Comandi

(Non so perché, ma stranamente questa vignetta del The New Yorker mi fa pensare alla politica italiana, ovvero al rapporto ordinario tra i “leader” politici nostrani e i loro seguaci e, più in generale, a una buona parte degli elettori.)

(Già, proprio strano. Chissà come mai mi fa sorgere certi bizzarri parallelismi!)

Chi va con lo zoppo…

Chi va con lo zoppo impara a zoppicare – dice il noto proverbio, ed è verissimo.
Tuttavia, di questi tempi, a me pare che la situazione sia anche più complessa. E più grave, a dirla tutta.
Perché qui c’è uno zoppo che, a sostenere che zoppichi, si formula un gigantesco eufemismo, eppure tale zoppo ha il coraggio lui di sostenere che sono quelli che camminano in modo normale a essere azzoppati. Costoro, ai quali evidentemente non frega nulla di chiedersi come sia la loro andatura e quanto sia importante camminare al meglio per non farsi del male, ingenuamente abboccano alle frottole di quello zoppo e prendono a zoppicare pure loro, ormai convinti che l’andatura più ergonomica e più efficace, magari pure più estetica, sia proprio quella. Peraltro, non essendo essi zoppi in origine, se possibile zoppicano pure peggio dello zoppo “vero”, e incespicano ovunque, inciampano di continuo, cadono più e più volte ma nulla: piuttosto cambiano “modo” di zoppicare ma continuano imperterriti a farlo.
Ma c’è di più, perché a qualcuno, forse, almeno un poco sorge qualche dubbio sulla bontà di quella camminata, vuoi anche per le botte e i lividi provocati dalle tante cadute; dunque si guarda intorno per scoprire se ci sia qualche ortopedia che possa dargli una mano a capire la situazione e, magari, a risolvere il problema. E di ortopedie ce ne sono, in effetti: ma una dentro pare una porcilaia, un’altra è disordinata da far paura, un’altra ancora è chiusa per sciopero e in un’ennesima producono fasciature che nemmeno nei sarcofagi egizi se ne trovano di più sciupate. Finalmente una aperta e all’apparenza degna d’attenzione c’è: peccato che gli ortopedici che ci lavorano siano talmente incapaci da peggiorare ancor più quella già tanto sbilenca e sgraziata deambulazione.
Dunque? Dunque finisce che molti dissipano quei dubbi dacché incapaci di dar loro buone spiegazioni e consone risposte, accettando ormai dogmaticamente o quasi l’idea che sì, tutto sommato quello zoppo non cammina poi così male… certo, va a sbattere ovunque e si procura dei gran lividi ma, almeno, finché non trova un ostacolo troppo grosso da evitare e troppo solido per far che provochi solo pur violente botte, beh… forse va ancora bene.
D’altro canto, se si sceglie di andare con gli zoppi, appunto, mica si può pretendere che tutto possa sempre andare per il meglio, camminando. Solo, non ci si lamenti poi se non si riesce a stare al passo di quelli che sanno andare dritti e con passo certo. Se si conosce come si cammina in modo normale e si sceglie di disimpararlo – ovvero, di imparare a camminare zoppi e storti – la sorte sarà di sicuro quella, se non peggio. Inesorabilmente.

Ermanno Olmi (1931-2018)

Un altro mirabile personaggio che se ne va altrove, Ermanno Olmi, autore capace di narrazioni cinematografiche intense come poche altre, poetiche e mistiche tanto quanto schiette e profondamente leali nei confronti delle storie e delle realtà narrate.

Tutti quanti ricordano, giustamente, – e ricorderanno, in queste ore – il (non unico) suo capolavoro L’albero degli zoccoli. Io invece voglio ricordare Olmi attraverso la pellicola con la quale esordì e che me lo fece conoscere, che vidi su videocassetta da ragazzino – sarà stata la metà degli anni ’80, più o meno – in un piccolo alberghetto di montagna durante una giornata piovosa nella quale null’altro c’era da fare se non attendere che tornasse il bel tempo per uscire a camminare per prati e boschi, un film (o docufilm, come si definirebbe oggi) il cui titolo pure pareva adatto a quella giornata: Il tempo si è fermato. Un’opera bellissima, spirituale, intrisa di umanità – anzi, umanesimo, nel senso più alto del termine, la quale d’altro canto già seppe “insegnarmi” molto circa quel rapporto (biunivoco) tra l’uomo e la Montagna ovvero la Natura in generale che oggi è parte fondamentale del personale bagaglio culturale, e che è ben presente in numerose opere di Olmi.

Beh, c’è poco da dire d’altro. Un’altra voce illuminante che non ci potrà più illuminare e affascinare, appassionare, emozionare, far riflettere. Un altro vuoto, grandissimo.

La “Festa” del “lavoro”?

Ma poi, scusate… Nel giorno della “Festa della Mamma” o “del Papà” si ignorano madri e padri? E l’8 marzo, nella “Festa della Donna”, vengono forse celebrati gli uomini e magari il 2 giugno, che è la Festa della Repubblica, si inneggia alla monarchia? Oppure, per dirne un’altra ancora, la Giornata degli Alberi del 21 di novembre per caso viene festeggiata a colpi di motoseghe e accette?
No, appunto.
Dunque perché nella Festa del lavoro (o dei lavoratori) del 1° maggio non si lavora*?
P.S.: la mia è una provocazione, certo. Ma, ribadisco, poco apprezzo tali celebrazioni one shot, che finiscono spesso (e loro malgrado) per rendere ambiguo se non ipocrita il messaggio pur importante ed emblematico che vi sta alla base. Piuttosto, al riguardo, ciò su cui io rifletto è altro, ovvero: è il lavoro che nobilita l’uomo, o è l’uomo che deve saper nobilitare il lavoro che fa? (Sempre poi che certi lavori nobilitino ancora, o possano essere nobilitati…) E, in tal senso, aveva forse ragione (con provocazione letteraria, qui, ma tant’é) Sebastiano Vassalli, quando affermava, ne La Chimera, che “Il lavoro è l’ultima risorsa dei coglioni! È l’ultima speranza dei falliti, ricordatene!”? Insomma: ok, lavorare è (forse) giusto e bello, se lo si fa bene, ma oggi, in fin dei conti… cui prodest?

*: salvo chi sia costretto a farlo, ovviamente – il che è già un bel controsenso, in molti casi.