Perdita della memoria collettiva, la grande malattia italiana (Paolo Rumiz dixit #3)

Il sacro timore non c’è più. L’assistenzialismo ha ucciso tutto, anche la percezione del degrado, e dietro a questa rimozione c’è la voglia di dimenticare una misera identità contadina. E’ la grande malattia italiana; ma mentre in Veneto questa fuga è diventata furia produttiva, in Calabria e Basilicata si è trasformata in furia consumistica. Una perdita di memoria a causa della quale non vedi più nemmeno il futuro. Ti rimane addosso un oscuro senso di incertezza, cui reagisci ricorrendo all’indigestione da supermercato, ai cartomanti, agli indovini. Intanto, la vecchia paura rinnegata ne produce infinite altre – gli immigrati, la piccola criminalità, il terrorismo – perfettamente intercambiabili tra loro.

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.324)

rumiz-alberoRumiz condensa in questo passo una delle grandi malattie (non “la”, a mio modo di vedere e purtroppo… fosse solo quella!) dell’Italia moderna e contemporanea. Perdita di memoria, ovvero correlata e inevitabile perdita di identità culturale, sociale e antropologica: ne risulta un popolo debole, scollegato dal territorio in cui vive e dalle sue specificità storico-geografiche, incapace di generare un adeguato senso civico perché privato delle basi fondamentali affinché si possa formare e dunque, per tutto ciò, (de)cadente in fenomenologie sociali (o sociopatiche) come quelle indicate da Rumiz, scambiate per prove di forza (la rabbia contro gli immigrati, ad esempio) e invece segni di profondissima debolezza.
In tal modo, appunto per citare un esempio diffuso, si crede una fortuna che fuori casa, sull’ennesimo campo agricolo abbandonato, sorga l’altrettanto ennesimo centro commerciale, quando invece rappresenta un altro sfregio al territorio, al tessuto sociale ed economico, alla sua cultura, alla sua identità. In tali condizioni, che poi si manifestino innumerevoli casi di degrado, di criminalità, di mancata integrazione, di disordine sociale è solo questione di tempo. Ma in quel centro commerciale c’è pure l’aria condizionata… quando fa caldo dentro si sta bene, e si dimentica tutto il resto. Amen.

P.S.: qui potete trovare la personale recensione a La leggenda dei monti naviganti.

Sul deleterio DdL Madia, che con palese culturafobia le Soprintendenze getterà via!

tumblr_mqrsqrPuoI1s8gf5ro1_1280Scusate il titolo del post, apparentemente ironico, ma sappiate che è più tagliente sarcasmo che tentativo di ridere su qualcosa di invero parecchio inquietante… Già, perché qualsiasi appassionato di cultura, per motivi professionali o meramente personali, non può restare insensibile e non inquietarsi di fronte alle peggiori ipotesi che si generano dalla lettura del Disegno di Legge Madia (nr.1577/2015), che con l’articolo 8 comma 1e “riforma” (‘sta parola, poi… riforma: ci sarà da scriverci e meditarci sopra, prima o poi) la Pubblica Amministrazione, e che prevede tra le altre cose la confluenza delle Soprintendenze nelle Prefetture.
Questo è il testo dell’articolo in questione, con in grassetto la parte “incriminata”:

Ddl 1557, art. 8, comma 1e, con riferimento alle Prefetture-Uffici territoriali del Governo: a completamento del processo di riorganizzazione, in combinato disposto con i criteri stabiliti dall’articolo 10 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, ed in armonia con le previsioni contenute nella legge 7 aprile 2014, n. 56, razionalizzazione della rete organizzativa e revisione delle competenze e delle funzioni attraverso la riduzione del numero, tenendo conto delle esigenze connesse all’attuazione della legge 7 aprile 2014, n. 56, in base a criteri inerenti all’estensione territoriale, alla popolazione residente, all’eventuale presenza della città metropolitana, alle caratteristiche del territorio, alla criminalità, agli insediamenti produttivi, alle dinamiche socio-economiche, al fenomeno delle immigrazioni sui territori fronte rivieraschi e alle aree confinarie con flussi migratori; trasformazione della Prefettura-Ufficio territoriale del Governo in Ufficio territoriale dello Stato, quale punto di contatto unico tra amministrazione periferica dello Stato e cittadini; attribuzione al prefetto della responsabilità dell’erogazione dei servizi ai cittadini, nonché di funzioni di direzione e coordinamento dei dirigenti degli uffici facenti parte dell’Ufficio territoriale dello Stato, eventualmente prevedendo l’attribuzione allo stesso di poteri sostitutivi, ferma restando la separazione tra funzioni di amministrazione attiva e di controllo, e di rappresentanza dell’amministrazione statale, anche ai fini del riordino della disciplina in materia di conferenza di servizi di cui all’articolo 2; coordinamento e armonizzazione delle disposizioni riguardanti l’Ufficio territoriale dello Stato, con eliminazione delle sovrapposizioni e introduzione delle modifiche a tal fine necessarie; confluenza nell’Ufficio territoriale dello Stato di tutti gli uffici periferici delle amministrazioni civili dello Stato; definizione dei criteri per l’individuazione e l’organizzazione della sede unica dell’Ufficio territoriale dello Stato; individuazione delle competenze in materia di ordine e sicurezza pubblica nell’ambito dell’Ufficio territoriale dello Stato, fermo restando quanto previsto dalla legge 1° aprile 1981, n. 121; individuazione della dipendenza funzionale del prefetto in relazione alle competenze esercitate.

In pratica, gli “uffici Territoriali” sarebbero le Prefetture, gli “uffici periferici” tutti gli enti come le Soprintendenze. Sia chiaro: molte volte mi sono trovato a riflettere sull’efficienza – amministrativa e finanziaria – delle Soprintendenze riguardo la gestione dei beni culturali in genere, e non di rado ho avuto l’impressione – la solita, italica impressione! – di macchine farraginose e a volte ingrippate. D’altro canto, è grazie alle Soprintendenze se in Italia si è riusciti a preservare buona parte del patrimonio artistico-culturale in primis dalla cementificazione selvaggia (quella che secondo alcuni lo stesso DdL Madia invece liberalizzerebbe, in buona sostanza), e si è potuto valorizzare il patrimonio stesso in modo da salvaguardarlo dalla rovina, da cercare di renderlo fruibile al pubblico e, di conseguenza, a farlo “monetizzare” come necessariamente deve. Azioni non sempre riuscite al meglio, ma almeno messe in atto – è già qualcosa, per come sia comatoso lo stato della cura del patrimonio culturale nazionale. Le Prefetture, invece, sono altro, nel bene e nel male. Non sono nate per occuparsi di cultura e patrimonio culturale, non hanno gli strumenti, le capacità, le competenze per farlo. Insomma – per usare la stessa metafora medica: se forse le Soprintendenze sono, con il patrimonio culturale nazionale in stato comatoso, come un dottore non troppo efficiente ma almeno dotato di cognizione di causa in modo che una buona cura in un modo o nell’altro la si possa attuare, ora il DdL Madia pretende di far curare quel malato (che, sia chiaro, se morisse farebbe morire l’intero paese, non solo culturalmente!) a un meccanico d’auto, che sa cos’è una chiave inglese ma uno stetoscopio non saprebbe nemmeno come tenerlo in mano e usarlo, ecco.
Non so: a volte si ha la vivida impressione che il paese che forse più di ogni altro al mondo dovrebbe avere cognizione e cura della cultura e delle cose relative – al punto da poter virtualmente diventare ricco grazie ad esse – faccia strategicamente di tutto per sbarazzarsene, per togliersele dai piedi per far posto ad altro di più conveniente per qualcuno ma assolutamente e inesorabilmente deleterio per il paese e la sua società civile. E tutto questo, giustificato da cosa? Dalle necessità di bilancio, dai tagli alla spesa pubblica, dal debito sempre più imponente? Scuse, puerili e bieche scuse, ovvero prove evidenti di una totale e letale ottusità istituzionale, amministrativa e politica. Il personale sospetto (sarò esagerato, complotti sta, catastrofista, ma tant’è) è invece sempre quello: la cultura dà fastidio, rende le persone pensati e dunque perspicaci. Quanto di più aborrito da qualsiasi sistema di potere. Meglio un tot di trasmissioni idiote in TV, una bella partita di calcio o qualche ennesimo status symbol che ci faccia sentire belli e importanti. Panem et circenses: l’Italia s’è fermata lì, con la sua evoluzione politica e sociale.

P.S.: qui trovate un articolo che riassume bene tutti i vari aspetti della questione, tratto da Finestre sull’Arte.

Urbanistica inurbana. Come anche piccoli gesti di grande ignoranza distruggono il nostro paesaggio.

Il paesaggio è cultura – non lo scopro certo io – dunque la cura del paesaggio, in senso naturalistico, ecologico, architettonico, urbanistico quindi estetico, è una pratica culturale, e delle più importanti. Ed è una di quelle che, più che una particolare preparazione accademica – necessaria, senza dubbio – abbisogna di intelligenza e buon senso. Senso civico, e non solo.
Posto ciò, ogni volta che ho l’occasione di osservare il territorio antropizzato dall’alto – da un aereo, ma pure dalla vetta di un monte – resto ogni volta puntualmente basito di quanto disordine urbanistico i nostri territori edificati dimostrino. E’ evidente che da molto tempo a questa parte chi è stato responsabile della pianificazione urbanistica – di qualsiasi amministrazione pubblica facesse parte – ha lavorato ad cazzum (scusate l’aulico latinismo!), ignorando totalmente qualsiasi ordine non solo estetico e, non posso che pensare, distribuendo licenze edilizie senza alcuna attenzione a cosa queste comportassero poi, in tema di modificazione del territorio. Un’ignoranza che, peraltro, è tale anche verso quella cura che invece da secoli l’uomo ha dovuto e voluto conseguire con l’ambiente nel quale viveva, assolutamente conscio che da questa cura potesse generarsi una parte importante del suo benessere (in senso civico e sociale, ovviamente più che in senso economico – ma anche sotto questo aspetto, a ben vedere!) quotidiano.
Così ora buona parte del nostro territorio antropizzato offre la visione di case e palazzi vari sparsi a casaccio, sovente intramezzati da edifici ad uso industriale e da strade dal senso viabilistico piuttosto oscuro: un guazzabuglio totale, che appunto regala poi la vivida impressione di un territorio sotto molti aspetti entropico, privo (privato) di bellezza paesaggistica, lasciato ad uno sbando urbanistico i cui effetti si protraggono inevitabilmente per lungo tempo. Senza contare la scarsissima attenzione verso l’estetica architettonica di molti edifici e la loro armonia con quanto hanno intorno, di naturale e di antropico.
Ma voglio far capire in modo ancor più evidente quanto sto sostenendo. Due immagini, di seguito, tratte da Google Maps, scelte in modo vieppiù casuale – anche se ho voluto cercare zone a me piuttosto conosciute, dunque fate conto che siamo sul territorio lombardo. Ad esse ho voluto aggiungere alcune linee rosse al fine di evidenziare la struttura urbanistica applicata a tali zone antropizzate e rivelarne l’armonia o la disarmonia.
Una zona agricola:
Senza nome-True Color-04Visibilmente regolare e armoniosa, nella sua struttura, con rarissime eccezioni.
Ora una zona cittadina:
Senza nome-True Color-05Altrettanto visibilmente disordinata e priva di alcun criterio, con rarissime eccezioni. Peraltro, si può tranquillamente trovare di peggio, in giro per l’Italia.
E non mi si venga a dire che in un caso c’è spazio mentre nell’altro manca, o altro del genere. Balle! Non è una questione di sussistenza di spazio disponibile, ma di sfruttamento virtuoso o meno – ovvero basato sull’intelligenza e sul buon senso, appunto – di esso. Poi certo, il terreno regolare è più facilmente lavorabile, senza dubbio: ma perché, l’impianto cittadino regolare non sarebbe a sua volta meglio gestibile, sia a livello architettonico che urbanistico? Domanda retorica, ovvio.
Ora, giusto per farvi capire come, ahinoi, questa deleteria incuria urbanistica sia un male (uno dei tanti…) alquanto italiano, ecco un altro estratto da Google Maps: in questo caso si tratta di una città nordeuropea – una città che conosco piuttosto bene, e che a sua volta non ha certo così tanto spazio da sfruttare, anzi, la città italiana sopra mostrata ne ha ben di più.
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Inutile commentare, credo.

Bene, direi che non c’è molto altro da aggiungere. Anzi no: voglio aggiungere qualche dato (lo traggo dal sito di Legambiente), riguardante la stessa Lombardia, che fa ancora meglio capire una delle conseguenze peggiori di quanto sopra esposto. Nell’Hinterland nord di Milano, quello più densamente sfruttato e che fa capo alla città di Monza, il 53,2% dei 40.000 ettari si cui si estende il territorio è urbanizzato: in otto anni, ovvero dal 1999 al 2007, la Brianza ha edificato 1.310 ettari e ha consumato 1.447 ettari agricoli, pari a una superficie di 2,4 volte quella del Parco Nord Milano. A livello regionale complessivo, negli ultimi anni il suolo è stato consumato al ritmo di 140.000 metri quadrati (l’equivalente di circa 20 campi di calcio) al giorno, per un totale di quasi 5.000 ettari l’anno coperti da cemento ed asfalto, distrutti dall’edilizia residenziale e commerciale, da strade, impianti industriali, centri commerciali e capannoni. Tutti sparsi sul territorio in maniera sregolata, illogica, senza nessun criterio, nessuna intelligenza, nessuna umanità.
Non serve affermare che una pianificazione urbanistica assennata e armoniosamente legata al territorio su cui agisce ridurrebbe e di molto tale cementificazione, quando invece la scriteriata confusione da decenni divenuta “norma” l’ha aumentata ben oltre il necessario.

Che dalle nostre italiche parti in politica – anche a livello locale purtroppo – ci vadano molto spesso degli incompetenti, è cosa ormai assodata. Che tali incompetenti trovino pure campo libero per palesare in modo assoluto quanto lo siano (tra altri idioti pubblici, interessi personali, favori ad amici e parenti, raccomandazioni, mazzette…) è altrettanto e drammaticamente appurato. Insomma, sia quel che sia, ora ci ritroviamo un territorio, attorno a noi, molto spesso deturpato e imbruttito oltre ogni limite.
Forse, e una volta per tutte, dovrebbe essere molto meno assodato che noi cittadini – noi che votiamo quegli incompetenti per poi subirne l’incompetenza – lasciassimo rovinare il nostro paesaggio, le nostre città e i nostri paesi in questo modo così tragico.

La tragica normalità di un paese “analfabeta” in tutto, o quasi. Dopo la Sardegna, a chi toccherà?

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Alé, anche la Sardegna è entrata in elenco. Dopo Liguria, Toscana, Campania, Piemonte, Veneto… – un elenco parecchio lungo, in effetti.
A chi tocca, ora?
Sì, perché capiterà ancora, e mica bisogna essere Nostradamus per prevederlo. Lo intuiscono pure i sassi ormai, così come ormai conoscono tutta la prassi successiva a tali tragedie – sempre la stessa: le polemiche, i dibattiti in TV, l’allerta che c’era anzi no e la colpa è tua no è sua, i soccorsi in ritardo, i politicanti che dicono “siamo accanto a voi!” mentre con 10 minuti di elicottero volano sulle zone colpite per poi tornarsene nei propri palazzoni romani, gli sms da 2 Euro che siano lodati, certo, ma a volte si ha l’impressione che li abbiano inventati apposta per far mettere il cuore in pace a chi non è della zona e non sentire la colpa del pensare “meno male che è capitato a loro e non a me!”, i fondi stanziati ma che, chissà perché, non arrivano mai… Poi altre notizie occuperanno i servizi dei TG e le prime pagine dei giornali, le polemiche si placheranno, la gente troverà ben altro con cui distrarsi e tutto scivolerà via liscio come il marmo d’una tomba uguale a tante altre, l’ennesima anomalia muterà in normalità, esattamente come ogni altra che questo paese non è stato capace di risolvere e dunque ha pensato bene di rendere “normale”, appunto, di trasformare in regola. E’ normale che in Italia ci sia la mafia, è normale che i politici siano quel che sono, è normale che le strade siano piene di buche, è normale che per una partita di calcio dei “tifosi” si accoltellino. Tutte “regole”, tra le tante, e pure fedelmente rispettate – queste sì.
Ecco, anche il dissesto idrogeologico è regola, in Italia. Sempre i suddetti sassi lo sanno, ormai, che la penisola italiana da questo punto di vista è un territorio a rischio, eppure col tempo è diventato normale – ad esempio – costruire sul letto dei fiumi, se non addirittura dentro. Per poi piangere morti e devastazioni – così tante volte che ormai è cosa normale, vedi sopra. Se non fosse così, si cercherebbe di fare qualcosa, di sistemare tale anormalità, ma essendo ormai una cosa normale, mica richiede una soluzione, no? Il ragionamento fila, esattamente come fila la cosa più stupida e irrazionale nella mente dell’imbecille.
D’altro canto, è normale che un paese che ha deciso di ignorare e dimenticare di essere una delle culle mondiali della cultura, tanto da sputare in faccia a qualsiasi cosa di culturale per fare spazio – il maggior spazio possibile – all’idiozia generale, istituzionale e non, sia divenuto totalmente analfabeta anche nella lettura del territorio. Perché il territorio è elemento culturale, e il saperlo leggere, interpretare, comprendere, il sapersi adattare ad esso, è in tutto e per tutto cultura, è esercizio culturale. La si usa anche una definizione del genere, in questi casi: leggere il territorio, proprio come fosse un libro che trasmette certe nozioni, da capire, imparare e in base alle quali agire – è anche per questo che ne voglio parlare qui sul blog, in mezzo ai più disparati argomenti letterari e non solo.
Ma in Italia è ormai normale pure che al potere, sulle poltrone del comando, ci vadano i peggiori analfabeti civici – uso tale definizione cercando di trattenerne altre ben più scurrili. E dunque? Dobbiamo anche noi adattarci a tale imbecille analfabetismo? Siamo così ipnotizzati dalle mille e mille futilità che ci vengono propinate (panem et circenses, la regola è sempre quella!) da passare per emeriti cretini, e farci di conseguenza prendere per il sedere in modo tanto sfacciato?
Alla fine, la scelta è sempre nostra, e nostra può essere l’azione contro chi devasta il territorio – il nostro territorio – per poi presentarsi in giacca e cravatta di fronte alle bare piagnucolando e assicurando che “io non centro nulla!”, oppure per mostrarsi in qualità di benefattore al solo scopo di intascarsi una bella fetta di soldi stanziati per l’emergenza – ah, ecco: l’emergenza all’italiana, altra normalità ormai ben consolidata!
O la smettiamo con ‘sta immonda e letale tiritera, ovvero ci riprendiamo in mano il nostro territorio togliendolo dalle mani di politici e affaristi criminali, oppure prepariamoci ad aggiungere il nome di un’altra zona del paese a quell’elenco citato in testa all’articolo – magari proprio quella in cui abitiamo: chi può dirlo che non sarà così? Ah, e nel caso, smettiamo pure una volta per tutte di considerarci cittadini di una “democrazia”! Questa sì, una cosa che dovrebbe essere normale e invece è diventata ormai una sconcertante anomalia!