“Dol dei Tre Signori”: martedì 15, in edicola!

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La Dorsale Orobica Lecchese (DOL) è nata a metà degli anni Novanta come itinerario escursionistico in sei tappe, da Colico al Valico di Valcava.
La DOL dei Tre Signori è un cammino che in parte ricalca i passi di quello originario ma lo amplia attraverso le Orobie Occidentali, da Bergamo fino a Morbegno con una variante lecchese da Premana a Colico, sul Lago di Como.
Il nome “DOL dei Tre Signori” richiama quello del monte che secoli fa era il punto d’incontro tra la Repubblica di Venezia, il Ducato di Milano e il Cantone dei Grigioni e ancora oggi mette in contatto le province di Bergamo, Lecco e Sondrio: un ideale fulcro montano per un cammino lungo il quale si coglie non solo la bellezza della varietà del paesaggio e la presenza di fauna e flora ma anche la ricchezza dei segni culturali, artistici e rurali, frutti della relazione secolare e profonda tra uomo e natura che ha reso questi luoghi ciò che sono oggi, forgiandone il carattere culturale.
Un cammino che svela le più significative trasformazioni conseguite dalla dorsale nel corso del tempo, facendone un territorio di singolare pregio del quale ancora oggi è possibile la riscrittura della storia. Per farlo basta il camminare consapevole del viaggiatore guidato da questo piccolo testo: perché conoscere le nostre montagne è il primo passo per mantenerle vive.

(Dall’aletta anteriore del volume.)

Scusi, mi dà “Sua Figlia”?

Anni fa – taaanti anni fa, quando ero più giovane e ingenuo, meno disincantato, forse meno folle ma ironico e visionario in modo magari diverso da oggi eppur con simile entità, avevo ideato una fanzine umoristica (voi che non sapete cosa sia una “fanzine” rallegratevi, dacché siete assai giovani!) che si chiamava SUA FIGLIA. Ne avevo persino fatto una sorta di “numero 0”, e ogni uscita avrebbe avuto un tema centrale così che di questo la fanzine sarebbe concretamente stata – in senso espressivo, comunicativo e, ribadisco, umoristico – sua figlia. Ovviamente, m’immaginavo che potesse essere venduta in tutte le edicole come ogni altra pubblicazione, cosicché chi la voleva acquistare sarebbe dovuto andare dall’edicolante a chiedergli, né più né meno: «Scusi, mi dà Sua Figlia?»
Sarebbe stata una pubblicazione tremendamente sarcastica ancora prima di essere acquistata dai suoi lettori, in pratica. Anche nel caso in cui l’edicolante non avesse avuto prole femminea: la morale ordinaria che è attiva in tutti noi, più o meno “controllata” (e controllante), avrebbe comunque ricevuto un sonoro scossone.

Peccato che poi non l’abbia realizzato, quel progetto editoriale. O per fortuna, forse.

(L’immagine che vedete lì sopra è puramente indicativa, eh!)

“Ruchin” su Montagne360, la Rivista del Club Alpino Italiano


Sul numero di Novembre 2014 di Montagne360, la Rivista del Club Alpino Italiano distribuita a tutti gli oltre 300.000 soci del sodalizio nonché in edicola, è ospitato l’articolo a mia firma “Cento anni con Ruchin. Storia di un piccolo grande alpinista”, ideale corollario della mostra fotografica dedicata a Ercole “Ruchin” Esposito – il fortissimo alpinista bergamasco piccolo di statura ma grandissimo in montagna, salitore di innumerevoli vie ancora oggi considerate estreme – che ho avuto modo di curare in occasione del centenario dalla nascita, e della quale vi ho già riferito QUI. Mostra che, dopo la presentazione ufficiale dello scorso 11 Ottobre, si appresta a girare per diversi luoghi espositivi tra Lecco e Bergamo, e fors’anche oltre.
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Montagne360 è in tutte le edicole a € 3,90 oppure, se appunto siete soci CAI, la starete ricevendo in questi giorni. Buona lettura!

Anno 2033, nuovi titoli in libreria

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Sarà questo il futuro dell’editoria nostrana, quello che potremo trovare sugli scaffali di “prestigio” delle librerie tra qualche lustro?
Visto come stanno andando le cose – e al di là di qualsivoglia bene o male della cosa – credo proprio di . In fondo il futuro lo si costruisce sempre nel presente, no?

P.S.: le immagini dei libri sono tratte da ildeboscio, e riprese poi con una riflessione sul tema da questo articolo de Il Fatto Quotidiano.

Se la cultura è come il sangue nelle vene di un corpo vivo, e se invece qui stiamo diventando zombie…

(…) Sicuramente in Italia non si può più parlare di veri editori; di qualcuno in grado di mediare la necessità di fare andare le rotative e al contempo garantire una buona e continuativa qualità letteraria. I cataloghi delle industrie editoriali sono un povero minestrone, lontano da qualunque criterio di coerenza e distante anni luce per spessore culturale dalle idee fondatrici dei marchi dietro ai quali nascondono la loro pochezza. (…)
Oramai la produzione letteraria è totalmente concentrata nelle mani di grandi gruppi editoriali regolati all’interno da logiche manageriali; il che è un problema, perché in campo editoriale, quando si parla di produzione si chiamano in causa le infrastrutture culturali di un popolo.
Si sa che le industrie si muovono sul mercato alla ricerca del profitto, ma nessuno sembra riflettere sul fatto che, nel caso della letteratura, ciò significa delegare la produzione culturale al fatalismo e al contingente; esattamente come una mucca defeca per liberarsi e non per concimare. Senonché, la mucca è inconsapevolmente più onesta perché, lo voglia o meno, finisce inevitabilmente per concimare, mentre, al contrario, la tensione al guadagno attraverso la retorica del largo consenso, va a scapito della complessità del pensiero.
(…)
Un tempo la scelta dei romanzi competeva ai redattori, i quali a loro volta erano spesso scrittori pubblicati nel catalogo dell’editore per il quale lavoravano. Di conseguenza, non avevano alcun interesse a mescolare i loro romanzi con opere di discutibile qualità. Che la si chiami orgoglio di appartenenza, snobismo, o, più semplicemente, supponenza, (se non la si vuole definire amore per la letteratura) una simile dinamica garantiva una forza alla narrativa di valore qualitativo. Oggi potremmo dire, con un pizzico di nostalgia, che le garantiva l’esistenza.
È inevitabile che il commercio, nelle mani dei manager, finisca, nella telefonia come nell’arte, per assestarsi nel dominio del superfluo. E in libreria, i consumatori non vengono cercati tra i lettori veri, bensì tra chi acquista un prodotto soltanto perché se ne parla o perché visto in vetrina.
I manager editoriali sostengono essere questa la massima concretezza democratica possibile, dal momento che a scegliere la linea di produzione sarebbe la gente stessa. E, con questo pensiero infantile, dimenticano (o fingono di dimenticare o, peggio, non sanno) che il ricatto implicito in una simile dinamica, finisce per distruggere la creatività. Nel momento in cui l’autore viene mosso dal gusto del lettore, il suo pensiero cade verso il basso e abiura i valori culturali a vantaggio, ancora tutto da dimostrare, di quelli del consumo.

copertina_PaginaUno_gen2013Sono vari passaggi tratti dalla presentazione della rivista PaginaUno, bimestrale di analisi politica, cultura e letteratura, ovvero parole strasantissime, peraltro scritte dal direttore della rivista Walter G. Pozzi e da Giovanna Cracco ben sei anni fai (!), nel Febbraio 2007.
Veramente questa volta non mi viene da aggiungere nulla, se non constatare che, in questi sei anni, mi pare che la situazione così ben descritta sia andata ancor più deteriorandosi. La cultura diffusa in una società è come il sangue nelle vene di un corpo vivo, e la letteratura è le piastrine di quel sangue. Senza di esso il corpo diventa quello di uno zombie. La nostra società, ovvero il nostro corpo sociale; e basta darsi un occhio intorno per capire quanto ciò sia parecchio corrispondente alla realtà effettiva.

En passant, è da poco uscito il numero 30 di PaginaUno, una rivista che merita veramente di essere conosciuta e letta – e non lo dico certo per ottemperare a una qualche marchetta, ma ciò che mi premeva era soprattutto di segnalare quelle bellissime parole sopra riportate, sacrosante appunto, e da tenere molto ben presenti ogni qualvolta diamo e daremo uno sguardo nel bizzarro (eufemismo!) mondo editoriale italiano.