Abbattere statue, o sostenere verità

[Immagine tratta da Facebook, fonte qui.]
Non so se sia così giusto – quantunque del tutto comprensibile – che i monumenti dedicati a personaggi storici legati a questioni di colonialismo e razzismo vengano abbattuti, come sta accadendo un po’ ovunque in questi giorni. Sono senza dubbio auspicabili azioni pubbliche di sensibilizzazione sul tema, appunto, mentre qualche storico propone di rimuovere le statue dai luoghi pubblici e conservarle in un museo, per non nascondere il passato e poterlo contestualizzare. Giusto anche questo, ma a me resta il timore che, se da un lato lasciare le statue nelle piazze come nulla sia accaduto impedirebbe la valorizzazione quanto mai necessaria della verità e della giustizia storiche, dall’altro la rimozione – totale o tra le mura di un museo – finisca comunque per attenuare grandemente la portata della memoria storica riguardante i personaggi in questione, musealizzandola e cristallizzandola in un ambito nel quale, tutto sommato, non darebbe fastidio più di tanto.

Io invece, se potessi, proporrei di lasciare le statue di quei personaggi al loro posto ma con accanto a ciascuna – nessuna esclusa – un bel pannello riportante con la massima chiarezza i loro meriti, ove giustificati, e i demeriti, quando comprovati, così da fornire un quadro chiaro e completo delle azioni compiute lasciando che le persone possano giudicare autonomamente sul pregio da riservare ad essi (sempre che le nefandezze non superino di gran lunga gli eventuali meriti, ovvio). Peraltro, in questo modo si potrebbe rendere evidente anche l’ipocrisia di tali figure storiche, benefattrici da un lato e malvagie dall’altro, rivelando come spesso certi convenzionalismi perbenistici sui quali vengono costruite reputazioni storiche, con ampio uso di una retorica che si autogiustifica proprio nella troppo parziale conoscenza della storia, non siano che la prova di esistenze a dir poco opinabili, non certo di vite eroiche o “sante”.

Per sostenere questa mia proposta porto il caso proprio di Edward Colston, la cui statua a Bristol è stata abbattuta e gettata nel fiume, in pratica togliendola alla pubblica vista. Come si racconta su “Open”, la statua venne eretta nel 1895 e per un secolo diede fama e lustro alla figura di Colston. Poi, nel 1998 – cito dall’articolo di “Open”, «qualcuno ha scarabocchiato sulla sua base la scritta “Slave trader”, trafficante di schiavi. Da quel momento, la fama di cui aveva goduto per moltissimi anni e che lo aveva consacrato come filantropo ha cominciato ad assumere contorni diversi. In molti a Bristol lo vedono sotto una luce negativa» al punto che da tempo in diversi, enti pubblici e privati cittadini, ne richiedevano la rimozione. Ecco: è bastato così poco, ovvero tirare fuori dall’oblio un’evidenza storica riguardante la sua vita in quel modo del tutto elementare, per offuscarne il prestigio imposto e creduto. È esattamente ciò che intendo io, con quella mia riflessione: è un modo con il quale si preserva la memoria specifica nella sua interezza e si permette quell’esame di coscienza (particolare e generale) assolutamente indispensabile alla risoluzione di ingiustizie storiche che altrimenti, in un senso o nell’altro, continueranno cronicamente a provocare danni e problemi d’ogni sorta.

Insomma: aveva ed ha sempre ragione Elisabeth Barrett Browning, in generale, quando scrisse che:

I fanatici sulla terra sono troppo spesso dei santi in cielo.

 

Previsioni dell’oroscopo

Oggi, a mezzogiorno. Ascolto la radio, in auto.

Su un canale, le previsioni del tempo di un noto servizio meteorologico dicono che venerdì ci sarà assenza di pioggia.
Nemmeno dieci minuti dopo, su un diverso canale radio: le previsioni del tempo di un altro noto servizio meteorologico dicono che venerdì ci saranno piogge diffuse.

Ecco perché io sostengo, ormai da tempo (clic), che tra le previsioni del tempo – soprattutto quelle oltre le 48 ore – e l’oroscopo non c’è più nessuna differenza. Sono entrambi pseudo-divinazioni buttate lì a casaccio alle quali credere fa fare delle gran figure da sciocchi.

Al proposito, fatemi citare il sempre sublime Ambrose Bierce:

Tempo (s.m.). Il clima del momento, permanente argomento di conversazione fra persone che in realtà non se ne interessano affatto, ma hanno ereditato la tendenza a parlarne da antenati arborei per i quali, non avendo essi l’abitudine di portare abiti, si trattava di una cosa estremamente importante. L’istituzione di centri meteorologici nazionali e l’efficienza con cui continuano a propalare le loro abituali menzogne dimostra che persino i governi sono sensibili ai condizionamenti ereditari che ci provengono dai nostri progenitori della giungla.

(Ambrose BierceDizionario del diavolo, scelta e introduzione di Guido Almansi, traduzione di Daniela Fink, TEA, 1988, pagg.169-170.)

Lo scrittore rivoluzionario

Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie, ma ‘diverse’ da quelle che la politica pone: esigenze… dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore scorgere, e che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre, e porre ‘accanto’ alle esigenze che pone la politica. Quando io parlo di sforzi in senso rivoluzionario da parte di noi scrittori, parlo di sforzi rivolti a porre simili esigenze. E se accuso il timore che i nostri sforzi in senso rivoluzionario non siano riconosciuti come tali è perché vedo la tendenza a riconoscere come rivoluzionaria la letteratura di chi suona il piffero per la rivoluzione piuttosto che la letteratura di cui simili esigenze sono poste, la letteratura detta oggi di crisi.

[Elio Vittorini fotografato a Milano da Federico Patellani, 1949. Pubblico dominio, fonte qui.]
(Elio Vittorini, “lettera” a Palmiro Togliatti pubblicata su “Il Politecnico”, a. III, n. 35, gennaio-marzo 1947. Per approfondire la questione alla quale fa riferimento la “lettera” – in verità un articolo in forma di lettera – di Vittorini, cliccate qui.)

Viaggiare, verso l’avvenire

Come sempre suole accadere in un lungo viaggio, alle prime due o tre stazioni l’immaginazione resta ferma nel luogo di dove sei partito, e poi d’un tratto, col primo mattino incontrato per via, si volge verso la meta del viaggio e ormai costruisce là i castelli dell’avvenire.

[Lev Tolstoj nel maggio 1908. Foto di Sergej Michajlovič Prokudin-Gorskij, pubblico dominio; fonte: qui e qui.]
(Lev Tolstoj, I cosacchi, in Racconti, traduzione di Alfredo Polledro, Orsa Maggiore Editrice, Torriana, 1994.)

 

Christo

[Foto di Oscar Wagenmans, Opera propria, CC BY-SA 4.0: fonte dell’immagine, qui.]

Lei ha spesso affermato che la sua arte è inutile, non c’è un messaggio politico all’interno, qual è allora il senso di queste enormi installazioni?
Arte per me significa creare opere vive che sono lì per essere partecipate dal pubblico. I nostri sono lavori di gioia e bellezza, per noi che li costruiamo e per le persone che li vivono.

(Christo Yavachev, da un’intervista su “Elle Decor” del febbraio 2018. Nell’immagine, Wrapped Reichstag, Berlin, 1971-95, a mio modo di vedere una delle opere in assoluto più potenti e emblematiche di Christo e Jeanne-Claude: un simbolo così evidente e imponente del potere politico, peraltro di uno dei paesi più importanti al mondo, impacchettato e nascosto in modo da renderlo indefinito, per certi aspetti misterioso ed evanescente, facendogli così acquisire un valore e un’attenzione pubblica totalmente differenti da quelle istituzionali normalmente riconosciute ma, pure, bloccando dentro il pacco questo suo valore ordinario – ovviamente soprattutto politico, appunto – annullandone almeno simbolicamente la forza e l’influenza. Nonostante quelle sue parole sornione, tipiche dell’animo sottile e sagace di un autentico grande artista.)