Tu non devi amare né odiare il popolo.
Tu non devi affatto preoccuparti di politica.
Tu non devi essere né ricco né povero.
Devi evitare di seguire coloro che sono ricchi e potenti.
Devi prender moglie fuori dal tuo popolo.
Devi lasciare ai tuoi amici la cura di allevare i tuoi figli.
Non devi accettare nessuna cerimonia dalla Chiesa.
Come riferisce de Portalès, Nietzsche amava disseminare i suoi quaderni di “massime” estemporanee, sorta di istantanee in parole di visioni e di guizzi del pensiero improvvisi trasformati, attraverso la scrittura, in princìpi a volte provocatori e apparentemente paradossali ma, d’altro canto, in fondo coerenti e “conseguenti” alla sua così rivoluzionaria visione del mondo. Oltre che, a mio modo di vedere, in certi casi assolutamente validi anche oggi, in un presente che di guizzi intellettuali rivoluzionari come quelli del grande filosofo tedesco sembra essere drammaticamente privo.
P.S.: Cliccate sull’immagine per leggere la personale recensione di Nietzsche in Italia.
Quando sono intenti a esaminare un uomo, gli occhi di un animale sono vigili e diffidenti. Quel medesimo animale può benissimo guardare nello stesso modo un’altra specie. Non riserva uno sguardo speciale all’uomo. Ma nessun’altra specie, a eccezione dell’uomo, riconoscerà come familiare lo sguardo dell’animale. Altri animali sono tenuti a distanza da quello sguardo. L’uomo diventa consapevole di se stesso nel ricambiarlo.
Forse è anche per questo che nessun’altra specie come l’uomo ha sterminato così tante altre specie viventi: perché in esse ha sempre e solo visto sé stesso e i propri fini – di piacere, guadagno, interesse personale, vittoria, sopraffazione… – mai altre creature ugualmente vive e altrettanto intelligenti se non di più, solo in modo diverso, nonché con le quali rapportarsi in un rapporto biologico ed ecosistemico tanto naturale e necessario quanto incompreso o rinnegato. Ma è basta autoproclamarsirazza più intelligente sul pianeta per togliersi di mezzo anche questo “problema”.
Così, cito ancora John Berger, al riguardo:
“Gli animali stanno scomparendo ovunque. Negli zoo sono un monumento vivente alla loro stessa scomparsa. Così facendo, hanno provocato la loro ultima metafora.”
Una piccola biblioteca pubblica che evoca innumerevoli suggestioni come poche altre (anche quando ben più grandi e prestigiose) sanno fare, quella di Çankaya, città nei pressi della capitale turca Ankara. Qui, i netturbini locali hanno preso a recuperare e “salvare” i libri che trovavano tra i rifiuti raccolti quotidianamente, arrivando in breve tempo ad accumularne un numero cospicuo e a interessare alla loro iniziativa molti altri residenti, che a loro volta hanno donato libri propri ovvero ritrovati un po’ ovunque. Così, il 18 gennaio scorso, è stata inaugurata una biblioteca pubblica con ben 6.000 volumi ordinati nei suggestivi locali di una ex fabbrica di mattoni a sua volta abbandonata, realizzando un’iniziativa meravigliosa, di raro valore socio-culturale e, come detto, dalle molteplici suggestioni profondamente esemplari. Ad esempio dimostrando come i libri (e la cultura in genere) sappiano suscitare grandi cose e migliorare il mondo anche quando abbandonati o deprecabilmente gettati nella spazzatura.
Cliccate sulle immagini per saperne di più oppure qui per leggere un articolo al riguardo di CNN (in inglese).
P.S.:en passant, i libri non si buttano mai via, nemmeno quelli peggiori. Piuttosto si regalino a qualcuno o alla biblioteca più vicina. A chiunque li gettasse nella spazzatura comminerei svariati mesi di condanna ai servizi sociali, se ne avessi facoltà.
P.S.#2: grazie a Rossella Mauri che ha indirettamente ispirato questo articolo.
(Una rassegna degli articoli più “cliccati” dell’ultimo anno qui sul blog, in attesa di tornare a pieno regime dopo l’agognata e giammai necessaria pausa vacanziera! 😉 )
Jorge Méndez Blake è un artista messicano le cui installazioni di frequente rappresentano la combinazione delle sue due grandi passioni, l’architettura e la letteratura e nelle quali materiali ed opere sono indistinguibili, la materia stessa è l’opera d’arte comprensiva del suo significato e della sua efficacia rappresentativa ed espressiva.
L’opera nelle immagini si intitola El Castillo (“Il Castello”), prendendo il nome dal libro che ne è protagonista, proprio Il Castello (orig. Das Schloß) di Franz Kafka, e dimostra, nemmeno così metaforicamente, come la forza (culturale) di un solo libro, e di quanto esso rappresenti, possa tanto sostenere un muro quanto deformarlo, intaccarne la solidità, esserne elemento costitutivo e costruttivo (se il muro fa da fondamenta a una buona realizzazione) ma pure distruttivo (se serve a dividere e a separare). Si può costruire la muraglia più possente e apparentemente invalicabile, insomma, ma nemmeno questa avrà mai la forza e l’impatto della buona cultura.
Cliccate sulle immagini per saperne di più oppure qui per visitare il sito web di Méndez Blake.
(Una rassegna degli articoli più “cliccati” dell’ultimo anno qui sul blog, in attesa di tornare a pieno regime dopo l’agognata e giammai necessaria pausa vacanziera! 😉 )
Un anno fa (questo articolo è stato pubblicato in origine il 10 gennaio 2018 – n.d.L.) ci lasciava Zygmunt Bauman, uno dei maggiori e più influenti pensatori dell’epoca contemporanea, al quale si deve molto della più illuminata visione del tempo presente che possiamo elaborare.
Lo ricorda David Bidussa con un articolo pubblicato sul sito web della Fondazione Feltrinelli, nel quale disserta dell’ultimo lavoro pubblicato da Bauman, Retrotopia, in particolare dell’importanza ontologica della lingua e della fondamentale necessità di denominare le cose del mondo in cui viviamo al fine di identificarle, riconoscerle, condividerne sostanza e senso dunque per porre le migliori basi alla loro comprensione.
Scrive Bidussa al proposito:
Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza.
È nel nome che la lingua manifesta il suo carattere ontologico: nel nome il mondo viene alla presenza, nel nome l’uomo si apre alla verità del mondo. In esso la parola dell’uomo si apre, prima ancora che alla conoscenza del mondo, all’incontro con il mondo e la sua lingua si svela tutt’altro che semplice strumento per afferrare e impadronirsi di ciò che non ha lingua.
Le cose esistono, ma non basta indicarle. Per comprenderle, perché acquistino per noi un significato, siano discutibili, entrino a pieno titolo nella riflessione pubblica e dunque siano oggetto di confronto, e di crescita, occorre che abbiano un nome. La facoltà di nominare come aveva intuito molto tempo fa Walter Benjamin nel suo Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo(1916), è quella condizione e quella possibilità che consente poi di dare un volto e, nel tempo, contenuto alle cose. Non consente solo di riconoscerle, ma di parlarne.
Non è un caso se tali principi risultino fondamentali anche nello studio geoculturale e antropologico dei territori e dei paesaggi, disciplina che m’appassiona ormai da tempo – altrettanto, non è causale che a mia volta consideri Bauman fondamentale anche per tali studi, attraverso la cui lente mi viene di leggere quanto scritto da Bidussa. Il pensiero del grande sociologo polacco mi fa tornare alla mente quanto ha scritto un altro grande osservatore di mondi, territori, paesaggi, genti e culture, Paolo Rumiz, in La leggenda dei monti naviganti: «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi». È sul serio una verità assoluta, questa: i nomi delle cose, ancor più quando diventano nomi di luoghi dunque toponimi, sono “contenitori” tanto piccoli nella forma quando infiniti nella capienza di culture, sapienze, tradizioni, usi e costumi, storie grandi e belle o tristi e terribili, vicende umane, credenze, leggende, miti. Rappresentano perfettamente il carattere ontologico della lingua citato da Bauman e rimandano allo stesso carattere identitario-culturale del linguaggio, rappresentando pure, i nomi e i toponimi, marcatori referenziali fondamentali alla generazione del legame antropologico tra uomo e territorio, ambiente, paesaggio, spazio (e anche tempo) ovvero con l’intero pianeta sul quale tutti stiamo e con ogni cosa esso contiene. Un legame che, nella sua essenza ancestrale e immutabile, definisce il nostro essere “civiltà” se non, ancor più specificatamente, identifica cosa è la civiltà umana.
Forse Bauman, sostiene Bidussa, ci ha proprio lasciato “orfani” di una parola, un ultimo fondamentale nome, capace di definire una genealogia del presente e identificare, almeno in nuce, il futuro che ci attende. Sicuramente e non solo, dico io: come già scrivevo un anno fa nel giorno della sua scomparsa, un uomo e una mente come Zygmunt Baumanmancheranno sempre di più, alla nostra civiltà e al nostro futuro.
P.S.: potete leggere l’articolo integrale di David Bidussa cliccando sull’immagine in testa a questo post.