Piero Manzoni, “Scritti sull’arte”

Da grande appassionato di arte contemporanea quale sono, se devo pensare al secondo Novecento artistico italiano, quello da cui si è poi sviluppata la produzione artistica visuale attuale – nazionale e per molti aspetti non solo – sono due i nomi che prima degli altri mi vengono in mente. Uno, assoluto, Lucio Fontana: secondo me l’artista più rivoluzionario del dopoguerra, nelle opere e nei concetti. Due, per una personale passione ma anche per una vicenda artistica e umana peculiare: Piero Manzoni. Originalissimo, anticonformista, sovversivo, ironico e sarcastico ma pure profondo, concettualmente strutturato, capace d’una visione laterale e preveggente circa la realtà e la sua rappresentazione visiva. Geniale pure lui, a suo modo e sulla scia di Fontana che, non a caso, lo protesse e sostenne sempre.

Pur avendo letto molto di Manzoni – a partire da questa bella biografia – conoscevo ancora poco i suoi testi, importanti non solo per la definizione delle basi concettuali della sua produzione artistica ma pure perché frutto di un interesse per la scrittura che avrebbe potuto regalarci un secondo Manzoni letterario, dopo il “classico” Alessandro, per come Piero intorno ai vent’anni rimase a lungo indeciso tra la carriera di artista e quella di scrittore. Tali testi sono raccolti in Scritti sull’arte (SE/Abscondita Edizioni[1], 2013, a cura di Gaspare Luigi Marcone), agile libro che offre sia gli scritti sull’arte editi da Manzoni in vita, dunque dal 1956 al 1963, sia un nutrito corpus di bozze, dattiloscritti, appunti, alcuni dei quali trascritti e pubblicati qui per la prima volta []

(Leggete la recensione completa di Scritti sull’arte cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

È necessario pubblicare, non scrivere

Un mio amico diceva: «è necessario scrivere, non è necessario pubblicare»; verità di un certo livello di profondità, che ritroviamo nel suo contrario, quello che sto scrivendo: «è necessario pubblicare, non è necessario scrivere». A dimostrazione della fondatezza del mio assunto, mi permetterò di offrire al tipografo una riga inesistente:

come avete visto, la riga non c’è.

(Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Adelphi Edizioni, 1994.)

Camus, Silone e la (mancante) cultura “europea”

P.S. – Pre Scriptum: questo di seguito è un articolo che scrissi quattro anni fa, nel dicembre 2015. Me lo sono ritrovato davanti e riletto, di recente, e credo (o temo) che resti del tutto attuale, anzi, più oggi di allora. Ve lo ripropongo, dunque.

camus-siloneSovente sui media ci capita di sentire parlare in modo critico di “Europa”, da parte di coloro i quali, per parte politica, interesse, convinzione più o meno giustificata e giustificabile o altro,  ne avversano concetto, forma e sostanza.
Certamente tali pulsioni anti-europeiste pescano nella (spesso più bieca e vuota) politicaggine partitica, pugnace in quel senso solo per mera convenienza di potere – o di relativa opposizione ad esso nel tentativo di ribaltare la situazione a proprio favore, ovvio. Tuttavia non posso non vedere un serio pericolo in questo anti-europeismo populista, per come in esso e con esso si finisca per confondere l’Europa in quanto istituzione politica e l’Europa in quanto territorio di storia, cultura e tradizioni comuni, oltre che di valori condivisibili per genesi antropologica e sociologica comune. Sia chiaro, il pericolo (ugualmente di carattere populista) esiste anche in senso opposto, ove l’Europa sia identificata meramente come entità politica e non come compendio comunitario dei caratteri sopra esposti. Il tutto, poi, scivola inesorabilmente o nel provincialismo campanilista più retrivo e antistorico ovvero, dall’altra parte, nel globalismo ideologico più massificante e culturalmente omologante.
Su tale questione, ho letto di recente una citazione di Albert Camus che a sua volta cita Ignazio Silone – due grandi della letteratura del Novecento, inutile rimarcarlo. Citazione tratta da un numero di qualche tempo fa (ottobre 2015, per la precisione) del mensile Montagne360, inserita in un articolo che presenta il sentiero dedicato allo scrittore abruzzese tracciato attorno a Pescina, suo borgo natale, e che in poche parole svela cosa significhi essere veramente europei (prima che europeisti così come anti-, naturalmente) ovvero cosa manchi a livello culturale, purtroppo, nel distorto concetto oggi diffusosi di “Europa”:
Così dunque scrisse Camus – nel 1957, tenetelo ben conto:

E’ perché amo il mio paese che mi sento europeo. Guardate Silone, che parla a tutta Europa. Se io mi sento legato a lui è perché egli è nello stesso tempo incredibilmente radicato nella sua tradizione.

E si tenga conto come da parte sua Silone, nell’introduzione a Fontamara, confermasse questa visione glocalista (per usare un termine tanto brutto quanto modaiolo) della propria letteratura:

Tutto quello che m’è avvenuto di scrivere, e probabilmente tutto quello che ancora scriverò, benché io abbia viaggiato e vissuto a lungo all’estero, si riferisce unicamente a quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui.

Ecco: brevemente tanto quanto profondamente Camus, già quasi 60 anni fa e prendendo a modello tale visione nostranamente cosmopolita (mi si passi l’ossimoro, opinabile ma è per fini di sintesi) di Silone circa la propria scrittura, ha saputo spiegare quale forma e sostanza possa e debba avere un’Europa autenticamente comunitaria e identificante per chiunque vi faccia parte, dal Circolo Polare Artico al Mar Mediterraneo. Un concetto massimamente culturale che contiene l’identità locale e l’identificazione continentale, questa seconda come logica e inevitabile somma delle prime. Un concetto antropologico, semplicissimo eppure ignorato da tanti, volutamente o meno, se non proprio rifiutato, combattuto, oltraggiato: per egoismo, anacronismo, ottusità, ignoranza, follia.
Un concetto che finché non sarà finalmente compreso nel modo più ampio possibile, non consentirà alcuna effettiva unità europea, ne dal punto di vista politico-istituzionale, ne (cosa per certi aspetti pure più grave) da quello culturale, civico e antropologico. Con le conseguenze che abbiamo già da tempo sotto gli occhi.

La cattiva letteratura

La cattiva letteratura, proprio come l’arte, esisterà sempre. Le turbe di individui che hanno letteralmente, ostacolato la vita dell’arte cercando di ridurla al rango di un giochetto formale, che hanno fatto il possibile per evitare ogni impegno superiore per sé e per gli altri, gli eterni fanatici della “castrazione spirituale” come avrebbe detto Goethe, non vedranno ritornare ciò che presso loro non ha mai albergato. L’artista e lo scrittore ritornano solo alla lotta contro i luoghi comuni, alla libera ricerca.

(Piero Manzoni, Scritti sull’arte, SE/Abscondita Edizioni, 2013.)

Il Natale intimidatorio

Mentre scrivo, mancano ancora alcuni giorni al Santo Natale; quindi mi trovo nel momento in cui più faticosa e coatta è la macchina intimidatoria con cui si cerca di tenere a bada l’orrore dell’evento. Giacché appartiene certamente alla regione dell’orrore.

(Giorgio Manganelli, Il presepio, Adelphi Edizioni, 1992.)

Non sono nessuno per poterlo dire ma ci tengo comunque a dire che, per me, Manganelli è uno dei più grandi tesori in assoluto della letteratura italiana. Un altro di quelli che, se così posso dire, “oggi non ne nascono più“. Da leggere sempre e comunque.

(Immagine di Manganelli tratta da qui, da me rielaborata.)