Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte I)

Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvii? Credo che la mia prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Ci risiamo. Le Lezioni americane sono del 1985, eppure le parole di Calvino sembra espresse stamattina, osservando la realtà contemporanea (a prescindere che siano state enunciate da uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento, ovvio). Una realtà che è ormai per gran parte fondata su un linguaggio “approssimativo, casuale, sbadato“, sempre più spesso “intollerabile“. Certo, la letteratura sarebbe assolutamente una “via di salvezza” a tale situazione, ancora oggi, se solo molti editori non si fossero nel frattempo convertiti, a loro volta, all’approssimazione e alla sbadataggine del linguaggio…

La letteratura è sinonimo di artifizio

Basterebbe esser semplici e sinceri, ma in Italia la letteratura è sinonimo di artifizio, e nessuno vuole parer ingenuo.

(Enrico Thovez, citato da Franco Brevini in Simboli della montagna, Il Mulino, 2017, pag.186.)

Enrico Thovez (immagine tratta da Wikipedia)

Ecco un’altra di quelle affermazioni che paiono espresse oggi in relazione al mondo contemporaneo (editoriale e letterario in tal caso ma non solo, nel principio), e invece sono state esternate un secolo fa. Il valore di esse è intatto, insomma, se non addirittura acuito dallo stato di fatto, il quale peraltro palesa bene come quell’artifizio citato da Thovez sia la norma, riguardo a certa (non tutta, ma tanta sì) “letteratura” odierna che, se si manifestasse in modo sincero ovvero per ciò che di letterario realmente potrebbe offrire, svanirebbe d’istante nel (suo stesso) nulla. Invece probabilmente gli artifizi editoriali la mandano pure in classifica, per un certo periodo (a detrimento del mercato e della qualità della produzione letteraria tutta, inutile dirlo), tuttavia la sua sorte rimane quella, inesorabilmente ben segnata e meritata: comunque dimostrarsi un sostanziale nulla. Con buona pace degli editori che se ne fanno patrocinatori – in effetti i primi veri ingenui sono loro, già, dacché in quel nulla prima o poi ci finiscono pure loro.

Il coraggio di saper dire no a certe assurdità

Non sono certo i soldi di un boom edilizio che fanno un paese, nemmeno la civiltà dei consumi, ma la pazienza di un lavoro a lunga scadenza, programmato, l’amore per i doni della Natura; il coraggio di saper dire no a certe assurdità, che se anche al presente si vedono vantaggiose, in un prossimo o lontano futuro senz’altro sarebbero deleterie.

(Mario Rigoni Stern, citato da Giuseppe Mendicino in Il senso della Natura, su Montagne360, giugno 2018.)

Nelle parole di Rigoni Stern, riferite all’ambiente naturale ma invero valide per ogni altro di influenza umana, non vedo affatto la negazione del progresso nel senso più “tecnologico” del termine, come potrebbe sembrare, ma l’assoluta necessità di fare qualsiasi cosa con buon senso. Quel buon senso che si basa su valori umani più che su valori materiali, sulla logica e la razionalità invece che sull’astrattezza, sulla consapevole libertà d’azione e di pensiero che nasce dalla cultura storica piuttosto che dalla sfrenata volontà di vivere sempre e solo alla giornata, dimenticandosi da subito il passato e fregandosene del futuro. O, molto semplicemente, quel buon senso che è la capacità di dire “no a certe assurdità”, come dice Rigoni Stern: un diniego al contempo afferma con forza la visione d’un futuro migliore e più proficuo per tutti.

Peccato sia sempre così più facile dire “sì” invece che no, anche quando ci sia di mezzo il nostro domani e la relativa sorte comune…

Perché scrivere, secondo Philip Roth

L’unica via per scrivere letteratura contemporanea? “Rifugiarsi in un sé immaginato come unica cosa apparentemente reale in un ambiente altrimenti apparentemente irreale”. I mezzi di comunicazione? “L’attualità vanifica di continuo le nostre capacità di romanzieri mentre la cronaca estrae quasi ogni giorno personaggi che sono l’invidia di qualsiasi romanziere”. Il segreto della scrittura? “Famiglia e religione come forze coercitive sono un soggetto ideale per i romanzi”

(Philip Roth in Perché scrivere? Saggi, conversazioni e altri scritti 1960-2013, Einaudi, in uscita martedì 16 ottobre; ripreso e citato da Gian Paolo Serino sulla sua pagina facebook nella personale recensione del libro.)

Galli della Loggia, “Il Belpaese è diventato brutto”

Sul Corriere della Sera del 18 settembre scorso è uscito un articolo firmato da Ernesto Galli della Loggia intitolato Il Belpaese è diventato brutto, sottotitolo: “Da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale”.
Pur non essendo totalmente d’accordo con alcuni suoi passaggi – ad esempio ove Galli della Loggia tratta del ruolo della Chiesa nel processo di “socializzazione”  del paese – e al di là di qualsiasi considerazione sull’autore e sul media in questione (d’altro canto non leggo i quotidiani italiani, ergo non pretendo voci in capitolo – l’articolo l’ho tratto dal web), trovo quanto scritto da Galli della Loggia assolutamente esplicativo e significativo della realtà socio-culturale contemporanea italiana.
Vi riproduco di seguito incipit ed explicit dell’articolo, nei quali già si possono ritrovare alcune tanto drammatiche quanto innegabili evidenze sulla suddetta realtà, e vi invito a leggere il testo completo cliccando sull’immagine in testa al post.

È bene che ce lo diciamo per primi noi stessi: l’Italia sta diventando un Paese invivibile. Un Paese incolto nel quale ogni regola è approssimativa, il suo rispetto incerto, mentre i tratti d’inciviltà non si contano. Basta guardarsi intorno: sono sempre più diffusi e sempre meno sanzionate dalla condanna pubblica l’ignoranza, la superficialità, la maleducazione, la piccola corruzione, l’aggressività gratuita. Una discussione informata è ormai quasi impossibile: in generale e specie in pubblico l’italiano medio sopporta sempre meno di essere contraddetto e diffida di chi prova a farlo ragionare, mostrandosi invece disposto a credere volentieri alle notizie e alle idee più strampalate. Non è un ritratto esagerato: è l’immagine che sempre più dà di sé il nostro Paese. La verità è che nel costume degli italiani è intervenuta una frattura che ha inevitabilmente modificato anche la qualità della cultura civica della Penisola e quindi di tutta la nostra vita collettiva a cominciare dalla vita politica. Il cui degrado non comincia a Montecitorio, comincia quasi sempre a casa nostra. Ho parlato di frattura perché le cose non sono andate sempre così. È vero che al momento della sua nascita lo Stato repubblicano non ha potuto certo contare su cittadini istruiti e tanto meno su un diffuso senso civico o su una vasta acculturazione di tipo democratico. Inizialmente, infatti, la cultura civica del Paese fu limitata in sostanza a quella delle sue élite politiche e del sottile strato di persone a esse in vario modo vicine (e dio sa con quali e quante contraddizioni!). Ma a compensare in qualche misura queste carenze, e quindi a rendere possibile la crescita di una vita pubblica più o meno consona ai nuovi tempi democratici, valse almeno il fatto che nel tessuto italiano continuavano pur sempre a esistere una tradizionale civiltà di modi, una costumatezza delle relazioni sociali, un antico riguardo per le forme e per i ruoli, un generale rispetto per il sapere e per l’autorità in genere.
[…]
Come invece sono andate le cose si sa. L’Italia ha visto quelle istituzioni di cui dicevo sopra — per varie ragioni e in vari modi, ma più o meno nello stesso giro di anni, a partire dagli anni 80-90 — scomparire. Scomparire, intendo, nelle forme che esse avevano un tempo (o come la leva cancellate del tutto), per essere sostituite dalle forme nuove richieste dai «gusti del pubblico», dagli «indici di ascolto», dai sindacati, dai «movimenti», dalle «attese delle famiglie», dalle «comunità di base», dalla «pace», dai «tempi della pubblicità», dai «bisogni dei ragazzi», dal desiderio dei vertici di non dispiacere a nessuno. È così da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale. Coltivando un’idea fasulla di modernità e di libertà l’Italia ha assistito, addirittura compiaciuta, al progressivo smantellamento di istituzioni che alimentavano la democrazia con il flusso vitale del sapere disinteressato, della tradizione, della possibilità dell’autoriconoscimento collettivo. Ci siamo avviati in tal modo ad essere una società senza veri legami, spesso selvatica e analfabeta, ogni volta che convenga frantumata in un individualismo carognesco e prepotente. L’Italia di oggi insomma, illusa e inconsapevole del brutto Paese che essa ormai sta diventando.