Uno “scherzo” dell’antropocentrismo

Uno degli scherzi dell’antropocentrismo: descrivere la fine della specie come implicante la morte della natura vegetale e animale, la fine stessa della Terra. La caduta dei cieli. Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima, ma non che possano finire dopo di noi.

(Guido Morselli, Dissipatio H.G., Adelphi, Milano, 1977.)

Morselli, credo ironicamente, lo definisce “scherzo” quello evidenziato nelle sue illuminanti parole. Con più chiarezza, forse cinica ma certamente obiettiva, lo si potrebbe definire “una delle stupidità dell’antropocentrismo”. Palese, peraltro.

(L’immagine è tratta dal sito “CriticaLetteraria“, qui.)

Scrivere per non annegare

La mia letteratura è un continuo tentativo di rettificare quel che provo nella vita, come qualcuno che consulta febbrilmente un libro per sapere cosa bisogna fare per rianimare l’annegato sdraiato sulla riva.

(Jules Renard, Diario 1887-1910, traduzione e postfazione di Orio Vergani, a cura di Guido Vergani, SE, Milano, 1989, pag.77.)

(Photo credit: Henri Manuel [Public domain])
Ha ragione Renard: molti scrittori considerano ciò che scrivono come lo strumento per poter “sopravvivere” (spesso con non poca altezzosità) al loro tempo, e non si rendono conto che invece la scrittura deve innanzi tutto essere un modo (o un tentativo) per sopravvivere a se stessi, e con la massima umiltà.

 

Uomini, o bestie

(Photo credits: Agence de presse Meurisse [Public domain] / Original uploader: Galilea at German Wikipedia, CC BY-SA 3.0, http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/)

Due cose mi sorprendono: l’intelligenza delle bestie e la bestialità degli uomini.

(Tristan Bernard, citato in AA.VV., Animal Agenda 2012, Terra Nuova Edizioni, Firenze.)

Infatti…

Finché gli uomini massacreranno gli animali, si uccideranno tra di loro. In verità, colui che semina il seme del dolore e della morte non può raccogliere amore e gioia.

(Pitagora, citato in Steven RosenIl vegetarianesimo e le religioni del mondo, traduzione di Giulia Amici, Gruppo Futura, Bresso, 1995, p. 130.)

Salisburgo, per me

Lo scorso mese di agosto ho passato qualche giorno a Salisburgo, città dalla quale sono sempre transitato per andare oltre, verso altre mete, e che dunque non conoscevo se non per quanto letto o visto sui media ovvero sentito da conoscenti che c’erano stati.

Be’, potrei scrivere molto al riguardo, moltissimo, rischiando però di dirvi cose già lette altrove; preferisco restare coerente a una delle sue peculiarità principali, cioè l’essere una città la cui estensione urbana, soprattutto del centro storico, è inversamente proporzionale al fascino che racchiude: tantissimo in poco o pochissimo, insomma, in confronto ad altre città e, più direttamente, in relazione alla meta verso la quale molti viaggiano transitando da Salisburgo senza sostarvi, come ho fatto io fino a ora, ovviamente Vienna. Non una “sorella minore”, non una “capitale austriaca bis”, non una “Viennetta” come ho letto da qualche parte. No: Salisburgo è una città dal fascino denso e intenso, peculiare e personale, austriaca più che austroungarica, mitteleuropea ma assolutamente cosmopolita al punto da non sentir solo le sublimi arie di Mozart aleggiare tra le sue vie ma anche le geniali intuizioni di Von Humboldt. È una città salotto, ma di quei salotti eleganti senza essere fastosi, nei quali ti ci accomodi e ti senti bene, mai a disagio, coi suoi bei soprammobili tuttavia gradevoli, ordinati, spesso preziosi e mai kitsch, un salotto di cui riconosci gli agi e ancor più la fortuna di poterne godere in tutta tranquillità.

Ma, ribadisco, non voglio scrivere troppo, lasciando invece parlare le immagini, stavolta, che compongono un personale, succinto, certamente dozzinale (non sono un fotografo) ma altrettanto appassionato “reportage”. Buona visione.

Vajont, 56 anni

Photo credit: pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=1628524)

Vajont, 9 ottobre 1963, ore 22.39.

Un luogo, una data e un’ora in cui morirono quasi 2.000 persone e con esse una parte della dignità nazionale, assai ampia, forse mai più recuperata.

Un momento terribile ed emblematico, oggi più che mai, che deve e dovrà rimanere sempre impresso nella storia d’Italia e nella memoria degli italiani.

(Cliccando qui potrete visitare Dentro il Vajont, il sito web che Focus ha dedicato alla tragedia nel 2013, in occasione del 50° anniversario.)