Un “compromesso” un po’ compromesso, sulle pale eoliche

[Rendering del progetto di parco eolico del Monte Giogo, in Toscana. Immagine tratta da radiomugello.it, che qui offre un’articolata ricostruzione del caso in questione.]

Pochi giorni dopo la pubblicazione del mio articolo-sondaggio sul Parco Eolico del San Gottardo (ringrazio ancora quelli che, qui e soprattutto sui social, mi hanno sottoposto i loro pareri), “Il Post” ha pubblicato un articolo sullo stesso tema ma dedicato a un altro parco eolico in progettazione sul Monte Giogo di Villore, nel Mugello (Toscana), dal titolo Il compromesso per l’eolico, nel Mugello.

La parola “compromesso” ha destato la mia curiosità, visto che nel mio articolo sopra linkato dissertavo proprio sulla difficoltà di costruire una relazione equilibrata tra il paesaggio inteso come elemento concettuale culturale e identitario del territorio e le infrastrutture antropiche in esso installate, sovente abbastanza imponenti da modificare la concezione e la percezione del paesaggio nonché la ancor più importante relazione antropologica con chi viva quel territorio e, appunto, ne elabori il paesaggio. Tuttavia, ripeto, avendo letto “compromesso” mi sono subito chiesto: bene, vediamo dunque come hanno gestito la questione, lì nel Mugello.

Innanzi tutto l’articolo de “Il Post” mi pare confermi quanto ho scritto io, ovvero che il tema specifico sia ben lungi dall’essere culturalmente ben approfondito e elaborato a sufficienza, e che i dibattiti fino a oggi intrapresi, nel complesso, restino ancora a un livello piuttosto superficiale e legato alle circostanze del momento o tutt’al più del futuro prossimo, senza una visione antropologica più lunga e maggiormente strutturata, sia in senso generale che nel dettaglio di alcuni elementi fondamentali – come il concetto di “ paesaggio” e cosa si debba intendere con il termine, per dirne uno. D’altro canto, nell’articolo stesso si evidenzia quasi subito che

Per come è andata finora, questo progetto sembra rappresentare meglio di altri il difficile compromesso tra la necessità di trovare nuovi modi per produrre energia e allo stesso tempo tutelare l’ambiente e il paesaggio.

Peraltro è altrettanto significativo leggere e constatare che tra le principali entità istituzionali atte alla gestione a alla salvaguardia del territorio sussistano pareri opposti sul progetto:

I comuni di Vicchio e Dicomano hanno dato il loro parere positivo al parco eolico, così come la Regione a cui spetta l’autorizzazione definitiva, mentre al momento la soprintendenza di Firenze si è detta contraria dopo aver presentato alcune richieste di modifiche che secondo l’AGSM renderebbero il progetto non sostenibile economicamente.

Nota bene: te credo che Vicchio e Dicomano hanno dato parere positivo al progetto, dato che, se verrà realizzato, si porteranno a casa il 3 per cento dei ricavi annui, circa 130mila euro. Per due comuni relativamente piccoli questi denari non sono coriandoli, senza dubbio; resta da capire se tali cifre rappresentino “compensazioni” legate alla realizzazione del parco eolico (dunque una indiretta amissione di impatto ambientale eccessivo che imponga delle reiterate “scuse” – finanziarie, nel caso) ovvero una sorta di – consentitemi la definizione molto “franca” – bustarella legale per assicurarsi il consenso degli enti primari del territorio – i comuni, appunto.

In ogni caso, vediamo quale è il “compromesso” proposto per il progetto del Mugello:

La soprintendenza ha chiesto di eliminare tre turbine su otto per limitare il taglio degli alberi durante i cantieri. In vista della prossima conferenza dei servizi, in programma il 26 luglio, l’azienda sta lavorando a una soluzione che prevede la rimozione di una sola pala eolica: l’impianto passerebbe da otto a sette turbine. «Abbiamo proposto di togliere la pala che sarebbe stata installata nel punto meno produttivo, distante dal crinale e senza nessuna strada di accesso», dice l’ingegnere Marco Giusti, direttore di progettazione e ricerca dell’AGSM. «In questo modo si dovrebbe perdere solo l’8 per cento della produzione di energia elettrica ed evitare metà del taglio degli alberi previsto». Con questo compromesso, l’obiettivo è arrivare a un accordo tra tutte le istituzioni. Giusti è convinto che questo progetto sia stato fatto “a regola d’arte”.

In pratica, la soluzione “a regola d’arte” ovvero il compromesso (ma mi verrebbe più da definirlo “ripiego” o “scappatoia”) è totalmente legato alla definizione di una mera (seppur importantissima, sia chiaro) questione ambientale; salvo dettagli ulteriori che nel caso sono ben felice di poter ricevere da chi li abbia, non mi sembra che tale “compromesso” contempli anche una riflessione (meglio sarebbe una concreta valutazione) circa l’aspetto culturale e antropologico di una realizzazione del genere – si veda al riguardo lo Studio di Impatto Ambientale del progetto in questione. Sia chiaro: la cosa non mi sorprende più di tanto, dal momento che riflessioni e valutazioni del genere sono pressoché assenti – anzi, per meglio dire, sono chimeriche – nei dibattiti intorno a progetti di questa portata. Eppure, non ragionare su come l’elaborazione culturale del paesaggio verrà modificata dall’installazione delle grandi pale eoliche, ovvero su come verrà alterata (non è detto in peggio, voglio precisarlo) l’identità di luogo di quella zona e dunque, di conseguenza, come varierà l’appropriazione culturale del luogo in senso identitario per i suoi abitanti, credo rappresenti una mancanza non indifferente, soprattutto se si vuole affrontare una valutazione complessiva di tali grandi antropizzazioni non solo riguardo lo spazio ma pure riguardo il tempo, e non un tempo prossimo ma il più possibile proteso al futuro. Potrebbe sembrare, di primo acchito, una discussione sul sesso degli angeli; in verità, la storia degli ultimi due secoli di antropizzazione e di territorializzazione dei luoghi naturali, soprattutto quando di pregio come quelli rurali-montani, è ricolma di casi di sottovalutazione della portata culturale e antropologica delle opere eseguite, sia di minima e pur evidente importanza fino a certi grandi interventi che hanno letteralmente stravolto il carattere e l’identità dei territori in questione, stravolgendo in tal modo pure la relazione con essi dei loro abitanti fino a causare conseguenze psico-sociali ben rilevate e rilevabili quali spaesamento, alienazione, perdita del legame identitario e della relazione storica (ovvero, per dirla in modo più suggestivo, del dialogo con il Genius Loci del territorio). Tutte circostanze che poi si ritrovano alla base dei fenomeni di spopolamento e di degrado socioeconomico e paesaggistico dei territori in questione i quali fenomeni, una volta avviati, è quasi impossibile arrestarli se non nel giro di qualche generazione e solo con un gran lavoro di rialfabetizzazione antropologica vero i territori e i luoghi nonché con una riscoperta dell’identità di essi – sempre che col tempo non sia siano definitivamente trasformati in “non luoghi”.

Tutto ciò, lo ribadisco una volta ancora come ho fatto in quel mio articolo sul Parco Eolico del Gottardo, senza voler esprimere giudizi, ora, sulla bontà o meno di tali opere: non sto dicendo che le grandi pale eoliche abbruttiscano e guastino i territori ove vengono installate e nemmeno che viceversa li rendano più belli, affascinanti o futuristici. Voglio solo caldeggiare la necessità di una più approfondita riflessione sulla realizzazione di queste grandi infrastrutture, lontana dalle mere strumentalizzazioni ideologiche, dalle fascinazioni tecnologiche o dalle considerazioni estetiche ma pure dalle più rudimentali convenienze economiche; una riflessione di natura primariamente culturale, al fine di capire e aver la piena consapevolezza circa cosa accade, al paesaggio di pregio, quando in esso si piazzano un tot di enormi pale eoliche alte 160 metri e più, e cosa di conseguenza accade dentro chi quel territorio abita, vive e riconosce come geografia identitaria e referenziale.

Per il momento, ripeto, una riflessione del genere non la vedo ancora e credo sia un peccato, questa mancanza.

Jova Beach Sbrocco

E dunque alla fine, riguardo il suo “Jova Beach Party” e alle polemiche che lo hanno circondato se non accerchiato – polemiche delle quali avrete sicuramente sentito e letto da qualche parte (in ogni caso qui trovate un riassunto piuttosto chiaro e completo) – Lorenzo Cherubini, meglio noto come Jovanotti, ha sbroccato, attraverso una reazione che, al di là di tutte le ragioni ovvero di tutti i torti possibili e immaginabili e dell’emotività conseguente, è parsa ai più assolutamente sopra le righe e fin troppo prepotente. Di quelle reazioni, insomma, che fanno passare nel torto anche chi abbia ragione – ma evidentemente, piuttosto di rimarcarle ovvero non sapendo come rimarcarle, tali ragioni, preferisca abbandonarsi al livore verso il “nemico”.

Personalmente, occupandomi di culture dei territori di montagna, del tour di Jovanotti ne ho scritto qui (ai primi di aprile ovvero in «tempi non sospetti», come si usa dire) in merito al concerto andato in scena lo scorso 24 agosto ai quasi 2300 metri di Plan de Corones, in un articolo nel quale ho cercato di offrire alcune riflessioni alternative rispetto a quelle solite emerse al riguardo e che, a mio parere, erano e sono importanti da contemplare. Ora però, alcune delle parole proferite dal cantante cortonese (romano di nascita) – il cui impegno civile e sociale, sia chiaro da subito, non è in discussione – qualche ulteriore meditazione certamente la generano (ecco perché con queste pubbliche sbroccate è un attimo passare nel torto o, peggio, rivelare ciò che non si vorrebbe), soprattutto sul valore della comunicazione in tema di salvaguardia ambientale e relativa coscienza civica diffusa.

A qualche domanda, in particolare, sto pensando, in queste ore. Posto che, nel mio piccolissimo, anch’io organizzo e curo eventi artistici e culturali in montagna e per i territori di montagna, e posto pure che, nonostante siano eventi che comportano la presenza massima d’una qualche centinaia di persone, l’elemento fondamentale che consideriamo è la sostenibilità nell’ambiente prescelto di questa presenza umana, pur temporanea, e dei suoi effetti materiali e immateriali, ciò che mi chiedo è:

ma chi abbia veramente a cuore la difesa dell’ambiente e la salvaguardia della Natura, può concepire, decidere e accettare di realizzare un evento che comporti la presenza di decine di migliaia di persone, con tutte le inevitabili conseguenze ecologiche del caso, in luoghi dall’ecosistema delicato e indubbiamente fragile?

In tal senso può fare da scusante il fatto che tali luoghi siano già ampiamente antropizzati, o di contro proprio dacché sono già ampiamente antropizzati non abbisognano di una ulteriore e ingente (seppur temporanea) pressione antropica, dalla quale vanno anzi attentamente protetti?

Veramente un concerto musicale, col suo impatto logistico ed ecologico, è l’evento adatto per tali luoghi ovvero il più adatto per promuoverne la salvaguardia ambientale e la relativa coscienza diffusa?

Anche stavolta, come scrissi in chiusura del post dello scorso aprile e, date le circostanze recenti, ancor più di allora, una mia risposta alle domande sopra esposte ce l’ho. Ed è nuovamente netta e incontrastabile oltre che assai significativa nella formulazione del giudizio personale sulla questione jovanottiana e sulla sua social-sbroccata.

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, l’11a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 7 marzo duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #11 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata: “Trivellare o non trivellare, questo è il (bel) problema!” Una puntata che sta sul pezzo, come si dice in gergo industrial-giornalistico, ove il “pezzo” è la questione del prossimo referendum sulle concessioni petrolifere nei mari italiani e, in generale, sull’opportunità di cercare o meno, oggi, il petrolio sul territorio nazionale. Al di là dei titoloni e delle notizie spesso superficiali dei media, delle polemiche politiche e degli arroccamenti di parte, in questa puntata RADIO THULE cercherà di fornirvi il maggior numero possibile di dati obiettivi in modo da comprendere meglio la questione e poter formulare al riguardo una propria libera e consapevole opinione personale.

(Cliccate sulla mappa per un formato più grande e leggibile.)
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Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

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