Del “dare” libri a chi non li vuol leggere

E se in fondo l’unico sistema per convertire alla lettura quelli che non leggono perché non hanno voglia di farlo non sia tanto quello di rieducarli al proposito ma, più semplicemente, di prenderli a sonore mazzate? Voglio dire, nel senso di offrire, portare, recare direttamente loro i libri da leggere ma di spigolo, per quelli brossurati, o di punta per quelli con la copertina rigida. E facendogli sentire tutto il peso della cultura, quando non goduta nel miglior modo possibile. Ecco.

P.S.: certamente, io sono contro la violenza. Almeno quanto sono contro quelli (e sono tanti, troppi) che non leggono libri adducendo motivi futili e obiettivamente indegni – soprattutto per quanto, palesemente, leggere buoni libri farebbe loro soltanto del gran bene, molto più che ad altri. E all’intera società civile di cui fanno parte, pure.

La soluzione finale

Io, in ogni caso, resto fermamente convinto che se si eliminasse la TV questa nostra società sarebbe migliore e più civica di quanto sia. Oppure, sarebbero da istituire dei – se mi passate la definizione – “corsi di visione intelligente del mezzo televisivo” chiaramente obbligatori per tutti. Perché, sia chiaro, il problema non è la TV in sé: è ciò che propina e in che modo il suo pubblico assume quello che gli viene propinato – con tutte le relative conseguenze. È d’altro canto inutile continuare a dibattere se si sia degradato prima il pubblico oppure i programmi, ovvero chi abbia generato una certa domanda e una certa conseguente offerta: è ormai esercizio di pura retorica, interessante nella forma ma inutile nella sostanza, appunto.

E siccome immaginare di cambiare i palinsesti attuali è cosa assai ardua, per quante poltrone si dovrebbero far saltare e per quanta gente su di essi subdolamente ci campa, verrebbe più facile educare le persone alla visione di quei (pochi) programmi intelligenti (il che non significa automaticamente che debbano essere culturali) che qualche canale ha ancora l’ardire di produrre. Tuttavia, posto che pure tale soluzione potrebbe risultare di assai ardua realizzazione, anche in forza dello stato di grave e forse irrecuperabile lobotomizzazione televisiva ormai sofferto da molti telespettatori, facciamola breve, eliminiamo la TV e tutto quanto di relativo e stop, fine, basta, amen. Ecco.

P.S.: hanno un bel dire, al momento, quelli che sostengono che in fondo il web è uguale se non peggio della TV. Forse lo sarà, un domani, forse invece non lo sarà mai, fosse solo per la sua naturale pluralità e la ben più libera fruibilità. Infatti, non a caso, nel giro di qualche anno il web se la mangerà, la TV: e se questo sarà buona cosa o ulteriore tragedia lo scopriremo solo assistendo, già.

Scrivere, per evitare una crisi (Emil Cioran dixit)

Scrivo per non passare all’atto, per evitare una crisi. Non ho scritto una sola riga alla mia temperatura normale. Scrivere è una provocazione, una visione fortunatamente falsa della realtà che ci situa al di sopra di ciò che è e di ciò che ci sembra essere. Esiste un vantaggio ancora più notevole, di cui lo scrittore ha il monopolio: quello di sbarazzarsi dei propri pericoli. Mi chiedo cosa sarei diventato senza la facoltà di riempire delle pagine. Scrivere significa disfarsi dei propri rimorsi e dei propri rancori, vomitare i propri segreti.

(Emil M. Cioran, Esercizi di ammirazione. Saggi e ritratti, Adelphi, 1988, traduzione di Mario Andrea Rigoni e Luigia Zilli.)

Quella di Cioran è un’ennesima attestazione nei confronti della reale e profonda essenza dello scrivere, per che compia tale pratica artistica con piena cognizione di causa. Una pratica sempre intensa, sconquassante, autodestabilizzante, a volte pure sconvolgente. Giammai solo una “passione”, un “divertimento” o altro di simile, no: qualcosa invece che brucia ovvero raggela l’animo nella sua parte più profonda, e che proprio per questo può diventare qualcosa di veramente grande – anche per ne gode, per il lettore. O qualcosa di annientante – spesso a insaputa dello stesso autore ma non del buon lettore, quello che legge per sua precisa volontà e non che legge per “calcolata persuasione”.

Come ti “psicanalizzo” Freud… grazie a Giacomo Paris e al suo ultimo romanzo, questa sera in RADIO THULE!

Questa sera, 7 maggio duemila18, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 11a puntata della stagione 2017/2018 di RADIO THULE, intitolata “Il sigaro di Freud!

Sigmund Freud, già. Uno di quei personaggi che persino i sassi conoscono, del quale poco o tanto sappiamo cosa ha fatto e che tutti quanti citiamo più o meno frequentemente. Ma se conosciamo lo scienziato-Freud, immortale inventore della psicanalisi, cosa ne sappiamo dell’uomo comune-Freud, della sua vita e di come finì, delle paure e delle ossessioni che anch’egli aveva, della sua dipendenza dai sigari e pure da altre cose ancor meno “morali”? Appunto: e se l’ultimo anno di vita di una così “granitica” ed emblematica figura culturale della nostra epoca moderna fosse stato in realtà scandito da molti degli stessi disturbi che Freud studiò su innumerevoli pazienti lungo tutta la sua celeberrima carriera? Se fosse stato molto più sorprendente, sconcertante e, per molti aspetti, disorientante di quanto la realtà storica ci racconta?

Proprio quello che è stato l’ultimo anno di vita di Freud – anzi, che potrebbe essere stato – viene immaginato e narrato da Giacomo Paris nel suo ultimo romanzo, Il sigaro di Freud: un racconto ironico e originale tanto quanto sagace, una di quelle storie che coinvolge il lettore pagina dopo pagina, catturandolo e trascinandolo in un cammino narrativo fuori dal comune, intenso e di grande spessore letterario. Sono dunque loro, Giacomo Paris e il suo ultimo libro, gli ospiti di questa nuova puntata di RADIO THULE, una puntata sorprendente quanto la storia di cui andremo alla scoperta!

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, quiStay tuned!

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