocce, faglie e zone carsiche, incluse alcune depressioni che un tempo dovevano ospitare dei piccoli laghetti. Ugualmente suggestivo è il rincorrersi costante di boschi e di aree prative, destinate al pascolo degli animali o in qualche caso coltivate a ortaggi e frutteti, e la presenza sparsa di edifici rurali d’ogni tipo, dalle corti agricole ai piccoli nuclei alle stalle, i fienili isolati, le baite, le casette di villeggiatura come a Campo de’ Buoi (dove troneggia il grande edificio dell’ex Collegio, chiuso da decenni), chiesette e edicole votive – oltre all’ingombrante presenza delle grandi cave di calcare ai piedi del Magnodeno in località Vaiolo (un toponimo che certo non attrae simpatia!), sul cui futuro il dibattito è aperto da anni.

A proposito di toponimi, anch’essi contribuiscono a donare fascino al luogo con denominazioni sovente legate alle caratteristiche naturali o antropiche delle località che identificano ma che è la stessa loro sonorità a suscitare un’impressione di attraente ruralità e di cose di un’era ormai depositata in un passato inesorabile: Neguccio, Belasca, Cavagiozzo, Deviscio, Rovinata, Carbonera, i già citati Campo de’ Buoi e Vaiolo… La mappa toponomastica del territorio è sempre un libro aperto che conserva e propone intriganti narrazioni secolari, come accade sempre nelle zone la cui vicinanza ai principali centri abitati ha reso particolarmente frequentati, fruiti e antropizzati, e ciò è dimostrato anche dal labirintico reticolo di vie rurali che uniscono tutti questi luoghi, a volte con mulattiere ancora ben conservate, altre con sentieri ormai imboscati e scarsamente visibili oppure, nei tempi recenti, con la tracciatura di piste agrosilvopastorali che hanno certamente agevolato la frequentazione del luogo ma, in certi casi, danneggiato le antiche vie di transito.

Personalmente ammetto di avere una particolare predilezione per la conca di Neguccio, bucolicamente straordinaria e, appunto, veramente sorprendente. Ci si giunge dalle case più alte del rione di Germanedo in nemmeno mezz’ora risalendo la strada sterrata e in parte cementata che sale decisa nella boscaglia, lungo la quale il rumore della città poco sotto fa da sottofondo incessante al cammino, magari per qualcuno in modo irritante. Poi, quasi di colpo, la strada spiana, svolta verso sinistra e supera il ciglio dell’ampia conca carsica: altrettanto improvvisamente il rumore cittadino sembra scemare, quasi sparire, o forse è solo la sensazione influenzata dalla visione rigenerante della bucolica e verdissima piana, attraversata dalla stradina tra muretti a secco e piante da frutto e cosparsa di edifici rurali. Sembra di ammirare un quadro ottocentesco, un paesaggio dipinto tra arte romantica e primo impressionismo (ho giocato a immaginarmi qualcosa al riguardo nell’elaborazione in testa al post), soprattutto se la giornata è ben luminosa e della pioggia recente ha deterso il terreno così che i colori naturali risaltino al meglio. In ogni caso la città con il suo traffico caotico e i goffi palazzoni che in decenni recenti hanno congiunto il centro ai rioni pare lontanissima, lasciata alle spalle – e non solo metaforicamente. Dalla piana nemmeno si vedono i grandi sbreghi delle cave del Magnodeno, che una favorevole spalla boscosa discendente dal monte mantiene nascoste cingendo la conca a meridione; per nulla invece – ovviamente – viene da pensare alla trafficatissima superstrada che da Lecco sale verso la Valsassina, che taglia esattamente a metà i prati di Neguccio… ma nel sottosuolo, per fortuna!

A Neguccio si respira a pieni polmoni, ci si riempie lo sguardo di bellezza naturale, si gode la piacevolezza di un momento che apparentemente non parrebbe nulla di che ma invece, per molto di quanto ho scritto e per ragioni che chiunque formulerà personalmente, diventa prezioso e benefico. Ma è sufficiente giungere lì e semplicemente guardarsi intorno, magari dopo una giornata sfibrante – di quelle che dettano la nostra normalità quotidiana, ormai –, per ritrovare un’inaspettata quiete, una sottile allegria, una buona speranza, la possibilità di godere di un piccolo piacere tanto facile quanto provvidenziale. Può essere così che la stanchezza scivoli via proprio come pare che faccia il rumore della città, tenuto a bada dalle fronde dei boschi, dall’amenità del luogo e dal nostro spirito lassù finalmente ritemprato.

Vivere nella verticalità dello spazio

[Prato Leventina, nell’omonima valle ticinese. Foto di Alazar Ferrazzini da Unsplash.]

«Sempre più mi attrae, poi, l’immagine di un’esistenza e di un’attività che si prolungano nella verticalità dello spazio (propria, beninteso, di parecchi vichi maggiori delle valli ticinesi), un’economia che si sposta secondo la stagione dal villaggio al maggengo e da qui all’alpe, fino ai pascoli estremi, oltre i duemila, ormai quasi ubbidendo a millenarie leggi inviolabili.
«Non fa meraviglia che le fondamenta d’una tale struttura lentamente sistemata non abbiano subito gravi scosse per secoli. Era naturale – per limitarmi a un dato centrale – che in questa conca quasi di collina capre e pecore cedessero nettamente alle vacche, fortificando via più, diciamo così, il mito della razza bruna svittese. Ma sono lieto di scrivere che ancora poco fa ho visto passare nella Bedrina più nascosta un drappello di capre, toccate per riconoscimento di giallo alla base delle corna: un transito ordinatissimo, con fermatine per rapide pasture in cima allo strapiombo.
«Né muta per tanti anni il paesaggio: prati e campi, con qualche stalla, che separano l’uno dall’altro i villaggi, raccolti in gruppo non distratto da case stupide o spaesate.
«Non altrimenti che in altre parti del Cantone, il cambiamento può quasi dirsi recente: inevitabile, certo, ma non di rado senza regola, senza sufficiente rispetto del duro lavoro fatto in passato, insomma prodotto da un’impazienza pari alla noncuranza.»

[Giorgio Orelli, Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pagg.98-99.]

Le vedute letterarie del paesaggio ticinese di Giorgio Orelli sono sempre meravigliose, vividissime, profonde, saggi antropologici “minimi” narrati con una sensibilità poetica rara che raccontano molto più di quanto riportano le parole impiegate. Quelle che avete letto, riprese in Rosagarda, originariamente vengono dal testo che Orelli scrisse come prefazione della monografia Prato Leventina nelle carte medievali e nella tradizione, edito dal comune del Cantone Ticino nel 1985. La Bedrina citata da Orelli è oggi una riserva naturale che preserva le importanti torbiere presenti in zona: la potete conoscere meglio qui.

L’importanza di conoscere il luogo in cui si vive: un buon esempio

[Foto di Pi Quadro, tratta dalla pagina Facebook “Sei di Ello se…“]
Nell’occuparmi dei temi legati al paesaggio, una delle cose che mi lascia sempre parecchio sconcertato – seppur ingenuamente, lo so – è il constatare quanto poco molte persone conoscano del luogo in cui vivono. Ora non dico di conoscere a menadito l’intera geografia o la toponomastica storica oppure le vicende del passato o ancora l’origine di quanto il territorio contenga, ma non di rado mi tocca appurare che nemmeno le nozioni fondamentali, quelle ad esempio relative agli elementi geografici o antropici e che rappresentano i principali marcatori referenziali del territorio stesso, cioè l’identikit del suo Genius Loci, siano così (ri)conosciute. Posso capire che, nella nostra società contemporanea che crea e affastella a getto continuo cose nuove (o presunte tali) alle quali dare attenzione, togliendo così spazio ad altre ritenute non più importanti – senza contare poi quanto la geografia sia negletta al giorno d’oggi -, molte persone non siano più attratte o affascinate da ciò che hanno fuori dall’uscio di casa ovvero non vi conferiscano più importanza – difatti non addito ad esse alcuna colpa, la mancanza non è loro. D’altra parte capisco altrettanto bene, occupandomi di paesaggio sotto diversi aspetti, che la sfilacciata e trascurata relazione che oggi intratteniamo con il territorio che abitiamo, e con il paesaggio che da esso concepiamo, è molto spesso alla base delle principali problematiche che il territorio presenta, sia a livello prettamente culturale che di gestione politica.

Dunque, iniziative come quella organizzata per domenica prossima a Ello (comune in provincia di Lecco posto sull’affascinante Monte di Brianza, del quale ho ri-scritto di recente qui) e che qui prendo ad esempio di qualsiasi altra simile, sono quanto mai importanti e preziose. Se siete della zona o potete raggiungerla vi invito a parteciparvi, nella locandina lì sopra trovate le info principali al riguardo. Parimenti penso che iniziative così sarebbero da organizzare con continuità in ogni comune, coinvolgendo da una parte i soggetti in grado di poterle condurre (e ce ne sono di validi ovunque) e dall’altra soprattutto la popolazione del luogo. Conoscerlo e essere consapevoli di quanto sa offrire dal punto di vista geografico, storico, artistico, umanistico eccetera, è il primo e probabilmente fondamentale strumento di cura, di salvaguardia e di promozione del luogo stesso, a favore dei visitatori forestieri e ancor più di chi lo vive quotidianamente e lo può compiutamente sentire proprio, identificarsi nella sua anima (o con il suo Genius Loci) e farsi illuminare dalla sua bellezza, così che anche il viverci quotidiano diventi qualcosa di più piacevole, confortevole e appagante.

Un’altra di quelle azioni all’apparenza minime ma capaci di generare grandi e utili cose, insomma: da praticare quanto più possibile.

Il paesaggio di Milano tra arte e architettura

Di “paesaggi” ce ne sono innumerevoli, tanti almeno quante sono le persone che li possono singolarmente formulare. Tuttavia, essendo il “paesaggio” una costruzione della mente umana, se potesse essercene uno “per antonomasia” non sarebbe quello naturale ma il paesaggio urbano, dove l’intervento antropico di trasformazione dell’ambiente naturale è oltre modo compiuto spinto alle estreme conseguenze, nel bene e nel male.

Sabato 15 prossimo a Milano, alle ore 10.30, insieme a Passeggiate d’Autore, Luciano Bolzoni – architetto scrittore, curatore d’arte, direttore culturale di Alpes e socio fondatore di Articon – propone L’incanto dell’architettura. Il paesaggio milanese tra arte e architettura, un’originale esplorazione della città e di alcuni dei suoi luoghi peculiari dove l’architettura del ‘900 si fonde con la pittura contemporanea. L’incontro sarà l’occasione di legare due aspetti così importanti della cultura e della società cittadina come appunto l’arte e l’architettura, oggi fusi insieme nella mostra ARCHIMIA del pittore-architetto milanese Alessandro Busci alla Babs Art Gallery di via Gonzaga (curata dallo stesso Luciano Bolzoni), dalla quale partirà il piccolo tour che racconterà alcuni episodi chiave dell’architettura moderna della città, con particolare attenzione al genio progettuale del grande Gio Ponti. Alla Milano “firmata” dell’era attuale si contrappone il fervore progettuale del tempo, capace di dare un volto definitivo al centro cittadino: l’itinerario parte quindi dalla visita alla Babs Gallery per poi procedere verso Piazza del Duomo (Arengario di Griffini / Magistretti / Muzio / Portaluppi), e poi verso l’edificio di Gio Ponti di via San Paolo / via Agnello, per terminare in Piazza San Babila.

Un’occasione veramente affascinante per osservare e contemplare il paesaggio milanese da un punto di vista particolare e dotato di innumerevoli intensità narrative, con una guida d’eccezione e di rara competenza.

Per saperne di più e partecipare, visitate il sito web di Passeggiate d’Autore.