[Il Monveso di Forzo, la “Montagna sacra”.]Il progetto della “Montagna Sacra”, dibattuto, criticato, disapprovato, da qualcuno osteggiato ma sempre, quando ciò è accaduto, per un’analisi troppo superficiale (se pur legittima, ma tant’è) dell’idea, con il tempo sta guadagnando invece sempre più consensi, cognizioni, condivisioni. Lo ha dimostrato bene la recente ospitata su Rai3, nel programma “Quante Storie” condotto da Giorgio Zanchini, dell’amico Enrico Camanni, una delle più prestigiose figure della cultura di montagna italiane, in qualità di autore de “La Montagna Sacra” (Laterza), il suo ultimo libro dei cui temi ha discusso con Paolo Cognetti, altra rilevante figura del mondo della montagna. Camanni è anche componente del comitato promotore del progetto, insieme ad altre prestigiose figure e, inopinatamente, a chi scrive.
Potete vedere la puntata di “Quante Storie” cliccando sull’immagine qui sotto.
Sta guadagnando sempre più approvazioni, il progetto della “Montagna Sacra”, in forza dei suoi concetti fondanti principali (dei quali il libro di Camanni offre una notevole dissertazione): quello dell’invasività umana che pervade ogni angolo del pianeta e della conseguente necessità di lasciare spazio alla “alterità” (gli altri esseri viventi), pena il degrado irrefrenabile dell’ecosistema globale; il secondo è quello di conquista, insito nella natura umana ma non più sostenibile, per far laicamente prevalere, per una volta, e almeno in un luogo almeno, l’idea dell’astensione e la necessità di determinare un limite, certamente simbolico ma altrettanto sostanziale nel suo senso, capovolgendo modelli culturali (da no-limits a off-limits) che sulle montagne e non solo lassù hanno cagionato e cagionano impatti non più accettabili. Concetti che sono ben difficilmente confutabili e i quali, sarà evidente, vanno ben oltre la mera discussione superficiale sulla “forma” del progetto, la cui simbolicità provocatoria serve proprio per innescare il dibattito e costringere alla riflessione su temi così importanti eppure largamente sottovalutati.
Per essere chiari, è simbolicamente “Montagna Sacra” il Monveso di Forzo, la vetta protagonista del progetto, ma nei concetti sopra indicati è “sacro” cioè bisognoso di non subire ulteriore invasività antropica e di determinare un limiteal suo sfruttamento (dunque in tal senso inviolabile: a ciò richiama la provocazione suddetta mirata al Monveso di Forzo) il Vallone delle Cime Bianche, il Monte San Primo, il Lago Bianco del Passo di Gavia, il Monte Tonale Occidentale, il Sassolungo, il Passo della Croce Arcana, il Sasso Tetto di Sarnano e ogni altro territorio minacciato da progetti di infrastrutturazione turistica e commerciale palesemente scriteriati e perseguiti soltanto per fini meramente affaristici. Territori da non più violare oltre quanto è già stato fatto e il cui delicato, prezioso, meraviglioso ambiente non può sopportare.
In tal senso il progetto della “Montagna Sacra” propone un rapporto forma-funzione (consentitemi di utilizzare questa definizione, che trovo calzante) profondamente efficace sollecitando la riflessione e la presa di posizione al riguardo. Per questo, appunto, sta ottenendo sempre più consensi e approvazioni. Il dibattito non è più sull’essere favorevoli o contrari ma su come poter concretamente sostenere i suoi concetti di fondo, così necessari, così improcrastinabili per il bene presente e futuro delle nostre montagne e dei territori naturali.
Per saperne di più su “La Montagna Sacra” cliccate qui, mentre per conoscere più approfonditamente il progetto – oltre che attraverso la lettura del libro – e sottoscriverlo potete visitare questa pagina.
Le montagne esistono perché noi possiamo scalarle, possiamo camminarci, possiamo sciarci? Ha senso, in un ecosistema così fragile, perseguire un modello di sviluppo fondato sulla crescita, sull’aumento anno dopo anno di turisti e di impianti? Perché altre culture, dall’Himalaya alle Ande, hanno immaginato l’esistenza di montagne sacre, luoghi da cui l’uomo dovesse restare lontano? Cosa ci insegna questa idea di limite?
Venerdì 5 aprile prossimo arriva nelle librerie La Montagna Sacra (Laterza, collana “I Robinson / Letture”), il nuovo libro di Enrico Camanni, tra le figure più importanti nel panorama italiano della cultura di montagna e membro del gruppo di lavoro che promuove il progetto “Monveso di Forzo, Montagna Sacra”. Già da tali premesse si può comprendere quanto la nuova opera di Camanni risulti significativa per la conoscenza e la comprensione del messaggio alla base del progetto che propone di dichiarare “sacra” la montagna tra la Valle Soana e la Valle di Cogne – variamente citata nel libro – chiedendo a chi vi aderisce di astenersi dalla salita. Una proposta inedita per la cultura occidentale, per certi aspetti “rivoluzionaria”, condensata in un manifesto che è stato firmato da un autorevole gruppo di alpinisti, escursionisti, scienziati, giornalisti, scrittori e attori, riunito nel gruppo di lavoro sopra citato del quale anche io ho l’onore e il piacere di far parte.
[Prime luci sul Monveso di Forzo, la ” Montagna sacra” delle Alpi italiane. Foto di Toni Farina, per gentile concessione.]Inevitabilmente il progetto ha scatenato un dibattito acceso, dividendo il mondo degli ambientalisti e dei frequentatori della montagna. Si tratta di una provocazione che tocca i nervi scoperti della cultura e della sensibilità collettive, proponendo alla società del consumo delle autolimitazioni, e delle riflessioni, che in altre culture sono più che mai condivise. Esistono montagne sacre dall’America Latina all’Australia alle catene himalayane, e migliaia di pellegrini che invece di scalarle le venerano. Di contro il Monveso di Forzo è dichiarato “sacro” nel senso laico del termine, senza alcuna connotazione religiosa ma, appunto, proponendone un’accezione che richiama l’importanza fondamentale dell’idea e della necessità del limiterispetto al livello di invasività che ormai caratterizza la presenza umana sulle montagne e nel resto del pianeta. Una presenza di frequente smodata, posta la realtà ambientale sempre più critica che dobbiamo affrontare su scala globale, i cui effetti si manifestano in maniera particolarmente evidente proprio nei territori montani.
Fare del Monveso di Forzo una vetta inviolabile alle aspirazioni di possesso, dominio e conquista che troppo spesso motivano le azioni dell’uomo, con conseguenze inequivocabilmente deleterie. Un’azione simbolica, certamente, ma dal valore culturale emblematico e potente.
Ne La Montagna Sacra Enrico Camanni ripercorre la storia degli ultimi secoli, dimostrando come la relazione dell’uomo con le montagne, e le Alpi in particolare, sia sempre stata di sottomissione. Prima la religione, poi le guerre, infine il turismo, hanno trattato le cime come luoghi utili agli scopi umani, bellezze da usare, “valorizzare”, conquistare e talvolta abusare. Ancora oggi, nell’epoca della riconversione ecologica, l’unico sviluppo condiviso dalla politica sembra quello di altri impianti, altro cemento, altre speculazioni, dalla spinosa questione delle Cime Bianche sotto il Cervino, ai progetti invasivi sul Sassolungo, nel cuore delle Dolomiti, agli impianti per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Ma davvero non esiste un limite?
Per gentile concessione dell’autore, e in anteprima assoluta, vi propongo di seguito un estratto del libro, la cui lettura – inutile rimarcarlo – è alquanto consigliata.
Fermarsi adesso
Nell’estate del 1907 gira la voce di un treno per il Cervino. Gli svizzeri sono già famosi per le ferrovie d’alta quota, ma non si pensava che si spingessero a tanto e che fosse tecnicamente possibile scalare il Matterhorn in carrozza. Invece il progetto c’è e gli ingegneri lo ritengono realizzabile. La cima più bella e desiderata potrebbe essere infine piegata dalla tecnologia.
«Maledizione! – inveisce l’anziano abbé Amé Gorret, primo salitore della cresta del Leone –. Mi hanno informato di un progetto di cremagliera sul Monte Cervino. Orrore! La scienza si è inaridita fino al punto di distruggere, uccidendo la bellezza e la poesia? Orrore!»
Lo scrittore Charles Gos lo tranquillizza con una lettera: in Svizzera c’è un forte movimento di opposizione e la gente per fortuna non ne vuole sapere. Gorret, rasserenato, gli risponde il 7 settembre:
«Sono felice di sapere che la sottoscrizione per impedire il deturpamento del nostro caro Cervino abbia già raggiunto le 40.000 adesioni. Ma vorrei aggiungere un’altra cosa… Lascio da parte le considerazioni più pratiche: le tempeste improvvise, il fulmine e il metallo, la rottura dei cavi, eccetera. Ma c’è dell’altro, tra il triste e il faceto. Triste: le vittime di un funesto incidente sul percorso non potrebbero aspettarsi nessuna compassione: se lo sarebbero cercato! Comico: un signore e una ricca dama architettano di spedire i loro cappelli sulla montagna senza neppure scomodarsi e poi, nei salotti d’inverno, vanno a mostrare il cappello dicendo: «Questo è stato sul Cervino!», come se ci fossero stati anche loro…»
Nessuno spedì il suo cappello in cima alla Gran Becca, perché vinse il buon senso e nella primavera del 1908 il Cervino venne dichiarato salvo. Intanto il povero Gorret morì nel dubbio il 4 novembre 1907, dopo breve malattia.
La storia è emblematica. Se all’inizio del Novecento si poteva già stendere un binario sulla parete est del Cervino, pensate che cosa siamo in grado di fare oggi. Potremmo spianare le montagne, bucarle, farne ghiaia da costruzione, smontarle a pezzi e rimontarle a Disneyland per i giochi dei bambini, oppure eliminarne definitivamente l’ingombro dalla Terra – ricavando comodi terreni edificabili –, o ancora trasformarle in un paesaggio virtuale. Tutto possiamo, e molto tramiamo, perché la tecnologia ha fatto passi da gigante mentre l’etica ambientale è inchiodata alle leggi del mercato, con un macroscopico squilibrio tra il progresso della scienza e quello della coscienza.
Ancora una volta la storia dell’alpinismo può essere una buona consigliera: quando l’evoluzione è stata affidata ciecamente alla crescita tecnologica (bombole a ossigeno, materiali spaziali, collegamenti satellitari, corde fisse, elicotteri, rifornimenti aerei) l’alpinismo himalayano si è ammalato gravemente, trasformandosi in business dell’estremo e cancellando, con la wilderness, le ragioni stesse della propria esistenza. Per rinascere avrebbe di nuovo bisogno di togliere, alleggerire e autolimitarsi, non per andare contro la storia, ma per continuare a scriverla.
Non è uno scontro tra cattivi e buoni, anche questa sarebbe una semplificazione. È che per la seconda volta nella vicenda umana, l’uomo è completamente responsabile dalla propria sopravvivenza. La prima volta è accaduto alla metà del secolo scorso con l’invenzione, la produzione e l’uso della bomba atomica. La seconda volta è adesso con i gas serra e l’accelerazione del riscaldamento globale, anche se sono circa quarant’anni che la scienza, inascoltata, segnala il fenomeno e ci ammonisce sulle conseguenze. Due volte in meno di mezzo secolo sarebbero troppe anche per un popolo propenso all’autodistruzione, e questo in parte spiega lo smarrimento psicologico, la negazione e la rimozione collettive che tanto ricordano i passeggeri del Titanic che continuarono a ballare mentre il transatlantico affondava nel mare gelato.
E poi c’è il limite, quel destino ineluttabile che ci definisce e al contempo ci impedisce, generando gli innumerevoli, umanissimi e talvolta disperati tentativi di ingannare la finitudine e la morte attraverso il successo, il denaro, il sesso, il potere e altre illusioni di onnipotenza. Non è affatto semplice imporre dei limiti a noi stessi, ed è ancora più difficile porli allo sviluppo sfrenato e dissennato del consumismo, dopo che ha regalato decenni di benessere alla fetta fortunata del mondo, lasciando l’altra a guardare. Il limite è allo stesso tempo il lato più naturale e innaturale della natura umana, e solo i saggi possono aspirare all’equilibrio.
Ma qui non si tratta di saggezza ed equilibrio, qui ormai si parla di sopravvivenza. La recente storia delle Alpi, uno dei territori più fragili e preziosi del pianeta, perfetta rappresentazione del mondo occidentale e del suo modello di sviluppo, mostra quanto il limite sia stato sistematicamente superato e umiliato, e con quale evidenza la natura ci stia presentando il conto. Come scriveva Laura Conti molto tempo fa, «da qui in avanti, il momento più facile in cui fermarsi è ora. Ora è più difficile di ieri, ma è più facile di domani». E oggi è già domani.
(P.S.: questo articolo è stato pubblicato in origine nel blog de “La Montagna Sacra” sul portale Sherpa.org.)
L’industria sciistica è un settore estremamente vulnerabile all’aumento delle temperature perché questo innalzamento mette in discussione modelli fino a pochi anni fa considerati vincenti e replicabili all’infinito: nel tempo e nello spazio.
Con una quota-neve di anno in anno più elevata e con inverni sempre più brevi, nei prossimi anni sarà più difficile riuscire a sciare e, di conseguenza, molte stazioni sciistiche rischiano di chiudere.
A dire la verità, come riportato dal report di Legambiente Nevediversa2023, diverse stanno già chiudendo: «Nella Penisola nel 2023 sono aumentati sia gli “impianti dismessi” toccando quota 249, sia quelli “temporaneamente chiusi” – sono 138 – sia quelli sottoposti ad “accanimento terapeutico”, ossia quelli che sopravvivono grazie a forti iniezioni di denaro pubblico, e che nel 2023 sono arrivati a quota 181».
Inoltre in Italia possiamo vantare quasi 6.000 chilometri di piste da sci. Tantissimi: 6.000 km è la distanza che separa Capo Nord da Palermo, passando per Bruxelles.
Per offrirvi un altro termine di paragone i chilometri di autostrade, sempre nella Penisola, sono circa 7.000. Il report sopracitato ci spiega che il 90% di questi 6.000 chilometri di piste viene innevato artificialmente.
Questo processo di innevamento artificiale è particolarmente vorace di energia che in Italia viene in buona parte ricavata dai combustibili fossili. Combustibili fossili che, come ormai tutti sappiamo, sono la principale causa dell’innalzamento delle temperature, che, a sua volta, sta provocando una diminuzione delle precipitazioni nevose.
Tratto dall’articolo Ha ancora senso, nel 2023, realizzare nuove funivie? di Pietro Lacasella, pubblicato su “Lo Scarpone” il 15 giugno 2023 (lo trovate anche su sherpa-gate.com, uno dei canali web di Alessandro Gogna). Potete leggere l’intero articolo – e vi invito a farlo perché Pietro è sempre tanto chiaro nell’esposizione dei temi di cui tratta quanto interessante e stimolante – cliccando sull’immagine in testa al post. Del report Nevediversa2023 di Legambiente ho scritto qui.
È inesorabilmente sconcertate e sconsolante ritrovarsi a constatare, nelle sempre più frequenti occasioni che con il passare del tempo si manifestano, il livello che l’analfabetismo funzionale diffuso nella nostra comunità sociale ha ormai raggiunto. Già denunciato lustri fa da figure illustri come Umberto Eco e Tullio De Mauro, il fenomeno appare ormai non più soltanto la conseguenza della mancanza più meno organica di strumenti culturali utili a comprendere il mondo nel quale si vive e le relative informazioni, mancanza riguardo la quale gli analfabeti funzionali potrebbero non avere colpe risultandone vittime, ma risulta l’espressione consapevole e mirata della non volontà di sapere, di conoscere, di informarsi, così da poter affermare o negare a priori ciò che si vuole pubblicamente sostenere senza il rischio di comprendere che quanto viene sostenuto sia sbagliato. Ovvero: non soltanto vi sono persone che leggono cose senza capirle permettendosi comunque di disquisirne pubblicamente, ma ve ne sono altrettante che consapevolmente decidono proprio di non leggere e di non sapere per poi dire cose. Anzi, paradossalmente è proprio su questa ostentazione di ignoranza che basano il loro dire cose in pubblico: così esse diventano la perfetta rappresentazione nella realtà del paradosso del cretino così mirabilmente raccontato da Fruttero e Lucentini, per il quale il cretino più è tale e più è convinto che i cretini siano gli altri. L’analfabeta funzionale alimenta tale suo stato anche con la convinzione che siano gli altri a non capire e solo lui ad avere capito tutto.
Così accade che il socratico (dacché attribuitogli) «so di non sapere», da impulso che alimenta il desiderio di conoscenza diventa in quelle persone la pretesa di non voler e dover sapere per poter imporre le proprie idee, talmente vuote di sostanza e sovente così immotivate e irrazionali da dover essere imposte con la forza verbale, l’urlo, la prepotenza, di contro senza ammettere alcuna discussione e tanto meno confutazione: ovviamente perché non saprebbero mai reggere un confronto sulle idee e sulla sostanza autentica delle cose e lo fuggono, rifiutandolo da subito attraverso quella loro ostinata arroganza.
Per questo l’analfabetismo funzionale è innanzi tutto una palese dimostrazione di debolezza di pensiero e d’animo oltre che di paura, di timore della verità effettiva che nel loro inconscio gli analfabeti funzionali sanno essere l’opposto delle proprie convinzioni. Come siamo giunti a questa sconsolante situazione? Be’, le risposte possono essere variegate e molte di esse sostenibili, tuttavia oggi è parimenti importante, oltre a capire le cause del fenomeno, reagire agli effetti. Anche in tal caso le risposte possono essere diverse e ciascuna di per sé buona: rifletterci sopra è quanto mai necessario. Di sicuro al riguardo resta assolutamente valida una delle celeberrime “leggi” di Arthur Bloch, da utilizzare come principio di (re)azione basilare:
Non discutere mai con un idiota: la gente potrebbe non notare la differenza.
(Nell’immagine in testa al post: una maglietta della quale si dovrebbero distribuire milioni di esemplari utilizzando i soldi del PNRR. Sarebbe una delle riforme migliori da finanziare, già.)
Tra i giostrai alpini, quelli che si prodigano nel piazzare installazioni ludico-ricreative (ovvero così ritenute da alcuni) sulle montagne, vi è pure una categoria definibile “devota” le cui opere, generalmente piazzate sulle vette più che sui fianchi montuosi, hanno carattere religioso (ovvero così ritenuto da alcuni) più che ludico, seppur nel principio le due cose si basano su un identico principio di percezione forzatamente mediata dell’ambiente e del paesaggio montani. I primi pensano che senza qualcosa di artificiale (panchine giganti, piattaforme panoramiche, ponti di varia natura, eccetera) non si possa cogliere e valorizzare a dovere la bellezza alpestre, i secondi che senza un qualche manufatto simbolico religioso (croci, statue, altari, eccetera) non se ne possa cogliere la sacralità. In entrambi i casi, passatemi l’esempio, è un po’ come se per ammirare un capolavoro pittorico standoci davanti venisse imposto l’uso di un cannocchiale perché altrimenti la visione ne verrebbe deformata: peccato che avviene l’esatto contrario ed è semmai la lente del cannocchiale a distorcere la percezione visiva dell’opera, essendo del tutto inadatto allo scopo.
Nell’articolo qui sopra riportato, pubblicato su “Aquile in Guerra. Rassegna di studi della Società Storica per la Guerra Bianca” nr.21-2013, Marco Balbi, presidente della Società stessa, mette ben in evidenza la suddetta devianza percettiva (e non solo) contestualizzata all’emblematico caso religioso-devozionale del Monte Castellazzo, nelle Pale di San Martino (nella foto in testa al post), chiedendosi-ci efficacemente al riguardo come si possa «rovinare un paradiso in nome del paradiso», cioè un luogo che tutto ha per natura dell’ambito sublime e spirituale o, se si vuole, divino, con qualcosa che francamente di spirituale e divino non ha nulla se non per imposizione forzata e dogmatica. Già, perché guai a osare criticare tali opere: non si passa solo per disfattisti, “ecointegralisti” o cose simili ma pure per blasfemi miscredenti profanatori dei valori e delle tradizioni popolari!
Eh, peccato che insieme al luogo montano e alla sua dimensione naturalmente elevata, ciò che viene più rovinato, da questi interventi, è proprio il senso religioso e devozionale, e la possibilità di suscitare in chi li visita un genuino afflato spirituale e meditativo. Insomma, pensateci bene: che genuina “spiritualità” («l’avere natura o carattere spirituale», vocabolario Treccani) può essere quella che non sa rendersi conto dell’essenza spirituale primigenia e naturale che le vette montane manifestano fin dalla notte dei tempi e di contro ha bisogno di simboli materiali lì piazzati per convincersi di sussistere? Invero è una non spiritualità di matrice inesorabilmente artificiosa, finta, simulata e vuota di qualsiasi senso devozionale – posto poi che effettivamente chi salga lassù voglia manifestarla, una qualche forma di spiritualità, dacché, come scrive Balbi, l’impressione è che lassù ci giungano soltanto masse turistiche attratte dal marketing, ben più interessate a stare lassù (testimoniando il tutto con gli immancabili selfies, ovviamente) che a essere lì, in quel luogo e in relazione con la sua autentica valenza culturale che può ben contenere anche la matrice mistico-spirituale ma, ribadisco, per sua natura e senza il bisogno di alcun manufatto francamente invasivo, inquinante, inquietante, degradante. E con l’inesorabile contorno di assembramenti, schiamazzi, rifiuti… – tutte cose consone a un luogo deputato alla spiritualità e alla meditazione, vero?
Ecco.
Per quanto mi riguarda, l’opinione personale riguardo il tema “croci sui monti” l’ho già ben formulata più volte, ad esempio qui. Quello del Monte Castellaccio credo sia l’ennesimo caso di degrado d’una montagna con manufatti del tutto fuori contesto e avvilenti il luogo, il paesaggio e il suo valore culturale, con ricadute materiali che amplificano il danno originario. Punto.
P.S.: ringrazio molto Giuseppe Mendicino per avermi ricordato l’articolo di Balbi e il tema in genere.