Se sul futuro della montagna i bambini imparano mentre gli adulti vaneggiano…

(Articolo pubblicato su altavita.com il 20/11/2017):

In tempi di sempre più profondi cambiamenti climatici, di imminente estinzione dei ghiacciai alpini (la principale riserva di acqua potabile a nostra disposizione, è bene ricordarlo), di palesi gravi problemi di siccità, e posto lo stato di fatto del mercato turistico invernale attuale, credere di poter rilanciare stazioni sciistiche (in passato già fallite, peraltro) attraverso nuovi impianti di innevamento artificiale è un po’ come affannarsi a nuotare in una piscina priva di acqua sperando di riuscire ad arrivare dalla parte opposta prima di sfinirsi inevitabilmente per l’inutile sforzo. La prova di una dissennatezza profonda nonché d’una grande mancanza di cultura, insomma.

Veramente c’è da riporre ben poca fiducia in siffatti amministratori pubblici, membri di una fin troppo numerosa fazione alla quale evidentemente nulla interessa del proprio territorio e della sua autentica salvaguardia e tutto interessa di propri personali tornaconti – ovvero, in alternativa a ciò, ai quali amministratori pubblici la testa non deve più tanto funzionare bene da parecchio tempo, ormai.

E veramente, di contro, c’è da porre la massima fiducia (e l’altrettanta speranza) in una nuova generazione di cittadini-montanari civicamente consapevoli dell’importanza, del valore e delle potenzialità dei propri monti sui quali, sia chiaro, si potrà pure praticare lo sci su pista ma solo in modo totalmente sostenibile, sia ambientalmente che economicamente, ma in primis ove possano finalmente nascere nuove (o rinnovate) forme di turismo in virtuosa armonia con l’ambiente montano le quali, se ben concepite e messe in atto, saranno senza alcun dubbio ben più remunerative di quelle fino ad oggi praticate e stoltamente perseverate. Con l’aggiunta di avere una montagna nuovamente e veramente viva, vitale, salvaguardata e valorizzata al meglio, e non il solito, vile e dannoso divertimentificio alpino: quello che la montagna la svilisce, la soffoca e, inesorabilmente, la uccide.

P.S.: ennesimo grazie a Michele Comi, che sulla propria pagina facebook ha pubblicato i due articoli ripresi nell’immagine in testa al presente post, rimarcandone la sconcertante contraddizione.

Carlo Limonta (in gir cunt i Sant!)

Chiamatelo film maker, video maker, documentarista o più “tradizionalmente” regista – oppure ancora cineasta, come si diceva una volta… In un modo o nell’altro Carlo Limonta è comunque, e prima ancora di qualsivoglia qualifica “tecnica”, un eccellente narratore di storie in immagini, che sa rendere suggestive e creative ma, al contempo, potentemente espressive ed esplicative, senza peraltro mai nulla togliere al fascino proprio di chi o cosa di quelle immagini è il soggetto. Così dalle sue opere scaturisce una realtà affascinante, vivida, eloquente, sempre illuminante eppure apparentemente “semplice”: come quelle narrazioni dietro la cui mera trama, di primo acchito così lineare, quasi essenziale, si nasconda un Universo di suggestioni, memorie, rimandi, sensi e significati, sapienze e saggezze, sogni e chimere. Ne esce insomma, dalle opere di Limonta, una realtà vera, nel senso più pieno, alto del termine ovvero più profondo e attinente a quel concetto autentico di “verità” oggi sovente travisato e distorto.

Il suo pluripremiato Al Gir di Sant lo dimostra perfettamente, fin da suo saper unire in modo sorprendente tanto quanto filosofico, quasi, l’ambito religioso più tradizionale e quello laico-panteista, dalla cui correlazione scaturisce un (altrettanto) vero senso di armonia verso la Natura, verso il mondo d’intorno nel suo insieme e verso sé stessi. Al di là del bene e del male ovvero verso un’autentica spiritualità umana emancipata dalle “pesantezze” quotidiane: una condizione dell’animo che più di ogni altra ci può elevare da una altrimenti inevitabile pochezza esistenziale.

Al Gir di Sant lo potrete vedere venerdì 17 novembre a Monte Marenzo, come recita la locandina qui sopra pubblicata (cliccateci sopra per aprirla in un formato più grande). Ci sarà anche Carlo Limonta, con il quale potrete approfondire la conoscenza della narrazione che le immagini del film vi offriranno nonché le suggestioni suscitate. Se potete, dunque, non perdetevela quest’occasione: ne tornerete sicuramente arricchiti e non solo di immagini e visioni, pure d’una preziosa e luminosa consapevolezza.

Brucia la montagna, brucia la civiltà

A destra un’immagine dal Piemonte e a sinistra dalla Valtellina, riprese praticamente nelle stesse ore, settimana scorsa. Per entrambe, un’unica realtà, un unico senso: devastazione.
Sono le ennesime di una lunga serie che la storia italiana presenta da decenni e nelle ultime ore si sta purtroppo infoltendo di nuovi casi: anche così si “uccidono” le montagne, si distruggono il patrimonio ambientale, la loro cultura, il loro futuro e quello della gente che vi vive. Con buona pace di chi creda che tali fatti siano solo il frutto di “sfortunate fatalità naturali” e non pensi che la prevenzione di tali eventi sia parte integrante e fondamentale della buona gestione dei territori di montagna e della preservazione del paesaggio – il quale è un elemento culturale primario – ancor più oggi con gli inquietanti cambiamenti climatici in atto. La scellerata assenza di tali azioni, ormai sempre più diffusa (sui monti e non solo), è un’ignobile mancanza della politica, senza dubbio, ma pure – e in senso generale mi viene da dire soprattutto – una tragica e letale mancanza di cultura e di senso civico. Cioè di autentica civiltà: che sui monti si trova ancora più che altrove, e che va salvaguardata, ovunque essa sia, da qualsiasi “civile” scelleratezza così come dai tanto frequenti (e assai italici) “stati di calamità naturale” con i quali continuiamo a scaricarci d’ogni responsabilità nonché, ugualmente e senza nemmeno comprenderlo, “scaricandoci” da qualsiasi buon futuro, incenerito prima ancora che si sviluppi.

P.S.: sarebbe pure finalmente il caso di considerare il reato di “incendio doloso” ai danni del patrimonio ambientale come tra i più gravi dell’ordinamento penale, adeguando le relative condanne alla massima severità ovvero ben di più quanto oggi la giurisprudenza preveda. Molto, molto di più.

INTERVALLO – Rochers-de-Naye (Svizzera), “A story of the future”

L’artista francese Guillaume Legros, conosciuto come Saype, è l’autore di A story of the future, una favolosa e poetica opera d’arte realizzata direttamente sui prati del monte di Rochers-de-Naye sopra Montreux, in Svizzera.
L’opera ritrae una bambina intenta a leggere un libro di fiori ed è ampia ben seimila metri quadri. È stata dipinta con più di 600 litri di una pittura biodegradabile, composta da farina, olio di lino, acqua e pigmenti naturali.

Inutile dire come, una volta ancora, il libro sia l’oggetto fondamentale per esprimere i più intensi messaggi di fiducia nel futuro attraverso la cultura, probabilmente l’unica reale salvezza per il nostro mondo con tutta la sua dostoevskijana bellezza, appunto. Per di più qui declinata pure nell’accezione più evidente in tal senso, quella legata al paesaggio naturale, nel quale l’uomo (ovvero l’artista) interviene senza stravolgere o corrompere, ma armonizzandosi ad esso e ai suoi elementi.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web di Saype.

Consumo (di belle parole)

Comunque, a fronte di tante belle parole spese da più parti (istituzionali e non) sulla difesa dell’ambiente naturale e sulla salvaguardia del territorio – peraltro un territorio ovunque di pregio, in Italia – il consumo del suolo nazionale e la relativa cementificazione continua al ritmo di 3 metri quadri al secondo, che nell’anno 2016 sono equivalsi alla cancellazione di 23mila km2 (dati ISPRA, qui).

Il che, in fondo, è un po’ come le altrettante belle parole che si spendono da più parti in difesa e a favore dell’esercizio della lettura alle quali corrisponde da anni un’irrefrenabile (ovvero “irrefrenata”) morìa di librerie.

(Nell’immagine in testa al post: Nemos, Cagacemento, Milano 2010.)