Come Marica Branchesi

Be’, se potessi ritornare piccolo, direi che da grande mi piacerebbe diventare una persona come Marica Branchesi.

Altro che tutte quelle mezze cartucce che i media ci propinano come “vip” (minuscolo sì) ma le cui “opere” quotidiane mi sembrano meno importanti di quelle del paracarro di granito in fondo alla mia via!
Come Marica Branchesi, invece. Ecco.

(Se non lo sapete già, cliccate sull’immagine per conoscere il perché.)

Il biotestamento, e il bioterrorismo

Ben venga l’approvazione parlamentare definitiva della legge sul biotestamento. Il quale non è argomento politico di parte (semmai lo è nel senso originario del termine) né ideologico o dottrinale o che altro, e – mi viene da dire – non è nemmeno una “vittoria”, come (comprensibilmente) viene definita ma, più semplicemente tanto quanto essenzialmente, la presa d’atto giuridica d’un diritto e d’una libertà fondamentale. Una libertà profondamente umana, intimamente legata allo stesso senso della vita (e del vivere in modo intelligente, consapevole, dignitoso) che va ben oltre il valore o la bontà d’una legge, e fortunatamente ancor più va oltre il terrorismo integralista e anticulturale di chi vi si oppone con (pseudo)argomentazioni prive di qualsiasi logica e degne d’un regime retrivo e oscurantista, che si vorrebbe fossero imposte coercitivamente a tutti ma in verità ben lontane da qualsiasi dignità civica nonché da qualsiasi autentica libertà, appunto. Non casualmente, d’altro canto: non si può e non si sa garantire alcuna libertà (dunque, inevitabilmente, alcuna dignità) quando non si è persone libere; e se non si è persone libere, non si è nemmeno persone veramente vive. In fondo, dunque, la legge appena approvata (al di là della sua poca o tanta bontà, ribadisco) è un bene anche per esse, ed è anche questo, io credo, uno dei suoi più significativi valori.

“Ogni volta che sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia pistola!” (cit.)

Negli anni trenta Hanns Johst, presidente della Camera della Cultura del Reich e delle organizzazioni degli scrittori tedeschi, aveva sintetizzato il concetto in questo verso della sua opera Schlageter: “Ogni volta che sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia pistola”

(Citazione tratta da quest’articolo in cui si dà conto dell’attuale situazione della cultura in Libia. Per saperne di più su Hanns Johst, cliccate qui.)

C’è solo da augurarsi che tempi tanto bui come quelli in cui Johst, da riferimento politico per la cultura del Terzo Reich (e, incidentalmente, da drammaturgo), si poteva permettere di scrivere cose simili – pur calandole in un ambito teatrale e facendole passare per un’esaltazione apologetica dell’eroismo guerresco nazista – non tornino mai più.

Tuttavia, la sensazione di un permanente contrasto, ovvero di una sostanziale antinomia tra produzione culturale e potere politico è sempre vivida: siano essi da ritenersi biecamente strategici, come certe evidenze potrebbero far ritenere, oppure il frutto di una mera ignoranza e dell’incapacità cronicizzata di comprendere la cultura come un volano fondamentale per ogni società avanzata, anche dal lato economico.

D’altro canto mi viene da pensare che il citato contrasto tra i due elementi è circostanza forse inevitabile e sostanzialmente irrisolvibile: ove la cultura è (quasi) sempre sinonimo di libertà – di pensiero e non solo – il potere politico si configura spesso come tale nel senso meno democratico: autorità, egemonia, predominio. Qualcosa che mai potrà trovare una qualsiasi forma di equilibrio armonizzazione con la libertà (della cultura) e la cultura (della libertà), che a loro volta nulla hanno a che fare con egemonia e predominio – nonostante siano il potere più autorevole e totale (dacché il meno egemonico) a disposizione dell’essere umano.

In buona sostanza, e come la storia dimostra bene, quanto più è forte e arrogante il potere politico, quanto più la cultura fatica a salvaguardarsi e proliferare; quando invece la cultura trova una condizione favorevole per manifestarsi e diffondersi, è dove l’egemonia politica è meno autoritaria e coercitiva.

Ora si tratterebbe solo di “stabilire” se possa avere maggior fortuna la società dell’un tipo o dell’altro, ma credo che pure su tale questione la storia ci abbia dato da tempo una risposta pressoché inequivocabile e continui a darcela, posta la solita incapacità dell’uomo di comprenderla e ricavarne le debite conseguenze. Una mancanza di cultura anche questa, in fondo.

Quelli di una parte e quelli dell’altra parte, ovvero: definizioni politiche inequivocabili

Siccome io ritengo la politica una delle discipline filosofiche umane più nobili e fondamentali, me ne sto il più lontano possibile da ciò che oggi viene ipocritamente definito “politica” – e guai a chiunque tenti di diminuire tale distanza d’un solo micron. Ma siccome a quella pseudo-politica, o non politica, sfortunatamente tocca riferirsi, ogni tanto, fosse solo per rimarcarne nuovamente tutta la sua infima realtà, e siccome qui in ItaGlia tale non politica, in tutte le sue numerose e articolate sfaccettature, fa sostanzialmente riferimento a due presunti schieramenti, quello di una parte e quello dell’altra parte, nonché siccome persino alcune cose serie e rispettabili di cui disquisisco qui sul blog devono gioco forza avere a che fare (quasi sempre loro malgrado) con tutto ciò, ho deciso che non eviterò di fare riferimento diretto, ove lo riterrò necessario, a quei due schieramenti non politici, tuttavia identificandoli con altrettante rispettive definizioni acronimiche, ovvero:

  • quelli di una parte come Partito Idioti Rissosi Laidi Assoluti;
  • quelli dell’altra parte come Partito Inetti Reprobi Lestofanti Assoluti.

Cosa dite? Che le due sigle – Pi, Erre, I, Elle, A, giusto – sono identiche e che così non si capisce la differenza tra i due schieramenti?
Ecco, appunto, esattamente così. Bravi, avete già capito molto di quanto vi sto dicendo, e di ciò a cui fa riferimento.

Ovviamente questo non vieta affatto che voi non possiate scegliere e identificare a quale delle due parti non politiche voglia fare riferimento: vi lascio la più assoluta libertà, in questo eventuale esercizio di identificazione. Il quale tuttavia, come intenderete fin da ora, non cambia di una virgola l’essenza e la sostanza di quanto scriverò.

Tenetene conto, ecco.

L’ormai costante mood personale, quando gironzolo per i social…

Ecco. Proprio così (“ringraziando” Roy Lichtenstein!)
E vale sempre più per molti altri media d’informazione, anche.
Scriveva bene (per l’ennesima volta) Ennio Flaiano, ben prima dell’avvento del web:

La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé.

Il che, peraltro, è assai emblematico di come molta stupidità, paradossalmente, si alimenti di “progresso”, ovvero di quanto certo “progresso” sia sovente funzionale a molta pandemica stupidità.