Come vedete dall’articolo qui sopra, purtroppo continua tale deleteria e desolante pandemia, che stavolta sta “colpendo” in Valle Camonica, già ai piedi dei contrafforti meridionali dell’Adamello e appena fuori dall’omonimo Parco Regionale.
No, non tanto la pandemia dei “ponti tibetani” e delle amenità turistiche similari, ma di alienazione, spaesamento culturale, dissonanza psicogeografica – un bias cognitivo che si può definire in vari modi – degli amministratori pubblici locali rispetto ai loro territori, dei quali evidentemente non capiscono le reali specificità e potenzialità pensando invece di valorizzarne la bellezza attraverso quelle banali attrazioni meramente ludico-ricreative.
A riprova di ciò basta leggere come tale nuova “giostra turistica” – che si aggiunge ad una già presente “panchina gigante” – viene definita: «un’opera unica e innovativa», «un’infrastruttura strategica», «un’immersione totale nella nostra natura incontaminata», eccetera. Affermazioni (sempre le solite ovunque si facciano infrastrutture simili, peraltro) palesemente immotivate e prive di nesso con la realtà effettiva delle cose, soltanto funzionali al tentativo di giustificare attrazioni che “valorizzano”, sì, ma esclusivamente se stesse nel mentre che invece degradano e abbrutiscono il luogo che le ospita.
Avranno successo inizialmente, è probabile, e i loro promotori se ne vanteranno a destra e a manca; poi, in breve tempo, verranno sempre meno frequentate (anche perché intanto, altrove, si sarà realizzato qualche ponte ancora più lungo, qualche passerella più alta, qualche panchinona più grande) per finire abbandonate in un luogo che non avrà goduto di alcuna sostanziale valorizzazione restando invece più deserto, banalizzato e, appunto, più degradato e brutto di prima. Oltre che più povero, visto che sovente quelle opere vengono realizzate con soldi pubblici, risorse sottratte a una reale, sensata e proficua valorizzazione del territorio locale o ai bisogni concreti della comunità ivi residente.
[I resti della Rocca di Cimbergo, risalente al XII secolo, nei pressi della quale arriverebbe il nuovo ponte tibetano sulla gola del torrente Re. Foto di Claudio Bertenghi tratta da www.turismovallecamonica.it.]Ma per ottenere questa autentica valorizzazione dei luoghi servono visioni, idee valide, progetti a lungo termine, competenze, capacità, consapevolezza, volontà: tutte cose troppo complicate e seccanti per certa politica odierna. Si piazza velocemente un bel ponte tibetano, si spendono le risorse stanziate che sennò si rischia di perderle, ci si vanta sui media locali e poi chi s’è visto s’è visto. Tanto le probabili conseguenze deleterie, materiali e immateriali, se le gratteranno nei prossimi anni il territorio e la comunità residente, amen.
Appunto, il territorio: che direbbe la montagna, se in certi casi potesse dire la propria riguardo chi la amministra e ciò che le impone?
[Foto di Noel Bauza da Pixabay.]Di recente ho dedicato un paio di articoli (qui e qui; ne arriveranno altri, a breve) all’uso e abuso nel vocabolario turistico di certe parole, formule e definizioni, al punto che spesso il loro significato sta perdendo ormai senso e credibilità.
In altri casi però il problema è l’opposto: trovare parole e definizioni di senso valido e compiuto con cui indicare distintamente circostanze che fanno ormai parte della realtà corrente. In effetti anch’io qualche volta mi trovo in difficoltà, al proposito.
Ecco, per questo chiedo il vostro parere (è una specie di “sondaggio”, già) e vi sottopongo il seguente quesito: quale può essere la miglior definizione per indicare la frequentazione turistica di segno diverso se non opposto al turismo di massa, quello che sovente diventa iperturismo/overtourism?
«Turismo sostenibile» come si usa spesso, forse troppo? «Lento»? «Green»? Oppure «consapevole», «responsabile», «esperienziale», «ecoturismo»… o quali eventuali altre proposte avete al riguardo?
Grazie di cuore per le risposte che vorrete manifestare e, magari, motivare!
La trasmissione di Rai3 “Report”, con la propria consueta capacità di narrazione fattuale e di conseguente approfondimento, domenica 11 gennaio ha dedicato un ampio servizio allo stato di fatto dei Giochi Olimpici invernali ormai imminenti, dal titolo “Milano-Cortina 2026: dalle Olimpiadi “a costo zero” al conto per lo Stato”. Chi non l’avesse visto lo può recuperare cliccando sull’immagine qui sopra, e va dato merito alla redazione di “Report” di aver costantemente dedicato un’adeguata attenzione al tema delle Olimpiadi: cosa che molti altri organi di informazione italiani non hanno fatto e che invece hanno fatto spesso quelli esteri, evidentemente più liberi di offrire tali notizie ai propri utenti.
Così il sito della trasmissione presenta il servizio:
Tra meno di un mese inizieranno le Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, le attendiamo dal 2019, da quando l’Italia se l’è aggiudicate con un dossier di candidatura che prometteva Olimpiadi a costo zero. Il 90% degli impianti era già esistente, bisognava spendere pochi soldi per risistermali. Mentre le nuove opere, come il Villaggio olimpico di Milano e l’arena Santa Giulia per le gare olimpiche di hockey, sarebbero state realizzate con capitali privati. Ben presto però i privati hanno iniziato a chiedere un contributo pubblico per coprire gli extracosti. Com’è andata a finire?
Quello di “Report” è un approfondimento doveroso e inevitabile, visto come è andata l’organizzazione dell’evento olimpico e le innumerevoli problematiche – per non dire altro di più obiettivo eeloquente – che si sono palesate. Ovviamente la visione del servizio è altamente consigliata, così da potersi fare un’opinione il più possibile articolata di quanto è successo – e sta accadendo ancora – in merito alle «Olimpiadi invernali più sostenibili di sempre» (cit.).
[Immagine generata con l’IA tratta da www.qualitytravel.it.]La montagna sottoposta alla monocultura turistica – che sia sciistica stagionale o “destagionalizzata” poco cambia: il modello è lo stesso, copiaincollato nelle forme e nella sostanza – è inevitabilmente destinata a fare una brutta fine, sia economicamente che socialmente, demograficamente, ambientalmente, culturalmente. Nella realtà attuale, e nel futuro prossimo, l’unico sviluppo realmente positivo per i territori montani è multiculturale, con le varie specificità espresse e potenziali messe in rete e sostenute con un piano organico a lungo termine: va bene il turismo ma se realmente sostenibile e contestuale ai luoghi, poi ci vuole l’imprenditoria locale, l’economia circolare, la tutela e la cura del territorio, l’arte e la cultura.
«Sì, ma non c’è niente che faccia i numeri e gli incassi dello sci!» risponderà qualcuno, come spesso accade. Già, ma con quali conseguenze, quali impatti materiali e immateriali nei territori locali? E con quale futuro, vista la crisi climatica? In realtà, l’industria turistica di massa fa grandi numeri perché non consente a nessun’altra economia locale di farne – per questo è definita “monoculturale”: chi dice che se il territorio potesse esprimere le proprie potenzialità al di fuori dell’ambito turistico non farebbe numeri importanti e magari, con l’andar del tempo, anche superiori a quelli del turismo massificato? Quanto sono supportate dalla politica le realtà dei territori al di fuori della filiera turistica turistici affinché possano sviluppare le proprie filiere economiche locali? Poco o nulla, lo sappiamo tutti.
[Il progetto “Macirossa” della Fondazione Rossarte, in Val Calanca.]Dunque, da una parte abbiamo una monocultura economica di stampo turistico che fa grandi numeri ma dal futuro sempre più incerto, dall’altra abbiamo numerose economie che fanno piccoli numeri ma che possono soltanto crescere e a lungo, se adeguatamente supportate. Piccoli numeri la cui somma potrebbe rapidamente superare quella della monocultura turistica, senza determinare l’impatto pesante e degradante di questa sui territori.
Ad esempio, in tema di arte e cultura: nei Grigioni, cantone svizzero montano per antonomasia, nel tempo sono stati aperti e sviluppati numerosi luoghi espositivi e di produzione artistica, spesso in piccoli comuni alpini per i quali l’arte e il suo pubblico sono diventati un volano economico importante nonché un elemento di pregio per l’immagine e l’identità del luogo. L’articolo della RSI (la Radiotelevisione della Svizzera Italiana) che vedete qui sotto ne elenca alcuni e con essi io ricordo anche le Biennali di Calanca e di Bregaglia: elementi di generazione di un turismo sostenibile e consapevole realmente in grado di valorizzare i territori dialogando con le specificità locali, sia naturali che antropiche, contribuendo fattivamente alla rete economica territoriale e all’immagine turistica peculiare.
[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]Anche sulle montagne italiane di esperienze simili ce ne sono numerose: un esempio delle mie parti è il MACA, Museo dell’Arte Contemporanea all’Aperto di Morterone, sulle montagne lecchesi, il comune meno popolato d’Italia – ma, appunto, ce ne sono tante altre. Perché non svilupparne la presenza in molte altre località montane, sfruttando la grande capacità dell’arte di rivitalizzare luoghi e territori (grazie agli spazi espositivi, agli eventi, alle residenze d’artista, allo sviluppo dei talenti e alla riscoperta degli artisti locali, alla possibilità di costituirsi come centri e/o fondazioni culturali, dunque anche soggetti economici, che sviluppano una propria specifica imperenditorialità culturale, alle innumerevoli partnerships possibili con soggetti accademici, scientifici, culturali…) rigenerandone l’identità culturale e attirandovi risorse umane materiali e immateriali fondamentali oltre che turisti e visitatori, tutti elementi benefici anche per qualsiasi altra economia attiva localmente?
[La sede espositiva del MACA di Morterone.]Le montagne sono ricche di potenzialità sovente inespresse perché represse da elementi tanto soggioganti quanto soffocanti per i territori: basterebbe non guardare più soltanto verso una sola direzione ma osservare intorno e vedere, dunque comprendere, la realtà effettiva di quei territori, capendo dunque come svilupparne organicamente le potenzialità presenti. Serve la volontà di farlo, soprattutto: una volta che c’è questa ed è ben solida e consapevole, il resto viene di conseguenza. Anche perché, come detto, se l’unica visione che si continua a guardare davanti a sé davanti si fa sempre più fosca e non si è capaci di osservare altrove, la sorte infausta è pressoché certa.
Il 90% delle piste da sci in Italia è innevamento artificialmente: è la percentuale più alta tra i paesi alpini. Cosa inevitabile, visto che nevica sempre meno e fa sempre più caldo affinché la neve naturale cada e resti al suolo, ma così i cannoni consentono alle stazioni sciistiche di continuare la loro attività nonostante la crisi climatica.
Bene: si direbbe che, posto il problema, trovata la “soluzione”. Tanti la pensano così, in effetti. Invece, la neve artificiale rappresenta un caso emblematico di soluzione solo presunta, rapida e semplice a un problema molto più complesso, che viene unicamente ridotto alla salvaguardia del business dell’industria dello sci e non viene compreso – cioè non si vuole comprendere – nella sua ben ampia e autentica complessità.
Perché se il turismo sciistico così pensa di salvarsi e perseverare – legittimamente, dal suo punto di vista, ma sovente sbagliando alla grande – nel contempo è la montagna a rischiare grosso. Come spiega bene la climatologa Elisa Palazzi (di recente lo ha fatto anche a “Geo”, come potete vedere qui sotto), la poca neve sui monti comporta numerose conseguenze: «l’alterazione nella disponibilità di risorsa idrica, una minor protezione dei suoli montani in inverno, una diminuzione dell’albedo e quindi la minor capacità della neve di rinfrescare il pianeta, l’aumento dei rischi come quelli legati all’occorrenza di valanghe costituite da neve più umida e densa, di difficile previsione.» In altre parole: si pensa di poter proteggere una valigia piena di soldi che rimane comunque a bordo di una nave sempre più a rischio di affondamento e per la cui salvezza si fa ben poco.
[Cliccate sull’immagine per vedere il video.]Ma in molti casi questa cosa la si pensa erroneamente, ribadisco: Palazzi infatti rimarca pure che «la “linea della neve sicura”, l’altitudine alla quale spessore e durata della neve sono tali da garantire il proseguimento delle attività sciistiche, sta salendo verso l’alto e questo determina la possibilità per gli impianti di non riuscire a svolgere le loro attività», del tutto o in maniera parziale ma comunque insufficiente a sostenere le spese di gestione dei comprensori. A ciò vanno poi aggiunti i costi crescenti che le stazioni sciistiche devono affrontare in quanto obbligati a produrre neve artificiale sempre più spesso e in maggior quantità, vista l’assenza prolungata di quella naturale. Ovvero: se non sarà il clima a decretare la fine di molti comprensori che ancora spendono molti soldi per sostenere la propria attività, lo farà l’economia e i bilanci delle società che gestiscono quei comprensori.
Una soluzione troppo semplice a un problema assai complesso non risolve un bel niente, insomma. Anzi, rischia di peggiorarne ulteriormente le conseguenze.
[Foto di Heike Georg da Pixabay.]Posso ben pensare che sia difficile cambiare rotta a un modello di business turistico che si è consolidato in decenni, ma è innegabile che quella solidità ora è sempre meno garantita e sta per svanire del tutto: dunque, se posso pensare quanto appena affermato, non posso più capirlo e ritenerlo sensato. Perché nel frattempo il problema della montagna, soprattutto quella turistificata ma non solo quella, diventa sempre più complesso: perseverare ostinatamente nella stessa presunta soluzione troppo semplice e semplicistica ovvero inefficace, diventa veramente non più umano ma diabolico. Nei confronti della montagna stessa, innanzi tutto.