Stereoscopiche scempiaggini

Leggo che un team di neuroscienziati dell’Università del Minnesota ha messo ad alcune seppie degli occhiali 3D e ha scoperto che godono della visione stereoscopica, una dote che «è frutto di un difficile calcolo che non avviene in modo automatico in ogni creatura dotata di un paio d’occhi», come ha dichiarato uno dei ricercatori coinvolti negli esperimenti, e che possiedono poche specie viventi, tra le quali l’uomo.

Cosa incredibile, senza dubbio… ma in realtà non è una buona notizia.
Per l’uomo non lo è, già.
Perché ora che sappiamo che anche le seppie sono dotate di facoltà comuni a quelle umane e d’altro canto rare tra le specie viventi, si conferma nuovamente che è l’uomo l’unica creatura sul pianeta a utilizzare tali elaborate e preziose facoltà per compiere di frequente delle gran scempiaggini*. E che pure le seppie, a quanto pare dotate di un’ottima capacità visiva, possono osservarlo nitidamente mentre le compie. Ecco.

(*: inizialmente avevo scritto “cazzate”, ma non volevo essere troppo scurrile ancorché il termine sarebbe probabilmente di più chiara e immediata comprensione.)

I diritti degli animali (e i doveri dell’uomo)

[Foto di Angelo Giordano da Pixabay]

I diritti degli animali sono la forma più pura di difesa della giustizia sociale perché gli animali sono i più vulnerabili di tutti gli oppressi.

(Isaac B. Singer, citato da Jonathan Safran Foer in Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?, traduzione di Irene Abigail Piccinini, Guanda, Parma, 2010, pagg.229-230.)

N.B.: cliccando qui potrete leggere un articolo di “Fanpage.it” che illustra alcune modalità per aiutare il salvataggio dei koala e della fauna selvatica australiana dagli incendi che stanno devastando l’isola. Non è solo bello e importante farlo ma, mi viene da dire, è soprattutto umano, veramente, pienamente. Rispetto a quanto sia troppo spesso inumano l’uomo nei confronti degli animali.

Anno “nuovo”?

[Immagini di GraphicMama-team + _Vane_ da Pixabay. Elaborazione mia.]
Sarà, ma a me quest’anno nuovo, anche se iniziato da pochi giorni, già adesso pare del tutto simile a quello vecchio.

Anzi, sembra uguale ad anni ancora più vecchi, anni di quando si credeva di vivere in un mondo “difficile” per i tanti problemi che presentava e quindi si ponevano grandi speranze sul futuro, sul progresso dell’umanità e su un mondo migliore, un mondo di pace, amore, uguaglianza, serenità, sviluppo, armonia, eccetera. Un mondo nuovo, appunto, ovvero diverso in meglio da quello che allora si viveva.

E per molti versi sarebbe pure così, in effetti, se non fosse che – temo anche stavolta – qualcuno ci voglia rifilare uno di quegli anni vecchi e guasti spacciandocelo per “nuovo”, oggi ancora più guasto, visto il tempo trascorso, al punto da guastare anche il resto che ci sia di buono.

Ecco: date un po’ un occhio alle notizie sui media di questi primi giorni di anno “nuovo”. Non viene anche a voi il dubbio che ci hanno fregato tutti quanti, per l’ennesima volta?

Le comiche geopolitiche

Scusate se mi permetto la seguente osservazione dacché, ribadisco, non mi occupo di “politica” nel senso italico del termine e nemmeno dei suoi rappresentanti, ma leggere sui media degli attuali presidente del consiglio e ministro degli esteri italiani che si “occupano” di crisi internazionali e questioni geopolitiche globali mi fa tornare in mente quella meravigliosa comica di Stanlio e Ollio dal titolo (in italiano)La scala musicale, con i due protagonisti nelle vesti di trasportatori alle prese con un pianoforte da consegnare, il quale alla fine non farà una gran bella fine – e i due nemmeno…

Ecco, questo mi hanno fatto venire in mente.
E con tutto il rispetto del caso, eh! – per gli insuperabili Laurel & Hardy, intendo dire.
Già.

Dopo cinque anni siamo ancora Charlie Hebdo?

«Se oggi pubblicassimo di nuovo quelle caricature saremmo nuovamente soli. L’attacco non ha reso le persone più coraggiose. Al contrario.» Così afferma Laurent Sourrisseau, detto Riss, caporedattore di “Charlie Hebdo”, citato dall’Agi in questo articolo nell’occasione dei cinque anni da quel 7 gennaio 2015 quando avvenne il tristemente celebre attentato alla redazione del giornale satirico francese. Già, un lustro da quando tutti o quasi ci proclamammo un po’ ovunque «Je suis Charlie», “Io sono Charlie”; oggi, invece?

«A Parigi si sente spesso ripetere la domanda: cinque anni dopo, siamo ancora tutti Charlie Hebdo?» conclude il citato articolo dell’Agi. Perché ha ragione Sourrisseau, dal momento che la vicenda dell’attentato, una volta passata la suggestione collettiva, come tante altre è stata banalizzata, strumentalizzata, travisata, trasformata in uno strumento di polemica politica e ideologica, intrisa di stupidaggini propagandistiche d’ogni sorta. Al punto che si è perso di vista il senso principale degli accadimenti, che non fu affatto l’attacco terroristico di matrice islamista e la necessità di difesa conseguente ma il danno provocato tanto dall’azione terroristica quanto da ciò che ha voluto “opporsi”, politicamente e ideologicamente, alla libertà in quanto valore fondamentale della nostra società europea. Che, appunto come sostiene Sourrisseau, non è diventata più coraggiosa, culturalmente forte e sicura di sé ma più timorosa, egoista, meschina, mentalmente chiusa e, sostanzialmente, meno libera. E non certo per colpa di quei maledetti terroristi ma di chi, nelle stanze del potere, ne ha approfittato per giustificare tramite quello ed altri atti simili un tentativo di imbarbarimento culturale della nostra civiltà funzionale ad un maggior controllo politico e sociale, diventando con ciò il miglior alleato del terrorismo di matrice più o meno religiosa.

Quella libertà che invece “Charlie Hebdo” incarna benissimo, oggi come cinque anni fa: si può essere d’accordo o meno con la sua satira ma pensare che questa sia il “problema” e non, appunto, la difesa assoluta della libertà come valore filosofico e culturale della nostra società, comporterebbe a suo modo un’equiparazione simile ad una “vittoria” a favore di quel terrorismo, pur sconfitto (forse, speriamo) militarmente ma, come un pericoloso virus, penetrato in modo mutante nelle nostre menti.

P.S.: anche “Swissinfo.ch” dedica un bell’articolo alla questione, intervistando uno dei più celebri vignettisti satirici svizzeri, Thierry Barrigue, i cui toni sono assai similari ai miei. Cliccate qui per leggerlo.