In difesa dei piccoli comuni di montagna, e della loro fondamentale cultura

Savogno, Alpi Retiche, 1 abitante.
Savogno, Alpi Retiche, 1 abitante.

Questo che state per leggere è un post “settoriale”, legato alle mie frequenti occupazioni di temi legati alla montagna – in chiave culturale, letteraria ed editoriale, concretizzata in diverse pubblicazioni, ma inevitabilmente anche sotto l’aspetto prettamente politico (nel senso nobile del termine) e, ultimo ma non ultimo aspetto, anche in senso culturale globale, visto che tratta della cultura antropologica midollare del nostro paese.
Mi sto riferendo alla proposta di legge C.65-2284AMisure per il sostegno e la valorizzazione dei comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti e dei territori montani e rurali, nonché disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici” approvata alla Camera lo scorso 28 settembre e ora in attesa dell’approvazione anche da parte del Senato (che invece ha fatto arenare precedenti tentativi di introduzione del testo – rallegriamoci ma non troppo, dunque): è il provvedimento – atteso da anni – che mira alla salvaguardia dei piccoli paesi rurali, insomma, che rappresentano una preziosa e fondamentale peculiarità italiana.

Arnosto, Prealpi Bergamasche, disabitato.
Arnosto, Prealpi Bergamasche, disabitato.

Come detto altrove, qui sul blog (proprio occupandomi di paesologia), l’Italia è un paese di paesi, piccoli centri abitati sparsi per le campagne e le montagne che il fremente e troppo spesso disordinato progresso del secondo Novecento ha costretto sempre più al margine della vita economica, sociale e culturale del paese, quando invece è proprio nei piccoli paesi che si conserva, da Nord a Sud, la nostra preponderante e più autentica cultura nazionale, nel mentre che città medie o grandi sempre più spinte ad imitare l’aspetto di metropoli hanno rapidamente cominciato a palesare gravi problemi di ordine sociologico e antropologico, tra globalizzazione culturale massificante, periferie degradate, non luoghi, alienazioni, dissonanze cognitive e quant’altro. D’altro canto, in un altro articolo pubblicato qui, ho indicato come la montagna – spesso presentata in modo enfatico tanto quanto pragmatico “scuola di vita” –  possa rappresentare il modello socioculturale migliore e più efficace per un buon risanamento (o rinnovamento, o rinascita, fate voi) dell’intera società, al fine di renderla finalmente più equa, più civica, più consapevole e più ricca di cultura, proprio come la montagna riesce ad essere ancora oggi nonostante gli innumerevoli sfregi (politici e non solo) a cui è stata sottoposta negli ultimi decenni.

Carenno, Gruppo del Resegone, 1.470 abitanti.
Carenno, Gruppo del Resegone, 1.470 abitanti.

A proposito della suddetta legge votata alla Camera, viene in mente un vecchio adagio milanese, che più o meno fa così: piutost che nigot, l’è mej piutost. Adagio che, ahinoi, si più assai spesso applicare a molti provvedimenti legislativi italiani, che vanno a cercare di coprire mancanze normative totali (in un paese che invece per altre cose di leggi ne ha fin troppe) col minimo sforzo e altrettanto risultato. Sia chiaro: per cercare di salvaguardare, rilanciare e valorizzare quell’immenso tesoro nazionale rappresentato dai piccoli paesi, ogni pur minima cosa utile deve essere apprezzata e sostenuta, posta la situazione altrimenti di ignoranza – ovvero di inettitudine (strategica, purtroppo) della politica sulla questione – pressoché totale. Piuttosto che niente, meglio piuttosto, dunque, anche perché, se nel suo complesso bisogna accogliere con favore il provvedimento appena votato, ferisce l’animo constatare ad esempio che, a fronte dei 5.585 comuni montani sotto i 5.000 abitanti (peculiarità che fornisce il titolo di “piccolo comune”), vengano stanziati 100 milioni di Euro complessivi in 7 anni per (cito da qui)finanziare interventi in tutela dell’ambiente e dei beni culturali, mitigazione del rischio idrogeologico, messa in sicurezza delle scuole, l’acquisizione delle case cantoniere e ferrovie disabitate per realizzare circuiti turistici e promuovere la vendita di prodotti locali”. Molto rozzamente, ma significativamente, divido quei 100 milioni stanziati in 7 anni per i 5.585 comuni che ne possono usufruire: fanno 17.905 Euro e spiccioli per comune. Una cifra che non basta nemmeno per mettere in sicurezza qualche metro di versante passibile di dissesto idrogeologico. Nulla, insomma, soprattutto e confrontato agli ingentissimi stanziamenti di soldi pubblici messi a disposizione a spron battuto per opere e progetti che poi si rivelano fallimentari, oltre che ottime occasioni per speculatori, tangentisti e criminali vari – politicanti e non – per intascarsi quei soldi. Ora, che un così esiguo stanziamento debba essere considerato uno sforzo ammirevole in tempi di crisi e di spending review, oppure un ennesimo segno di disinteresse verso i piccoli comuni il quale rischia di soffocare sul nascere qualsiasi buona intenzione scaturente dalla legge, lascio giudicare a voi.

Santo Stefano di Sessanio, Gruppo del Gran Sasso d'Italia, 117 abitanti.
Santo Stefano di Sessanio, Gruppo del Gran Sasso d’Italia, 117 abitanti.

Certo, anche qui si può dire: meglio quei 100 milioni che il nulla assoluto. Ma non serve essere esperti del settore per capire che tali denari non bastano affatto, che ci vuole molto di più, che occorre soprattutto una nuova – o, forse una rinnovata – antropologia culturale per i piccoli centri abitati italiani, una visione innovativa nel suo ripescare dal più virtuoso passato che finalmente consideri i paesi – e il territorio rurale nazionale in generale, di montagna ma non solo – una grandissima risorsa e una pari opportunità di sviluppo culturale, economico, sociale e mille altre cose, piuttosto che un peso che possa dar fastidio alle ricche e scintillanti tanto quanto degradate e decadenti città.
Ha ragione Franco Arminio quando dice che “Il paese è luogo per scrittori e non per cronisti. (…) Nei posti considerati minori sta accadendo qualcosa importante, qualcosa di vago e profondo che si può incrociare solo dotandosi di strumenti conoscitivi molto sofisticati.” Perché ancora oggi, checché ne pensino i politici che continuano a guardare con più favore alle città in quanto maggiori bacini elettorali dimenticandosi dei piccoli paesi, e dimenticando che essi stessi sono rappresentanti di un paese che è fatto di tanti piccoli paesi prima che di città, è proprio nei paesi che si conserva e spesso si genera autentica cultura – non solo, che si mettono in atto forme di gestione del territorio innovative ovvero forti del fatto di innovare ciò che viene dalla tradizione, sapendo bene che non può esistere alcun futuro che non abbia solide radici nel passato e consapevole progettazione nel presente.

Bova, Aspromonte, 442 abitanti.
Bova, Aspromonte, 442 abitanti.

Speriamo in bene, anche per noi che scriviamo e ci occupiamo di montagne, di genti delle terre alte, dei loro piccoli paesi e della vita di lassù: un mondo ricolmo di infinite storie, a volte meravigliose, altre volte tragiche ma sempre traboccanti di vitalità vera e inimitabile. Se la perdessimo, questa vitalità, se abbandonassimo i paesi al loro destino apparentemente segnato (ovvero, ribadisco, così determinato da una politica spesso del tutto distorta e miope, sperando che la nuova legge possa finalmente invertire la rotta e la sorte) significherebbe svuotare il nostro paese del suo midollo vitale, trasformandolo in una (forse) luccicante scatola antropologicamente vuota.

Franco Arminio, “Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di Paesologia”

cop_vento-forte«Paesologia? E che cos’è?»
Credo che non pochi si porranno una tale domanda, e la cosa non è affatto incomprensibile o criticabile. Io ne ho parlato più volte, qui nel blog, in forza di un personale interesse dovuto ai miei lavori di matrice geografica e antropologica sui territori montani della zona in cui vivo, ma certamente a mia volta, prima di questi impegni, potevo senza dubbio unirmi agli incompetenti in materia. Ed è un peccato, che la paesologia sia così poco conosciuta nonché praticata da chi possa farlo, perché è una disciplina a dir poco fondamentale, per il nostro paese.
Dunque, cos’è la paesologia? Lo dice il nome stesso: è la – se si può usare questo termine – “scienza” dei paesi, dei piccoli centri abitati, di quelli rimasti tagliati fuori dallo sviluppo economico e sociale del secondo Novecento subendone invece tutti i danni, ma anche di quelli che sono stati meramente dimenticati dai loro stessi abitanti, i quali magari vi risiedono ancora ma in una situazione di dissonanza cognitiva, di scollamento col territorio da loro stessi (ovvero dai loro avi) antropizzato, di sostanziale passività sociale e antropologica. La paesologia studia questi paesi, il loro declino, la loro “malattia”, cerca di coglierne più che i sintomi le cause, ma tenta di cogliere pure quello di buono, di sopito ma ancora acceso che c’è in essi, di ancora vivo e capace dunque di frenare la rovinosa caduta in un coma culturale (in senso generale) sempre più irreversibile, di contro ravvivando il paese e la sua storia, a volte millenaria, nobile, ricca di forza identitaria eppure così rapidamente svilita e calpestata dal progresso degli ultimi decenni, il quale ha favorito (se così si può dire, visti i problemi di altro genere e spesso anche più gravi – ma qui si intende in senso politico, soprattutto) le città e ha sostanzialmente dimenticato i paesi.
E perché fa tutto ciò, la paesologia? Molto semplice: perché in Italia i paesi sono il paese stesso. L’Italia è fatta di paesi, più che città, e di paesi di montagna più che d’altro: ciò perché l’Italia è un paese di montagne (a volte ce lo dimentichiamo ovvero pensiamo alle nostre bellissime coste, alle spiagge, al mare, ma basta prendere in mano una cartina…) e la montagna, che sia alpina o appenninica, è quella che ha subito i maggiori danni durante lo sviluppo economico novecentesco: dissoluzione delle tradizionali attività lavorative montane, spopolamento, trasformazione in realtà turistiche sovente totalmente avulse dal territorio, dalla sua cultura, relative cementificazioni selvagge, sfruttamento selvaggio e depauperamento delle risorse naturali eccetera eccetera eccetera… con tutte le conseguenze sociali del caso, spesso assai drammatiche.
Ecco: vi ho già detto molto di quello che è Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di Paesologia (Laterza, 2008), testo fondamentale di paesologia – come denota subito quel sottotitolo – dacché opera di chi la paesologia l’ha “inventata” e definita: Franco Arminio. Un “esercizio” di paesologia è qualcosa di tanto semplice, nella forma, quanto profondo e intenso nella sostanza…

franco-620x330(Leggete la recensione completa di Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

I paesi sono per gli scrittori, non le città (Franco Arminio dixit)

Mi consolo pensando che la paesologia ha una sua ragion d’essere, magari per dire quelle inezie che i giornali o la televisione non sanno più dire. Loro devono raccontare gli eventi e nel paese l’evento più importante è proprio questo non esserci dell’evento. Il paese è luogo per scrittori e non per cronisti. (…) Nei posti considerati minori sta accadendo qualcosa importante, qualcosa di vago e profondo che si può incrociare solo dotandosi di strumenti conoscitivi molto sofisticati.

(Franco Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia, Laterza, 2008, pag.87.)

arminioHa ragione Arminio, e non solo in qualità di fondatore della paesologia – anche se, indubbiamente, egli ha compreso più di tanti altri come in un’Italia che è paese di paesi la storia (nel senso più ampio e generale del termine, dunque anche le storie quotidiane e “ordinarie” ma solo all’apparenza, quelle alle quali la gran parte di chi scrive letteratura si ispira) si è generata e tutt’oggi si genera più nei paesi che nelle grandi città, le quali peraltro sono già ampiamente narrate dai mass media i quali da esse sono più attratti che da quegli insignificanti borghi dispersi per monti e valli… Invece ogni paese, anche il più minuscolo, spopolato, abbandonato, tagliato fuori da quello che noi intendiamo generalmente come “progresso”, è uno scrigno di storie infinite, di patrimoni materiali e immateriali, di culture preziosissime e illuminanti, di saggezze dalle origini ancestrali, di leggende, miti, di identità, di esistenze e di vite – oltre che di altrettante potenzialità sociali, culturali, economiche. Abbandonare i paesi al loro destino apparentemente segnato (ovvero così determinato da una politica del tutto distorta e miope) significa svuotare il nostro paese del suo midollo vitale, trasformandolo in una (forse) luccicante scatola antropologicamente vuota. E significa anche perdere tutte quelle storie che darebbero ad uno scrittore di che scrivere per una vita intera, facendogli in più comprendere la più autentica essenza della casa comune in cui viviamo.

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 16a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 13 giugno duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #16 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata: “La paesologia ci salverà”.
L’Italia è un paese fatto di pochi grandi centri urbani (e nessuno che si possa definire “metropoli”), tante città di provincia ma, ancor più, tantissimi piccoli e piccolissimi paesi, spesso situati in aree “difficili” come la montagna e che, anche per questo, hanno subìto in modo drastico il progresso industriale, urbanistico ed economico dal dopoguerra fino ad oggi, con fenomeni di spopolamento, impoverimento sociale e culturale, perdita di identità, abbandono e degrado. Per invertire il destino altrimenti così segnato di luoghi che, a ben vedere, ancora oggi rappresentano la realtà fondamentale del paese, sia sulle Alpi che sugli Appennini, è nata una nuova disciplina umanistica: la paesologia, termine “inventato” dallo scrittore irpino Franco Arminio, certamente il più famoso dei paesologi italiani. Ma cos’è la paesologia? Come “funziona”? Cosa dice e cosa fa per cambiare le cose? Sarà ciò che scopriremo in questa puntata di RADIO THULE.

Il piccolo e bellissimo borgo di Colle di Sogno, sulle Prealpi Bergamasche.
Il piccolo e bellissimo borgo di Colle di Sogno, sulle Prealpi Bergamasche.
Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Franco Arminio

franco_arminioLui è Franco Arminio, paesologo.

«Paes-che?» forse chiederà qualcuno di voi. Ok, un attimo di pazienza e vi dico tutto.
Di frequente, negli ultimi tempi, mi sono occupato di lavori editoriali (articoli su vari media, libri, testi e curatele culturali su carte geografiche…) basati sullo studio, l’esplorazione e la
conoscenza del paesaggio. Più specificatamente, in ciò che faccio cerco di offrire i più numerosi e approfonditi elementi culturali per fare che le persone possano ritrovare e riallacciare il legame antropologico con il territorio che abitano, riconoscendolo (in primis geograficamente ma poi, e in senso generale, culturalmente) ed essendo consapevoli della propria presenza su di esso e delle tracce che vi restano. D’altro canto – non sono io il primo a sostenerlo e, mi auguro, nemmeno l’ultimo – il paesaggio è un elemento culturale, tra i più potenti ed espressivi: a tale evidenza innegabile si collega quanto vado sostenendo, nelle occasioni pubbliche, ogni volta che ve ne è la possibilità: il paesaggio è come un libro aperto sul quale l’uomo scrive la propria storia, e i segni di scrittura nonché l’alfabeto che narra tale storia sono dati dalle case, i borghi, i paesi, le cascine, le stalle, le strade, i sentieri, le fontane, i muri a secco o d’altro genere, i campi arati, i pascoli… Insomma, tutto ciò che, appunto, è segno della presenza (più o meno proficua, chiaramente) dell’uomo sul territorio, tutto ciò che è vita umana e, di rimando, cultura della civiltà dell’uomo.
Posto ciò, sono tanto vicino in spirito e visioni quanto sempre più interessato a quei personaggi che fanno del paesaggio – quello più o meno antropizzato come quello naturale e “vergine” – il tema fondamentale delle proprie riflessioni pubbliche, e Franco Arminio è senza alcun dubbio tra i più prestigiosi e illuminanti di essi.

Ma, dicevamo, la paesologia: cos’è?

Essa consiste essenzialmente in una forma d’attenzione. È uno sguardo lento e dilatato, verso queste creature che per secoli sono rimaste identiche a se stesse e ora sono in fuga dalla loro forma”. Le “creature” sono, soprattutto ma non solo, i paesi di quella parte d’Italia dove Arminio è nato e vive e che lui definisce, con immaginifico epiteto, Irpinia d’Oriente.

Così spiega lo stesso Arminio, citato e puntualizzato da Linnio Accorroni nella recensione pubblicata su L’Indice a Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia, uno dei testi più importanti della produzione dello scrittore irpino; ma comprenderete bene come quella contestualizzazione mirata alla propria terra la si possa tranquillamente adattare e allargare all’intera Italia, così ricca di “creature” antropiche tanto ricche di cultura e autentica identità antropologica quanto così spesso bistrattate dalla gestione pubblica del territorio se non abbandonate – fisicamente come in spirito – dalla loro stessa gente, non più resa capace di comprendere il loro valore e dunque quel legame di natura antropologica, appunto, col territorio vissuto.

Vediamo ora di approfondire ancora più il concetto di paesologia, sempre con Franco Arminio e con un testo apparso nel suo blog  http://comunitaprovvisorie.wordpress.com/:

Che cos’è adesso la paesologia

La paesologia unisce l’attenzione al dettaglio con la spinta verso il sacro, mettere al centro la poesia cambia molte cose, significa mettere al centro della vita la morte, la morte non è una faccenda di un giorno solo, è la faccenda di ogni giorno, la morte muove l’anima, la poesia e la morte portano inevitabilmente a dio, non quello che ci hanno raccontato, un dio che non promette paradisi e inferni, un dio che è semplicemente un punto vuoto a cui approdare, il dio della paesologia è il niente.

La paesologia è sgretolata, arrancante, cerca la vita e la morte, che cerca il tutto e il dettaglio. Forse non ci può accadere niente di grande prima della morte, è come se avessimo un tappo che ci impedisce di scendere o di salire: è bello quando le persone hanno questa possibilità di scendere e salire in se stessi, dobbiamo avere un’ampia oscillazione, ma intanto le parole oggi non vengono fuori, l’anima non mi serve a niente stamattina, adesso devo uscire verso il sole, mettermi dentro il giorno e vedere in che punto del corpo il giorno mette l’anima, l’anima è la cosa di cui abbiamo bisogno, l’anima del mondo è il nostro lutto, più che la fine della comunità dovremmo piangere sull’anima perduta. L’anima del mondo è finita perché sommersa delle merci, le merci ci sono sembrate più comode al posto dell’anima, e la vita è diventata una trafila burocratica, una faccenda gestita da una ragione anemica e sfiduciata. Le merci hanno messo fuori gioco ogni leggenda, fuori gioco il sogno e in fondo anche l’amore, alla fine tutto quello che discende dall’anima è come se fosse messo fuori gioco.

La paesologia è oltre la decrescita, è fuori dalla logica di costruire società e benessere, l’uomo non deve costruire niente, siamo qui nel mondo, siamo qui e non si può dire nient’altro, siamo nel tempo che passa, non c’è niente da risolvere, non c’è una meta da raggiungere. Ci vuole una religione che ci dia quiete, che ci faccia accettare quietamente l’assurdo della condizione umana, ma anche la sua miracolosa bellezza. È bello vivere proprio perché siamo avvolti nel mistero e non abbiamo alcun compito e ogni volta che ce ne diamo uno ci stressiamo, ci mettiamo in una morsa. Ogni istante è uno spingersi verso l’istante successivo cercando di approdare a chissà che, come se quello che ci fosse non bastasse mai e fosse solo la premessa, la traccia di un esercizio da svolgere. Qui è la radice dell’inquinamento, nel sentirsi in colpa se il giorno gira a vuoto. Abbiamo un’anima ingorda e non cambia molto se si è ingordi di denaro o di amore o di divertimento. È l’ingordigia che bisogna spezzare, bisogna capire che la modernità e lo sviluppismo non sono tensioni capitalistiche. Sono molte migliaia di anni che abbiamo preso questa piega. E il cristianesimo l’ha rafforzata. Non ho le idee chiare su questo punto, ci sarebbe da distinguere tra San Francesco e Calvino, bisognerebbe indagare sul passaggio dal nomadismo dei pastori all’agricoltura. Dio è morto quando è nato il primo recinto e noi siamo le sue ceneri.

La paesologia è un soffio visivo sopra queste ceneri. È il batticuore delle creature spaventate: dalla nascita alla morte i nostri sono gli spasmi di un topo finito in una gabbia. L’essenziale c’è prima di nascere e dopo la morte, l’essenziale non è per noi. Dobbiamo accontentarci di qualche attimo di bene quando c’è.

Ecco. Qualcuno ha definito la paesologia una “neoscienza”, tuttavia – io credo – se tale la si deve considerare, è forse l’unica scienza esistente della quale possiamo essere tutti quanti rappresentanti: “scienziati” (se vogliamo restare in tale terminologia) di noi stessi e per noi stessi, ovvero di noi stessi e del territorio che abitiamo, cioè di noi e della nostra identità antropologica – la quale, sia chiarissimo da subito, non ha nulla a che vedere con qualsivoglia accezione di natura pseudo nazionalista-localista, anzi: è sinonimo di sicurezza identitaria e dunque di bagaglio culturale idealmente aperto a qualsiasi altro nonché costantemente pronto al dialogo, alla correlazione, all’integrazione. Esattamente come tra due o più conversatori che abbiano qualcosa di proprio da dire e da offrire agli altri, in un reciproco, costante e proficuo dialogo.

Lo scorso febbraio, a Trevico, si è svolta la seconda Festa d’Inverno della Paesologia. Nell’occasione è stato stilato un manifesto che puntualizza e riassume, in buona sostanza, quelli che sono gli scopi della paesologia e delle comunità provvisorie – nome anche dell’associazione appositamente creata per “promuovere e sperimentare pratiche di paesologia. In particolare promuovere nuove e libere forme di vita e aggregazione nei paesi, con più amorosa attenzione verso quelli più piccoli, isolati e poco frequentati” (dallo statuto).
Quello che è stato dunque definito Manifesto di Trevico così recita, al suo inizio e alla fine (lo potete leggere interamente qui):

Viviamo in un’epoca volante, ma è il volo dentro una pozzanghera.
Stiamo morendo e stiamo guarendo, stanno accadendo tutte e due le cose assieme.
Noi proponiamo l’intreccio di poesia e impegno civile. Abbiamo bisogno di poeti e contadini. Amiamo Pasolini e Scotellaro, amiamo chi sa fare il formaggio, chi mette insieme il computer e il pero selvatico.
Crediamo che bisogna unire le varie esperienze che si vanno opponendo alla deriva finanziaria e totalitaria dell’intero pianeta. Non basta, ad esempio, parlare di decrescita. Non basta la premura di avere prodotti alimentari buoni e sani. Non bastano le battaglie per la difesa del paesaggio e dei beni comuni. E non bastano i partiti che ci sono o quelli che si vorrebbero costruire.
Noi crediamo alle Comunità Provvisorie che uniscono queste esperienze diverse e altre ancora, annidate sui margini. Parliamo di Italia Interna, parliamo di paesi e montagne. Il loro svuotamento in atto da qualche decennio ha effetti che generano nello stesso tempo desolazione e beatitudine.
(…)
La vicenda umana ci sembra commovente quando è capace di alzarsi e abbassarsi nello stesso tempo, quando riusciamo a tenere assieme l’infimo e l’immenso, quello che accade nei palazzi della politica e nelle tane delle formiche. Ci interessa la salute delle persone e quella delle api. Ci interessa la democrazia, la gioia e il dolore. Occuparsi della tutela di un paesaggio ha poco senso se poi non ci accorgiamo dei paesaggi dolenti che appaiono sui volti di troppe persone.
La casa della paesologia non è nata per risolvere i nostri problemi e neppure quelli degli altri. Noi stiamo nel tempo che passa e sappiamo che di questo tempo alla fine rimane qualche attimo di bene che siamo riusciti a darci.
Crediamo che l’arcaico non vada cancellato da nuovismi affaristici. Dobbiamo provare a credere di più a queste nostre verità provvisorie e a farle conoscere con le nostre parole, coi nostri abbracci. Sogno e ragione, paesi e città non più come cose separate, ma luoghi diversi dello stesso amore.

Bene, mi auguro di avervi dato sufficienti input per cominciare a comprendere le tematiche di fondo e, ancor più, per approfondire la ricerca e il lavoro di Franco Arminio – nonché per conoscere meglio lo stesso personaggio e i suoi testi editi. Potete fare tutto ciò nei due blog di riferimento di Arminio, il già citato Comunità provvisorie – la “residenza” principale sul web dello scrittore irpino – e su Casa della paesologia, il blog espressamente dedicato alla paesologia e alla sua “casa”; ma c’è anche la pagina facebook della stessa associazione, qui.

Chiudo con le parole del sindaco di un piccolo comune della Sardegna, Bortigiadas, meno di 800 abitanti nella Gallura più storica, che ha avuto la fortuna di ri-conoscere il proprio paese grazie ad una recente visita di Franco Arminio, nella speranza che chiunque, nel proprio piccolo, possa fare la stessa cosa e diventare a suo modo un paesologo del proprio territorio:

La paesologia invita all’attenzione, ai piccoli gesti, ai saluti, alle gentilezze.
È la forma rivoluzionaria del vivere nella carne delle comunità, dentro al cuore.
Non è la rievocazione del piccolo mondo antico, è l’accelerazione del futuro.
Ha un nemico e non è la città. Il nemico è lo scoraggiatore militante, il rubatore di sogni, l’abigeatario di futuro, il parolaio, il lessico seccato dall’abitudine, la parola smunta nel partitificio.
La paesologia vive nei vicoli occupati dall’indifferenza, dallo scoramento, dall’abbandono. La paesologia non ripopola paesi, ripopola la speranza.
E mette insieme politica, militanza, sviluppo locale, sogni, visioni, poesia, musica, giovani, comunità, agricoltori, pastori, artigiani del sorriso e della lacrima.