Lo sci conta sempre di meno, nel turismo invernale

[Foto di harzpics da Pixabay.]
Al giorno d’oggi, destinare soldi pubblici* all’industria dello sci equivale nel principio a investire a inizio Novecento nella produzione di diligenze sostenendo – come qualche “esperto” di finanza del tempo faceva – che «Il cavallo resterà, l’auto è passeggera».

Dal report dell’Osservatorio Confcommercio-Swg sulle vacanze invernali degli italiani nei primi tre mesi del 2023:

Sono 12 milioni gli italiani che scelgono la montagna nel primo trimestre di quest’anno: 7,5 milioni fanno soggiorni di una settimana o un periodo un po’ più breve, per i restanti 4,5, si tratta invece di escursioni giornaliere; la spesa media è di 540 euro a testa.
Le motivazioni delle vacanze in montagna sono cambiate dopo la pandemia: escursioni naturalistiche, degustazioni enogastronomiche, relax in Spa e centri benessere, shopping sono le quattro attività più importanti indicati dagli intervistati. Solo al quinto posto la pratica dello sci e di altri sport invernali.

Ecco. Solo al quinto posto. Un dato che peraltro è assolutamente in linea con quanto rilevato da numerosi altri studi rispetto al calo costante del numero di sciatori che perdura da tempo.

Be’, viene da pensare che, forse, la maggiore minaccia per la sopravvivenza di molti comprensori sciistici sulle montagne italiane non sono i cambiamenti climatici. Già.

*: per la cronaca, oggi i privati investono nello sci solo se direttamente coinvolti nella gestione dei comprensori sciistici; in caso contrario, come dimostrano molti tentativi di project financing a supporto di nuove infrastrutture sciistiche andati a vuoto, ormai non lo fanno ormai più, sapendo bene che un tale investimento finirebbe inesorabilmente in perdita. Questo, ribadisco, non significa che le stazioni sciistiche devono chiudere, ma che buona parte di essere è destinata a chiudere, a prescindere che si sia a favore o contro, evenienza che all’atto pratico non conta nulla.

Cronache del cambiamento (climatico): una situazione ambientale critica

Il servizio di Massimo Sonzogni sull’andamento climatico in Lombardia e sulla situazione ambientale sempre più fragile, andato in onda nel telegiornale di “Bergamo TV” lunedì 6 febbraio 2023. Inutile rimarcare che oggi, una settimana dopo, quanto affermato nel resoconto di Sonzogni vale ancora di più.

Cliccate sull’immagine per vedere il servizio.

Inverno liquido a Erba, sabato 18/02

Il “caso San Primo”, ovvero la questione del progetto di “rilancio turistico” del Monte San Primo (la montagna più alta del Triangolo Lariano, tra i due rami del Lago di Como) proposto dalle amministrazioni pubbliche locali, della cui discutibilità molto si è scritto sui media nelle ultime settimane, si palesa come profondamente emblematico di certa progettualità turistica che viene frequentemente proposta nei territori montani (quasi sempre sotto forma di infrastrutturazione sciistica) in base a motivazioni puramente economico-commerciali ma spesso senza alcuna cura verso le situazioni ecologico-ambientali di quei territori, e tanto meno della loro storia e della realtà quotidiana nonché futura delle genti che li abitano.

Di molte di queste situazioni, degradate in fallimenti che hanno devitalizzato le relative località o evolute in processi di riconversione turistica più consone alla realtà climatica e economica contemporanea ne scrive Inverno Liquido, il libro di Maurizio Dematteis e Michele Nardelli pubblicato lo scorso gennaio da DeriveApprodi (qui accanto ne vedete la copertina): un testo fondamentale per inquadrare al meglio il tema suddetto e per acquisirne una conoscenza utile a comprenderne la portata.

Contestualmente al “caso San Primo”, sabato 18 febbraio prossimo, dalle ore 20.30 presso la Sala “Isacchi” di Ca’ Prina a Erba (Como), avrò l’onore di condurre e moderare la serata dedicata alla presentazione di Inverno Liquido e delle iniziative messe in atto per la salvaguardia del Monte San Primo dal Coordinamento costituitosi al riguardo il quale riunisce trenta associazioni operanti nel territorio in questione e su scala regionale.

La prima parte della serata sarà dedicata, come detto, alla presentazione del libro di Maurizio Dematteis e Michele Nardelli e alla discussione del suo tema principale, «La crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa». La seconda parte sarà invece mirata alla contestualizzazione di questo tema alla vicenda del Monte San Primo e all’illustrazione del progetto presentato dalle amministrazioni pubbliche locali – contrastato dal Coordinamento – che prevede la realizzazione di nuovi impianti sciistici e di un impianto di innevamento artificiale, oltre che altre opere, tra cui nuovi parcheggi. Verranno quindi presentate le controproposte elaborate dal Coordinamento per una fruizione più sostenibile del Monte San Primo e per la salvaguardia del suo prezioso e per molti verso unico paesaggio, dotati di grandissime potenzialità di frequentazione turistica sostenibile e in armonia con l’ambiente locale.

L’ingresso alla serata è libero fino a esaurimento posti. Qui trovate l’evento su “Facebook”, mentre per qualsiasi ulteriore informazione potete scrivere a info@circolomabiente.org.

Credo potrà essere un’altra importante e utile occasione a cui partecipare per sviluppare un’informazione completa e una compiuta consapevolezza non solo in merito al caso in questione ma in generale sulla necessità di progettare al meglio e con la massima cura possibile il futuro delle nostre montagne e della relazione con esse, per il bene di tutti: abitati, residenti, lavoratori, turisti occasionali o abituali.

Risparmiare acqua ovunque, per la prossima estate

[Il Po in secca, la scorsa estate 2022. Immagine tratta da qui.]
«Massimo Sertori, assessore regionale (della Lombardia, n.d.s.) agli enti locali, alla montagna e alle risorse energetiche, ha chiesto a tutti i soggetti coinvolti nella gestione dell’acqua, specialmente alle aziende energetiche, di trattenerla il più possibile. I gestori degli invasi che alimentano le centrali idroelettriche non potranno rilasciare l’acqua, ma dovranno accumularla in vista dei prossimi mesi.»

Così si può leggere in un articolo pubblicato mercoledì 8 febbraio 2023, su “Il Post”, nel quale si racconta del rischio che anche nella prossima estate si ripresenti una carenza di acqua e una siccità pari se non peggiori a quelle riscontrate nell’estate 2022, in forza delle scarse precipitazioni che si continuano a registrare sulle Alpi e nel Nord Italia.

[Il bacino idrico a servizio dell’impianto di innevamento artificiale delle piste da sci dei Piani di Bobbio, in Valsassina. Immagine del 2 febbraio 2023, presa da qui.]
Dunque, di logica dobbiamo aspettarci che pure dai tanti bacini artificiali di accumulo idrico presenti nei comprensori sciistici delle Alpi italiane (una riserva d’acqua nel complesso piccola ma oltre modo preziosa) non verrà più pescata acqua per innevare artificialmente le piste così da poterla conservare e rendere disponibile nel possibile caso di una nuova emergenza idrica, proprio come di recente ha dichiarato Valeria Ghezzi, la presidente di ANEF ovvero l’associazione che riunisce gli impiantisti. Vero? O no?

P.S.: chiunque sostenga che la produzione di neve artificiale non spreca acqua in quanto, una volta sciolta, la stessa torna disponibile in ambiente (motivazione sovente addotta dai gestori degli impianti a loro difesa), legga qui.

Cronache del cambiamento (climatico): manca neve sulle Alpi

[Panorama di Madesimo e della testata della Val Scalcoggia, immagine del 3 febbraio 2023 tratta da qui.]

Il 2023 comincia con i grandi laghi prealpini tutti semivuoti, e questa è una pessima premessa per l’annata agraria che verrà, per gli agricoltori come per tutti gli utilizzatori della risorsa idrica lombarda, a partire dagli energetici. I cinque grandi laghi che orlano l’arco prealpino lombardo costituiscono, infatti, un immenso serbatoio idrico utilizzato soprattutto per usi irrigui, grazie alle grandi opere di sbarramento degli emissari che ne regolano i deflussi, consentendo di stoccare un volume complessivo di 1,3 miliardi di metri cubi di acqua. L’acqua però scarseggia negli immissari e, per quanto gli enti regolatori si stiano già sforzando di limitare i deflussi, gli invasi sono vuoti per tre quarti: secondo i dati pubblicati dal servizio idrologico di ARPA Lombardia, infatti, il volume di acqua invasata, e quindi effettivamente utilizzabile per far fronte ai fabbisogni, è pari a circa 350 milioni di metri cubi, quando un anno fa, dopo un inizio inverno anche allora avaro di precipitazioni, c’erano comunque circa 200 milioni di mc di acqua in più nei grandi laghi. Purtroppo le prospettive, almeno per il momento, appaiono pessime: non solo il meteo non offre previsioni di precipitazioni importanti, ma anche i serbatoi che sovrastano i grandi laghi sono in pessima salute. In rapporto alle medie degli ultimi 15 anni, nei bacini idroelettrici alpini manca oltre il 25% dell’acqua normalmente presente in questa stagione, e anche la neve scarseggia: secondo i modelli di ARPA, in montagna manca l’equivalente sotto forma di neve di 700 milioni di mc di acqua, ovvero oltre il 40% della neve che si dovrebbe trovare sulle Alpi in questa stagione.

[Da Grandi laghi già allo stremo: nel Garda mancano 220 milioni di metri cubi per l’irrigazione, articolo pubblicato su legambientelombardia.it il 26 gennaio 2023.]

Al di là della situazione idrica a dir poco critica che al momento fa temere di dover affrontare un’altra estate carente di acqua – e dovremmo innanzi tutto capire se possiamo resistervi, per la seconda estate di fila e ancor più in relazione a simili rischi futuri –, l’articolo riporta un altro dato assolutamente inquietante ma d’altra parte del tutto consono alla realtà climatica che stiamo affrontando e ai report scientifici che la analizzano e elaborano i relativi modelli previsionali: sulle Alpi manca il 40% della neve che abitualmente si dovrebbe trovare al suolo. Ovvero: non solo le temperature si stanno alzando, non solo i fenomeni meteorologici modificano la loro manifestazione e i conseguenti effetti, ma le Alpi stanno apparentemente perdendo anche la neve, l’elemento che più le identifica nell’immaginario comune (vedi qui). Saremo pronti anche per quest’altra trasformazione così drammaticamente radicale delle nostre montagne?