L’appello a favore della cultura, e la pioggia nel deserto

L’appello ad una ben maggiore attenzione nei confronti della cultura da parte della politica, rivolto a questa da una nutrita schiera di intellettuali, artisti, studiosi, accademici ed esponenti vari del panorama culturale nazionale nell’imminenza del voto elettorale, mi dà l’impressione di un improvviso acquazzone in mezzo al deserto.

Ovvero, da un lato qualcosa di necessario, indispensabile, essenziale per un territorio tanto arido – culturalmente, e non solo – come purtroppo è quello italiano; dall’altro, un apporto di pioggia assolutamente vitale che tuttavia rischia di essere assorbito totalmente da un terreno, ribadisco, ormai inariditosi al punto da non saper trarre nulla o quasi di realmente rinvigorente, da una tale circostanza.

Sono pessimista, sì, perché ho la netta sensazione che le classi politiche e dirigenti italiane non da oggi ma da tempo abbiano scelto di mettere da parte la cultura, di relegarla in un angolo polveroso e buio quando non di ignorarla del tutto, inseguendo altri “valori” molto più materiali, biechi, assolutamente più degradanti ma in grado di conferire tornaconti particolari (ovvero a vantaggio dei singoli, non certo della collettività) nel breve periodo. Qualcosa, insomma, di totalmente antitetico a ciò che è la cultura, ma pure a ciò che è la civiltà.

Ben venga l’appello suddetto, anzi, sia lodato e glorificato in ogni modo. Ma che non resti un’iniziativa dettata dal momento elettorale, che l’appello diventi un’invocazione, una sollecitazione continua, un’esortazione costantemente reiterata e rivendicata. Come se quell’acquazzone estemporaneo potesse diventare un monsone, inondando quei territori al momento quasi del tutto desertici, rendendoli di nuovo culturalmente fertili, produttivi, vivi: e tutti noi che in qualche modo ci occupiamo di cultura dobbiamo essere “nuvole” cariche di siffatta indispensabile pioggia. È un dovere dalla cui messa in atto nessuno si può sentire sollevato. Perché – lo rimarca bene lo stesso appello – se la cultura è viva, vive anche la società e ugualmente è viva la civiltà. Il che in Italia, peraltro, significa pure fare “vivere” bene il PIL.

Sono considerazioni del tutto elementari, queste, di una logicità assoluta. Meno che per la politica italiana, temo, almeno per come ha agito fino a oggi.

P.S.: in ogni caso, come la penso sul tema lo scrissi pure qui – e ribadisco con crescente decisione quelle mie riflessioni.

(Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere un articolo al riguardo tratto dall’Huffington Post.)

Il voto del progresso (Ennio Flaiano dixit)

Anche il progresso, diventato vecchio e saggio, votò contro.

(Ennio FlaianoLa saggezza di Pickwick in Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.101.)

Già. A volte l’impressione è proprio questa. Ovvero, che il problema non sia tanto che non ci sia progresso, semmai che non ci sia chi progredisca.

La sQuola e il BurIan

Sarà, ma a me la decisione di tenere le scuole chiuse per maltempo, così solite e tipiche delle nostre italiote parti, mi pare una scempiaggine pari a quella di continuare a chiamare “Burian” un vento che si chiama Buran.

B-U-R-A-N, senza quella “i”!

Il diritto allo studio scolastico e alla frequentazione ordinaria di un luogo deputato ad esso, per principio non deve essere mai negato – semmai soltanto in occasione di eventi climatici realmente eccezionali (e non è affatto il caso di questi giorni) o altri gravi impedimenti – prevedendo per le circostanze come quella attuale attività didattiche alternative per gli studenti che possano essere presenti in modo da non danneggiare quelli che effettivamente non lo possono essere. È un principio tale e quale a quello – ribadisco, metaforizzando –  per il quale nessuno può negare il moto di un vento che giustamente soffia dove e come vuole nonostante quelli che nemmeno sanno come si chiami realmente. Ecco, sovente ho l’impressione che forse nemmeno quelli che impongono certe decisioni sanno veramente cosa significhi “scuola”, né tanto meno quanto sia necessaria l’educazione ai più naturali seppur fastidiosi disagi.

Be’, a questo punto speriamo non torni l’era glaciale, altrimenti ci ritroveremo una società di analfabeti ignoranti!

(L’immagine in testa al post è tratta da Roma Today. Cliccateci sopra per leggere l’articolo correlato.)

Del teatro, o della più sincera “menzogna” – con Luca Radaelli, questa sera in Radio Thule!

Questa sera26 febbraio duemila18, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 7a puntata della stagione 2017/2018 di RADIO THULE, intitolata Il menzognero entusiasta!

Il grande regista statunitense Joseph Mankiewicz ha scritto di pensare che, “storicamente, l’attore possa aver preceduto il fuoco, la ruota, l’ascia, la mazza — ogni importante manifestazione della creatività umana, davvero — tranne forse l’omicidio e il far baccano”. Ovvero, che il “recitare una parte” sia un atto antropologico fondamentale per l’essere umano, almeno nella forma; poi, per far che diventi “sostanza”, quell’atto deve diventare arte, elevandosi dall’ordinario per diventare straordinario e offrire una visione e una narrazione del mondo, della vita, della natura umana e di ogni altra cosa superiori, appunto, a quella convenzionale. È una “mutazione artistica” affascinante, intrigante e ricolma di significati, che in questa puntata di RADIO THULE, avremo la fortuna di conoscere meglio grazie alla presenza in studio di un mirabile attore, regista, sceneggiatore, e persona di altrettanto valore umano: Luca Radaelli.

Con lui – per così dire – “saliremo” sul palco, “guarderemo” verso la platea e verso il mondo intorno, cercheremo di capire come una vita dedicata al teatro possa fare della recitazione una lunga e appassionata dedica alla vita. “Menzognera”, certo, eppure molto più sincera e obiettiva di tante altre “rappresentazioni” quotidiane. E sempre entusiasta – nonché entusiasmante.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, quiStay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione,

Il cancro della cultura (e non solo di quella)

Quasi tutte le volte che mi occupo di cultura attiva, ovvero di iniziative in ambito culturale di varia natura, immancabilmente – da anni, intendo dire – finisco per scontrarmi con quella convenzione, prassi, luogo comune, modus cogitandi o come diavolo lo si voglia chiamare, per il quale la cultura deve essere liberamente fruibile da tutti, dunque gratuita. Dunque non retribuita – o retribuita con “compensi” da fame. Come se il lavoro intellettuale e creativo, per sua natura immateriale, non fosse quantificabile e valorizzabile, dunque chi lo pratica s’attacca. Che nel principio sarebbe un po’ come dire che siccome, per ora, a fare viaggi interstellari non ci possiamo andare, tanto vale retribuire gli scienziati e ricercatori che studiano le stelle e lo spazio.

Tutto ciò, inoltre, non comporta solo che, se la produzione culturale non viene adeguatamente valorizzata, chi ne è artefice non venga altrettanto adeguatamente retribuito, ma pure che – assai biecamente – su di essa non si investa come sarebbe adeguato, anzi, indispensabile fare. E ciò comporta un’ulteriore conseguenza: che la produzione culturale non produca quella ricchezza che assolutamente potrebbe produrre, e sulla quale un paese come l’Italia potrebbe non dico prosperare ma quanto meno sostenersi e svilupparsi – culturalmente, pure: cosa oltre modo necessaria, inutile rimarcarlo.

Questa situazione rappresenta un vero e proprio cancro, per la cultura italiana. Un male via via sempre più incurabile, se non guarito rapidamente, che per giunta finirà per causare danni anche ad altri ambiti – quello sociale in primis.

Dunque? Dunque – scusate il linguaggio assai franco – vaffanculo a chiunque e a ogni cosa perseveri nel conservare un tale deleterio status quo. E un invito a boicottare qualsiasi iniziativa di natura culturale che si pretenda venga realizzata in maniera gratuita o malamente retribuita, rivolto in primis a chi ne è soggetto attivo – artisti, creativi, autori, eccetera – e subito dopo al pubblico. Il quale deve capire una volta per tutte che, se all’apparenza è “tanto bello” fruire contenuti culturali gratis, se fa tanto figo sostenere idee del tipo “la cultura deve essere a disposizione di tutti, anche di chi non se la può permettere!” (per carità, poi! Tra tanti Euro spesi per mere scempiaggini consumistiche, non si spendono pochi euro per un buon libro, uno spettacolo teatrale, una mostra d’arte? Suvvia, siamo seri!), alla fine dei conti la somma è 0. Zero, sì: zero cultura, ovvero la strada spianata all’imbarbarimento definitivo. Oltre che all’impoverimento economico, perché, come detto poco fa, la cultura può generare numerosi (e virtuosi!) punti di PIL, se la si coltiva al meglio.
Altrimenti, ribadisco, l’unica parola adatta è quella assai franca lì sopra. E basta.