Una parola in favore della Natura

[Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay.]

Vorrei spendere una parola in favore della Natura, dell’assoluta libertà e dello stato selvaggio, contrapposti a una libertà e a una cultura puramente civili; vorrei considerare l’uomo come abitatore della Natura, come sua parte integrante, e non come membro della società. Desidero fare un’affermazione estrema, e per questo sarò enfatico: la civiltà ha già fin troppi paladini; il pastore, il comitato scolastico, e ciascuno di voi potrà assumersi questo compito.

[Henry David Thoreau, Camminare, incipit dell’edizione Mondadori 2015, traduzione di Maria Antonietta Prina; orig. Walking, or the Wild, 1863. La mia recensione al libro la trovate qui.]

Non ci resta che la Natura

[Foto di Martin Klass da Pixabay.]

Dopo aver esaurito quel che t’offrono affari, politica, allegri simposi, amore e così via – e aver scoperto che niente di tutto ciò alla fine soddisfa o dura in eterno – che cosa ti resta? Resta la Natura; portar fuori dai loro torpidi recessi le affinità tra un uomo o una donna e l’aria aperta, gli alberi, i campi, il volgere delle stagioni – il sole di giorno e le stelle del firmamento la notte.

(Walt WhitmanNuovi argomenti in Giorni rappresentativi e altre prose, a cura di Mariolina Meladiò Freeth, Neri Pozza Editore, Vicenza, 1968, pag.148.)

L’ora esatta nel bosco

Amici che come me abitate tra i boschi o vicino ad aree naturali abitate dal cuculo (Cuculus canorus): avete anche voi la vivida sensazione che sempre di più questi simpatici uccelli emettano il loro caratteristico richiamo in corrispondenza (parecchio precisa) delle ore e delle mezz’ore, proprio come farebbero gli orologi che da essi prendono il loro nome popolare?

Vado per boschi, sento il peculiare «cucù, cucù, cucù…», guardo le ore: le 07.29 o le 18.01 o proprio le 20.00 esatte, eccetera.

Cos’è mai, una bizzarra forma di antropomorfismo orologistico? Un inopinato condizionamento trasmesso al volatile dall’Homo Sapiens sempre più ossessionato dal tempo che corre? Una stranissima Legge di Murphy ornito-cronologica?

O forse il sottoscritto è preda di disorientanti allucinazioni uditive?

Be’, fosse anche quest’ultima la realtà delle cose, è sempre meglio vagare per i boschi ad ascoltare i tanti suoni che li animano che per le città a subìre i troppi rumori che le soffocano. E se poi c’è pure qualcuno che si prende la briga di segnalarti che ore hai fatto, tanto meglio!

(La foto del cuculo è di Creepanta, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.)

La “non wilderness”

Vagabondando per i rilievi prealpini (ma anche preappenninici, suppongo) ci si imbatte spesso in angoli la cui visione a volte regala sensazioni di natura “selvaggia”, quasi di un’apparente “wilderness” da luogo esotico e lontano. Come lo scorcio ripreso nell’immagine lì sopra (indovinate quale sia dei due!*), che suscita sentori da foresta amazzonica e invece si trova a poche centinaia – se non decine – di metri dalla “civiltà” e da casa. D’altro canto quell’apparenza di “wilderness” naturale è alimentata, in fondo, proprio da questa vicinanza con ciò che non lo è affatto – case paesi strade fabbriche eccetera. Ma l’occhio un poco più attento fa intuire alla mente qualcosa che rende questi angoli ancora più inopinati e sorprendenti: tutta questa apparente selvatichezza silvestre, questa simil-Amazzonia domestica, è “merito” dell’uomo. O demerito, se preferite: perché buona parte di queste zone, proprio perché così vicine ai centri abitati, fino a non troppi decenni fa erano disboscate, coltivate o sfruttate a pascolo, abitate, lavorate, vissute. Poi è cambiato tutto, le fabbriche e gli uffici hanno attirato i contadini, i pastori e i boscaioli di un tempo e rapidamente la natura s’è ripresa ciò che l’uomo le aveva tolto, con un tale rigoglio silvestre che pare sottolineare la rivalsa naturale verso la civiltà umana fuggita altrove.

Per tutto ciò, paradossalmente, dove fino a poco tempo fa c’era l’uomo che dominava la natura in modo netto, oggi la natura domina come se l’uomo lì non ci sia mai stato, come se tutto fosse rimasto inalterato e selvaggio da millenni. Invece è “solo” la conseguenza dell’abbandono degli uomini, che pure abitano case e paesi a pochissima distanza da tali angoli selvatici anzi no, rinselvatichiti.

E se pure questa si dovesse considerare “wilderness”? O, per meglio dire, aree di non wilderness, un po’ sulla falsariga di nonluogo: zone il cui aspetto selvaggio non è una manifestazione autentica dell’incontaminato ma – paradossalmente, appunto – è la conseguenza funzionale della loro deruralizzazione e dell’abbandono umano, fattore che in verità appare come un’espressione di “(rin)selvatichezza”. D’altro canto, appena oltre il fitto e caotico bosco che circonda questi angoli il territorio appare ampiamente antropizzato e urbanizzato, anche troppo: dunque, nonostante la loro wilderness fittizia, oggi effettivamente rappresentano piccole e interessanti zone di naturalità, frammenti di Terzo paesaggio clémentiano la cui apparente inutilità e inservibilità attuali ne diventa invece la dote principale, qualcosa di cui poter godere nuovamente ma in modi totalmente diversi e per molti versi opposti rispetto a un tempo. Eppure necessari e da salvaguardare: sprecati anni fa ma oggi da non sprecare più.

*: in una delle immagini vedete uno scorcio di territorio vicino a dove abito, nell’altra invece di foresta pluviale sull’isola di Bali. Solo 12mila km circa di distanza, in fondo!

La fraternità (mancata) con le altre bestie

[Immagine tratta da www.inarzignano.it.]

È passato ormai un secolo da quando Darwin ci dette un primo assaggio dell’origine delle specie. Oggi sappiamo ciò che era sconosciuto a tutte le carovane delle precedenti generazioni: che nell’odissea dell’evoluzione gli uomini non sono che i compagni di viaggio delle altre creature. Questa nuova conoscenza dovrebbe averci dato, in questo lasso di tempo, un sentimento di fraternità con le altre bestie: un desiderio di vivere e di lasciar vivere, un senso di meraviglia per la vastità e la durata dell’impresa biotica.
Soprattutto avremmo dovuto sapere – un secolo dopo Darwin – che l’uomo, sebbene ora sia il capitano di questa nave avventurosa, non è certo l’unico oggetto della sua ricerca, e che le sue precedenti convinzioni in merito erano semplicemente dettate dall’umano bisogno di trovare una luce nel buio.
Avremmo dovuto pensare a tutto questo. Purtroppo, temo che pochi di noi lo abbiano fatto.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pag.121; ed.orig.1949.)