Vi supplico: che qualcuno trovi il modo di trasformare la maleducazione diffusa in denaro, e questo paese diverrà di colpo il più ricco del pianeta!
Tag: ignoranza
Stars, stripes, ignorance (Isaac Asimov dixit)
Una sola aggiunta personale a quanto asserito da Isaac Asimov (nel 1980, mica ieri!): quantunque lì per vari motivi sia probabilmente più evidente, non solo negli Stati Uniti ciò sta accadendo, ahinoi.
Per ribadire…*
Noi stiamo affondando nella MERDA! Perché meno del 3% di voialtri legge libri, capito? Perché meno del 15% di voi legge giornali o riviste! Perché l’unica verità che conoscete è quella che ricevete alla TV! Attualmente, c’è da noi un’intera generazione che non ha mai saputo niente che non fosse trasmesso alla TV. La TV è la loro Bibbia, la suprema rivelazione. La TV può creare o distruggere presidenti, papi, primi ministri. La TV è la più spaventosa, maledettissima forza di questo mondo senza Dio: la macchina per una propaganda fasulla e vuota, in questo mondo senza Dio, io non so quali altre cazzate verranno spacciate per verità, qui. Quindi ascoltatemi. Ascoltatemi! La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni e giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere. Quindi se volete la verità andate da Dio, andate dal vostro guru, andate dentro voi stessi, amici, perché quello è l’unico posto dove troverete mai la verità vera. Sapete, da noi non potrete ottenere mai la verità: vi diremo tutto quello che volete sentire mentendo senza vergogna, noi vi diremo che, che Nero Wolfe trova sempre l’assassino e che nessuno muore di cancro in casa del dottor Kildare e che per quanto si trovi nei guai il nostro eroe, non temete, guardate l’orologio, alla fine dell’ora l’eroe vince, vi diremo qualsiasi cazzata vogliate sentire. Noi commerciamo illusioni, niente di tutto questo è vero, ma voi tutti ve ne state seduti là, giorno dopo giorno, notte dopo notte, di ogni età, razza, fede… conoscete soltanto noi! Già cominciate a credere alle illusioni che fabbrichiamo qui, cominciate a credere che la TV è la realtà e che le vostre vite sono irreali. Voi fate tutto quello che la TV vi dice: vi vestite come in TV, mangiate come in TV, tirate su bambini come in TV, persino pensate come in TV. Questa è pazzia di massa, siete tutti matti! In nome di Dio, siete voialtri la realtà: noi siamo le illusioni!
Quinto potere, il film di Sidney Lumet da cui è tratta questa citazione, è uscito quarant’anni fa, nel 1976. Parole profetiche, posto ciò? O, più semplicemente – e drammaticamente – ineluttabili?
Fatto sta che al proposito, in un modo o nell’altro, lì stiamo: come sentenzia l’incipit del brano qui sopra e come, metaforicamente ma non troppo, ho raccontato io, qui. Per ribadire il concetto, insomma – il quale non è affatto pessimista, come qualcuno m’ha detto. È obiettivo, piuttosto, né più né meno: il pessimismo (come l’ottimismo) è un atteggiamento rivolto al futuro; qui, invece, si tratta solo di osservare il presente e riferirne. Che lo si possa fare con parole del passato – di quarant’anni fa, come detto – rende più vivida e più tragica l’osservazione della realtà di tale presente, semmai.
(*: per ribadire questo, intendo.)
Se gli italiani non sanno l’italiano, non sanno di essere italiani
Sono sostanzialmente due le questioni fondamentali che emergono dall’accorato appello dei 600 docenti universitari italiani riguardo l’ignoranza della lingua madre da parte degli studenti italiani (cliccate sul titolo qui sotto per saperne di più). La prima, del tutto ovvia, è prettamente espressivo/comunicativa: il non saper parlare, scrivere e, gioco forza, comprendere al meglio la propria lingua non può e non potrà che generare una capacità comunicativa di livello basso, in senso teorico e pratico: una lingua impoverita o banalizzata inesorabilmente impoverisce e banalizza anche i messaggi che intende trasmettere – e ciò è ancor più grave avendo a che fare con persone che dovrebbero (condizionale d’obbligo) possedere un’istruzione di grado elevato.
La seconda questione è comunque ovvia, ma dotata di conseguenze ancor più inquietanti, se possibile: la lingua è il marcatore identitario per eccellenza di una comunità sociale, sia essa nazionale o meno: in parole povere (e riassumendo molto ma solo al fine di rendere chiaro il concetto), ove si parla italiano si è italiani, anche al di fuori dei confini statali in quanto a bagaglio culturale (vedi ad esempio l’elvetico Canton Ticino). Il perdere la capacità di padroneggiare in modo pieno e fluido la propria lingua equivale né più né meno a perdere una parte importante della propria identità culturale; ovvero, per rimarcare la questione dal punto di vista opposto, l’evidenza della perdita della suddetta capacità linguistica è chiaro e inequivocabile segno d’una grave perdita di identità. Il problema dunque non è solo di analfabetismo funzionale o dissonanza cognitiva, ma pure di potenziale alienazione culturale identitaria: c’è una sostanziale incuria del principale strumento comunicativo in nostro possesso che denuncia un’altrettanta trascuratezza culturale di base. È come pretendere di saper sciare e dichiararsi bravi sciatori perdendo la capacità di mettersi gli sci ai piedi e allacciarsi gli scarponi!
Cosa che poi, detto chiaro e tondo, a mio modo di vedere spiega pure perché un paese dalle potenzialità culturali così elevate si lasci andare a fenomeni di imbarbarimento tanto gravi, tipici di comunità sociali dotate di un livello di istruzione estremamente basso ovvero culturalmente e identitariamente alla deriva.
Ok, voi ora potrete dire: forse è soprattutto un problema di sconcertante ma in fondo superficiale ignoranza. Sì, può essere vero ma, ribadisco, è un’ignoranza che uno stato nazionale che voglia preservare e accrescere al meglio la propria cultura non può permettersi nemmeno di far nascere, figuriamoci di far sviluppare fino a livelli così gravi. Per questo, l’appello dei 600 docenti è assolutamente doveroso; mi auguro solo che non sia drammaticamente tardivo.

