Renato Ranaldi (a cura di), “Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno”

cop_duchampDi “rivoluzionari” la storia della civiltà umana è piena: personaggi che, nel bene o nel male, più o meno consapevolmente, hanno deciso di andare contro le regole e le convenzioni del momento per determinarne delle nuove ovvero per eliminarle del tutto. Alcuni di essi sono poi stati definiti “eroi”, altri hanno combinato dei danni tremendi – e le due cose non sono affatto distinte, di frequente. Di autentiche rivoluzioni, invece, la storia dell’umanità ne conta molte meno: episodi che veramente hanno cambiato il corso delle cose, il punto di vista, la conoscenza, la cognizione della realtà, l’essenza delle sue verità.
Marchel Duchamp, nell’arte moderna e contemporanea (ma non solo, in effetti), non è stato soltanto un rivoluzionario (o forse, se così si può dire, non lo è stato affatto), semmai è stato colui che ha ribaltato totalmente l’espressione artistica, l’ha sovvertita nelle sue basi fondamentali, l’ha rivoluzionata nel senso più letterale e al contempo più pieno del termine. E lo ha fatto nel modo meno “rivoluzionario” possibile (appunto): non con azioni eclatanti e sconvolgenti, piuttosto ricercando il modo di essere artista e generare senso artistico senza creare arte – prendetela, questa, come una personale definizione molto sbrigativa ma già significativa dei suoi ready made, ecco. Una rivoluzione basata sulla pigrizia: dunque la modalità più lontana possibile dal senso stesso di quel termine, “rivoluzione”, come ribadisco.
Sia chiaro: la “pigrizia” di Duchamp è stata in realtà il riflesso esteriore della frenetica iperattività interiore, anzi intellettuale, di quello che da più parti è definito uno dei più grandi geni del XX secolo, e tale evidenza è dimostrata dalla gran messe di libri che riferiscono del personaggio, del suo lavoro e della sua rivoluzione culturale, che rende Duchamp una nozione fondamentale per chiunque si voglia definire cultore di arte contemporanea. Tuttavia il personaggio è così grande che di narrazioni al proposito se ne possono fare (e se ne potranno fare in futuro) ancora molte: a tal proposito Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno è quella curata da Renato Ranaldi (Edizioni Clichy, Firenze 2014) per la collana “Sorbonne” dell’editore fiorentino, nella quale vita, opere e idee di grandi personaggi del Novecento vengono relazionate a narratori contemporanei di varia natura ma sempre connessa a quella del personaggio narrato – in questo caso l’artista Duchamp raccontato dall’artista Ranaldi…

portrait_duchamp_20140916163736_20140916163758(Leggete la recensione completa di Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

AA.VV., “Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio”

Progetto2Qualche tempo fa pubblicavo un articolo, qui nel blog, nel quale sostenevo come dalla montagna – la derelitta (in Italia) montagna, zona del paese troppe volte e per troppo tempo lasciata dalla politica ai margini delle strategie di sviluppo e di progresso nonché costretta ad un declino culturale autonichilista ovvero indotto dall’imposizione di modelli di gestione amministrativa del tutto avulsi dal peculiare contesto ambientale, sociale, antropologico e quant’altro – potesse discendere la salvezza (culturale, ma non solo) della nostra società. Ciò perché – scrivevo e ne sono certo oggi più di allora – la montagna, nonostante tutto, ha conservato alcuni dei valori culturali fondamentali per il buon vivere collettivo che la società del piano, quella post-moderna, post-industriale, post-urbana, sempre più in balìa della società liquida e assediata dalla pandemia dei non luoghi (per citare due concetti cardine della sociologia contemporanea), ha smarrito e ora necessita terribilmente.
Posto ciò, trovo Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio, ponderoso tanto quanto tematicamente ricco volume pubblicato dal Centro Studi Valle Imagna (una delle migliori associazioni culturali nelle Alpi italiane in tema di ricerca, studio e promozione dei processi culturali per la riscoperta e la valorizzazione della storia sociale delle comunità di Valle Imagna, in primis, ma delle dinamiche di salvaguardia e sviluppo delle zone montane in genere) una lettura fondamentale per quanto inizialmente affermato, nonostante sia una pubblicazione edita nel 2007. Anzi, potrei anche dire che questi (quasi) 10 anni di distanza dalla pubblicazione originaria ne abbiano pure accresciuto il valore (continua…)

Edifici rurali in Valle Imagna con i tetti in piöde, tipici di questa zona (nonché delle contigue Val San Martino e Val Taleggio) e unici nelle Alpi.
Edifici rurali in Valle Imagna con i tetti in piöde, tipici di questa zona (nonché delle contigue Val San Martino e Val Taleggio) e unici nelle Alpi.
Leggete la recensione completa di Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Dislivelli

dislivelli
Dislivelli è una di quelle entità culturali dall’importanza – a mio modo di vedere – fondamentale, oggi, anche oltre la sua mission statutaria peculiare.

L’Associazione Dislivelli – o più semplicemente, appunto, Dislivelli – è nata nella primavera 2009 a Torino dall’incontro di ricercatori universitari e giornalisti specializzati nel campo delle Alpi e della montagna allo scopo di favorire l’incontro e la collaborazione di competenze multidisciplinari diverse nell’attività di studio, documentazione e ricerca, ma anche di formazione e informazione sulle “terre alte”, come viene sovente definita in ambito culturale, e con accezione generale, la montagna.
Dislivelli non si limita allo studio teorico del territorio alpino e dei suoi abitanti, i vecchi e nuovi “montanari”, ma intende impegnarsi direttamente per favorire una visione innovativa della montagna e delle sue risorse, con la costruzione di reti tra ricercatori, amministratori e operatori, la creazione di servizi socio-economici integrati, la proposta di interventi sociali, tecnologici e culturali capaci di futuro.
Nello specifico Dislivelli, grazie alle diverse competenze dei suoi soci, che spaziano dalla ricerca scientifica alla comunicazione, si prefigge di ideare, proporre e sviluppare progetti con un’attenzione particolare alla fase di divulgazione e restituzione sul territorio, attraverso la diffusione e la condivisione dei risultati ottenuti, con incontri pubblici, servizi sul web, strumenti editoriali e multimediali.
I settori principali dell’attività di Dislivelli riguardano economia e società, ambiente, cultura, innovazione, cooperazione. Ulteriori ambiti di attività dell’Associazione contemplano forme di sostegno e di promozione per giovani ricercatori e laureati, nonché raccolta di fondi e attuazione di ogni operazione economica o finanziaria diretta al raggiungimento degli scopi associativi.

Ecco: credo che un’associazione culturale come Dislivelli – e intendete il termine “culturale” nella sua accezione più alta e ampia possibile – sia fondamentale perché oggi, nel nostro mondo ipertecnologico e ultraantropizzato, la montagna (un po’ paradossalmente, in effetti) assurge ancor più a luogo, paesaggio e ambito vitale del tutto emblematico: come ultima zona “vergine” di questa parte di mondo altrimenti sfruttata nell’ogni dove, come margine sacralizzato tanto quanto bistrattato del mondo stesso, come luogo forse unico, ormai, in grado di offrire possibilità e prerogative vitali altrove ormai estinte ma, di contro, come territorio sovente ancora soggetto a spopolamento e degrado, come laboratorio di nuovi progressi sociali ed economici ovvero nuovi (o rinnovati) rapporti sociali e sociologici, come incubatore di un buon senso contemporaneo – teorico e pratico – della disciplina antropologica, come – in quanto paesaggio non deteriorato al pari invece di altri – elemento culturale ed estetico fondamentale e irrinunciabile per la formulazione dello stesso concetto comune e condiviso di “bellezza naturale”.
Per tutto questo Dislivelli sa offrire notizie, informazione, punti di vista, analisi, riflessioni, meditazioni, documentazioni, progetti, critiche, aspirazioni, utopie. Da ciò deriva il suo essere così importante – ma, in fondo, deriva pure da quanto la montagna stessa sia fondamentale, nonostante tutto, per il nostro pianeta, appunto.

68_WEBMAGAZINE_giugno16_COVERDislivelli pubblica anche un illuminante newsmagazine in free publishing, che raccoglie alcuni dei migliori contributi intorno alle tematiche sopra indicate e, in generale, su questioni legate alla montagna e alle popolazioni delle “terre alte”. Ve ne offro un significativo assaggio, con un articolo firmato da Enrico Camanni, scrittore, saggista, giornalista, alpinista, uno dei migliori intellettuali italiani in tema di culture di montagna nonché vicepresidente e responsabile dell’area comunicazione di Dislivelli. Articolo di contenuto e senso assolutamente contemporanei il quale, io credo, vi farà capire perché ho utilizzato quell’aggettivo per descrivere il newsmagazine, ovvero “illuminante”.

La frontiera innaturale

Il legame italiano è fisicamente incarnato dalla spina dorsale appenninica, uno scheletro geologico capace di tenere insieme la testa e i piedi dello stivale con circa 1300 chilometri di montagne che uniscono il nord, il centro e il sud della penisola.
Per le Alpi, al contrario, l’Unità d’Italia significò frattura e divisione, perché nel 1860 Cavour cedette Nizza e la Savoia ai francesi in cambio di aiuto diplomatico e militare. Tutti abbiamo studiato la formuletta sui libri di scuola, giocando a Risiko con le mappe post risorgimentali: a loro le terre che stavano di là delle Alpi occidentali, a noi quelle che sono di qua. Ci è sembrato “naturale” che lo spartiacque alpino separasse finalmente i due versanti per destinare a ogni stato i ghiacciai, i pascoli, le valli, i fiumi e le città che gli spettavano.
Sbagliavamo: la natura non c’entrava gran che. L’idea dello spartiacque alpino era forse “naturale” per i politici e i militari che l’avevano inventata per delimitare e difendere gli stati-nazione, non per i montanari e i viaggiatori che attraversavano i valichi, e neppure per le città di Torino e Chambéry che da secoli si scambiavano gli onori e gli oneri della capitale del Regno. Le Alpi Graie erano state a lungo il centro di uno stesso regno, quando le alte cime del Monte Bianco, delle Levanne, della Ciamarella e del Rocciamelone non costituivano linea di frontiera. Le creste separavano i due versanti, non le culture e le appartenenze delle persone.
Anche la storia dell’alpinismo si è spesso confusa: per esempio la cima del Monte Bianco, per la quale ancora oggi ci si accapiglia infantilmente tra Francia e Italia, non l’hanno scalata i francesi ma due sudditi del Regno Sardo. Il medico Michel-Gabriel Paccard, che si era laureato all’Università di Torino ed era tornato a Chamonix senza attraversare nessuna dogana, raggiunse la vetta nel 1786 con il cercatore di cristalli Jacques Balmat. Allo stesso modo non espatriavano i viandanti e i pellegrini che scavalcavano il Moncenisio, i commercianti che superavano il Piccolo San Bernardo, i pastori che inseguivano l’erba buona oltre il crinale o il giovane che cercava moglie e fortuna oltre la montagna di casa.
Tutto cambia nel 1861, quando i piemontesi cominciano a pensare che dietro le Alpi abiti lo straniero. Le cime diventano simbolo di patria e Quintino Sella, più volte ministro del Regno d’Italia, si adopera per scalare il Monviso nel 1863 e strappare il Cervino agli inglesi nel 1865, senza successo. Da ruvidi pezzi di roccia, silhouette dorate nella luce del tramonto, le Alpi diventano monolitiche sentinelle della nazione. Per contro la civiltà alpina che aveva saputo evolversi con equilibrio armonizzando le ragioni dell’uomo e della natura, si indebolisce perché le valli subiscono governi sempre più lontani e disinteressati. L’impoverimento e lo spopolamento non sono la “naturale” conseguenza del carattere severo dell’ambiente alpino, con cui i popoli delle Alpi hanno imparato a convivere in epoca medievale e moderna con risultati sorprendenti; sono piuttosto il risultato dell’isolamento politico ed economico causato da un’inedita geografia di separazione. Le frontiere alpine del Settecento contribuiscono a esaltare le negatività ambientali, favorendo la fuga e l’emigrazione.
La situazione si differenzia nelle Alpi orientali, dove il Tirolo è diviso a forza dalle guerre del Novecento ma dove la frontiera alpina, a tutt’oggi, separa regioni culturalmente e linguisticamente omogenee. Il che rende ancora più paradossale l’idea di annullare i benefici di Schengen con recinti e steccati che arginino la libera circolazione delle persone, o per dirla in altri termini, che frenino la salita di chi fugge dai disordini d’oltre mare cercando rifugio nella ricca Europa.
Eppure, dopo Schengen e l’apertura delle frontiere spartiacque, le Alpi avrebbero dovuto proporsi come la spina dorsale europea, una cintura viva e permeabile, naturalmente vocata a sconfiggere i vetusti limiti nazionali. Invece la frontiera sopravvive, e talvolta si rafforza gonfiando i muscoli. Perché l’Europa sarà anche fatta, almeno a carte e denari, ma di certo bisogna ancora fare gli europei.

Enrico Camanni

P.S.: se non l’avete ancora fatto, cliccate sull’immagine del logo di Dislivelli in testa al post per visitare il sito web e conoscere ogni altra informazione utile sull’Associazione e sul suo lavoro.

Henry David Thoreau, “Camminare”

3Dnn+8_11B_pic_9788804585602-camminare_originalFosse per me, le opere di Henry David Thoreau le farei adottare dalle scuole come libri di testo.
Ecco, potrei pure chiudere qui questa mia “recensione”, e avrei detto con efficace sunto buona parte di ciò che volevo dire. Tuttavia, appena dopo aver formulato un tale pensiero, di sicuro mi verrebbe pure da dire (ovvero: mi viene da dire) che, a ben vedere, un po’ tutta la nostra vita deve essere una scuola – concetto comune e parecchio abusato ma senza dubbio sostenibile – dacché lungo tutta l’intera esistenza, dai primi vagiti fino agli ultimi istanti, c’è sempre da imparare. Quindi, Thoreau lo farei leggere sempre, a chiunque, perché sempre da Thoreau – innegabilmente uno dei padri fondatori del pensiero virtuoso moderno/contemporaneo – si può imparare qualcosa.
Camminare (Mondadori, Milano, 2009, a cura di Massimo Jevolella; orig. Walking, or the Wild, 1862) non è certamente tra le opere maggiori del grande pensatore americano, ma nel suo “piccolo” (in senso di lunghezza del testo) la propria essenza fondamentale la possiede di sicuro. Figlio del Walden e di tutta l’articolata e profonda esperienza dalla quale poi Thoreau trasse la celeberrima opera, Camminare – lo dice il titolo stesso – è un saggio breve su tale arte tanto fondamentale per il benessere psico-fisico dell’uomo…

img-thoreauLeggete la recensione completa di Camminare cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Siamo un po’ tutti degli “scemi in scena” (August Strindberg dixit)

“Per di più si pretende, con insistenza, la gioia di vivere, tanto che i direttori dei teatri non fanno altro che ordinare farse quasi che la gioia di vivere si riduca a fare gli scemi in scena e a descrivere gli uomini come tanti invasati o idioti. Io trovo invece la gioia di vivere nelle forti crudeli lotte dell’esistenza e godo sempre nell’apprendere qualcosa, nell’istruirmi.”

(Johan August Strindberg, La signorina Julie, 1888.)

166810Sono passati quasi 130 anni dalle succitate parole di Strindberg. Ma provate a sostituire “teatri” con “canali TV”… non vi pare che diventi di colpo una citazione di valore assolutamente contemporaneo?