Grandi frane alpine: quando la Natura distrugge le montagne e reinventa il paesaggio

[Immagine tratta da www.nimbus.it.]
Abbiamo senza dubbio nella mente le immagini della frana di Blatten, in Svizzera (la vedete qui sopra), quando un’enorme massa di rocce e ghiaccio, lo scorso 28 maggio, ha seppellito l’omonimo villaggio sotto una coltre di 30 metri di detriti, fortunatamente senza vittime in forza della tempestiva allarme e del conseguente rapida evacuazione degli abitanti.

Di eventi colossali come quelli di Blatten ne avvengono da sempre parecchi, nelle Alpi: in effetti, dopo il modellamento morfologico generato dalle acque, ghiacciate o liquide, sono state proprio le grandi frane ad aver modificato i territori montani più di ogni altra cosa lungo i secoli, e spesso quelli che oggi ci appaiono come rilievi più o meno grandi e regolari nel mezzo delle valli alpine sono in realtà gli accumuli residui di grandi frane cadute nel passato, ormai stabilizzati e rivegetalizzati al punto da poter essere tranquillamente antropizzati dall’uomo.

La frana di Blatten – per la quale sarebbe più corretto parlare di valanga, essendo stata innescata dalla caduta di materiale ghiacciato – è sembrata a tutti qualcosa di colossale, appunto, coi suoi 9,3 milioni di m3 precipitati a valle e in forza dei danni causati. In realtà, senza ovviamente voler sminuire la portata dell’evento, quella di Blatten è stata una frana di taglia “piccola”. L’altrettanto ben ricordata frana della Val Pola del 1987, conseguente agli eventi meteorologici e alluvionali che sconvolsero la Valtellina, aveva un volume di circa 32 milioni di m3, più di tre volte quella di Blatten. Ancora oggi la sua veduta impressiona chi transita lungo la statale per Bormio e l’alta Valtellina ma, a sua volta, fu una frana relativamente “piccola”. D’altro canto uno degli eventi storici più celebri e nefasti al riguardo, quello che nel 1618 coinvolse l’abitato di Piuro nella Val Bregaglia italiana, facendo più di mille morti, fu determinato da una frana di “soli” 6 milioni di m3.

[La frana di Val Pola del 28 luglio 1987 e il lago formatosi dallo sbarramento della valle.]
Insomma: avrete intuito che le frane veramente colossali le quali nel passato hanno sconvolto intere vallate alpine, hanno registrato dimensioni e volumi infinitamente maggiori di quelle note fin qui citate.

Ad esempio, in Canton Ticino l’autostrada del Gottardo, nel suo tragitto verso nord e l’ingresso del tunnel omonimo, ad un tratto prende a salire con decisione per superare il dislivello delle Gole della Biaschina grazie ad alcuni alti viadotti: tali ponti sono costruiti sull’accumulo della frana di Chironico (dal nome del villaggio che vi è stato costruito sopra nel XII secolo), che cadde dal versante opposto della Valle Leventina tra 12 e 14 mila anni fa scaricando a valle un volume stimato di 530 milioni di m3 di rocce, le quali “tapparono” il fondovalle generando un grande lago, poi interratosi nel giro di qualche secolo, fino a che le acque del Ticino (e del suo affluente di destra Ticinetto) non riuscirono ad aprirsi nuovamente un varco tra le rocce franate.

[I pilastri dei viadotti dell’Autostrada del Gottardo che poggiano sull’accumulo della frana di Chironico. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Più o meno nello stesso periodo, sempre in Svizzera ma nei Grigioni, si verificò la frana di Totalp, i cui sedimenti si sono accumulati per qualche km di ampiezza nella zona tra le note località sciistiche di Davos e Klosters: il volume del materiale franato è stato stimato in circa 600 milioni di m³.

Ancora più imponenti sono le Marocche di Dro, site nel territorio dell’omonimo comune del Trentino, che costituiscono per estensione e volume il più imponente fenomeno di frana per crollo e scorrimento di materiale lapideo a livello europeo: più di 5000 anni fa dal monte Brento, sovrastante la valle del fiume Sarca, caddero circa 1 miliardo di m3 di maroc, termine dialettale trentino che significa “grosso masso” o “grande blocco di roccia”.

[Uno scorcio delle “Marocche di Dro”. Foto di Robertk9410, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Tuttavia il primato assoluto della categoria “grandi frane alpine” appartiene alla frana di Köfels nella valle Ötztal (Tirolo, Austria): circa 9500 anni fa, in quello che si può considerare un vero e proprio cataclisma alpino, un intero versante montuoso sul lato sinistro della valle crollò, peraltro per cause tutt’oggi indeterminate, trascinando a valle una massa di roccia stimata in 3,1 miliardi di m³ che ha generato un deposito di complessivi 4 miliardi di m³. Tale accumulo di frana fu così ingente da aver creato una nuova montagna nel mezzo della valle, il Tauferer Berg, alto 1680 m e sotto la cui sommità lo spessore del materiale franato è superiore a 700 metri. Quella di Köfels è dunque la più colossale frana a scivolamento rapido conosciuta nelle Alpi, con un volume di 100 volte superiore alla massa della Frana della Val Pola e di più di 300 volte (!) rispetto a quella di Blatten.

[La valle Ötztal con a sinistra il paese di Köfels e, cerchiato dal tratto giallo, il colossale accumulo della frana, che cadde dal versante montuoso presso il quale è stata presa l’immagine. Fonte: www.mergili.at, CC BY-NC-SA 4.0 DEED license.]
Per chi se lo stia chiedendo, visto che si trattò di un’altra frana di enormi dimensioni, quella del Monte Toc che piombò nel bacino artificiale creato dalla diga del Vajont innescando la spaventosa catastrofe del 9 ottobre 1963, aveva un volume di circa 270 milioni di m³.

Infine, è interessante tornare in Canton Ticino per citare un’altra gigantesca frana alpina, non delle più colossali ma dalla storia inopinatamente tragica: quella del Monte Crenone (o Pizzo Magn) sovrastante l’ingresso della Valle di Blenio. Nel settembre 1513 dal monte cadde un volume di roccia stimato tra i 90 e i 130 milioni di m3 che ostruì completamente il fondovalle e creò un grande lago, detto di Malvaglia (dal nome del principale villaggio che vi finì sommerso) lungo quasi 5 km, profondo almeno 40 metri e dal volume di acqua di circa 130 milioni di m3. Circa un anno e mezzo dopo, il 20 maggio 1515, la spinta delle acque del lago fece collassare il corpo della frana che faceva da diga generando la cosiddetta Buzza di Biasca (“buzza” è un termine dell’italiano regionale ticinese di origine dialettale con il quale si indica una colata detritica o una piena improvvisa), una sorta di Vajont naturale la cui ondata di piena, alta fino a 10 metri e con una portata di 15.000 m3/s (il Po alla foce ha una portata di 1.550 m3/s, per dire!), devastò l’intera valle del Ticino provocando diverse centinaia di morti e la distruzione di molti villaggi, sfogandosi poi nel Lago Maggiore il cui livello crebbe di circa 60 centimetri. L’enorme accumulo della frana – inerbato e in parte utilizzato come cava di inerti – è ancora ben visibile all’ingresso della Valle di Blenio, della quale ha completamente modificato la morfologia locale.

[La “Buzza di Biasca” che devasta Bellinzona, raffigurata in una xilografia di Johannes Stumpf del 1548. Fonte commons.wikimedia.org.]
Per chi fosse incuriosito o interessato al tema delle grandi frane alpine, il luogo migliore dove ampliarne la conoscenza è il Centro Transfrontaliero Grandi Frane Alpine di Chiavenna, che nasce come sede di studio e raccolta documentazione, con ruolo formativo di sito e museo legato ai disastri e con l’obiettivo di promuovere la cultura della prevenzione. Dal progetto alla base del centro è nato anche l’itinerario Amalpi Trek, un cammino in 11 tappe che porta dal Passo del Maloja alla regione del San Gottardo e permette di riscoprire antichi e nuovi percorsi con le loro peculiarità naturali e antropiche, storico-archeologiche e gastronomiche, oltre che, ovviamente, di visitare i siti di alcune delle più grandi frane presenti nel territorio attraversato dall’itinerario. Ve ne parlerò meglio a breve, quando scriverò della guida dedicata proprio all’Amalpi Trek pubblicata dal Centro di Chiavenna.

L’angolo del buonumore (ovvero: a passi lunghi e ben distesi verso il disastro olimpico #5)

Ve lo assicuro, vorrei scrivere ben più spesso di cose belle che si fanno in montagna, e ce ne sarebbero molte da raccontare, ma come si può stare zitti di fronte ai tanti, troppi progetti palesemente sbagliati e per ciò distruttivi che così spesso vengono imposti alle nostre montagne?

Scusatemi ma io non ci riesco proprio.

Tuttavia, almeno per una volta, dedico un post a qualcosa che fa parecchio ridere. Ci vuole un po’ di buonumore, ogni tanto. Forse.

Da “La Provincia-Unica TV“:

Da “Milano Finanza“:

Ecco. 🤣😨😒

“Chi se ne importa delle montagne, l’importante è fare profitti!”

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo corrispondente.]
Ciò che inquieta maggiormente nelle vicende come quella del sequestro per illeciti vari del cantiere della pista di Livigno destinata a ospitare delle gare di Coppa del Mondo di sci il prossimo dicembre (ma pure il caso della cabinovia Apollonio-Socrepes a Cortina o quello del Lago Bianco al Passo di Gavia, delle gare di sci sul ghiacciaio tra Cervinia e Zermatt per non dire delle opere olimpiche, per citarne alcune altre tra le tante) non è solo e, per certi versi, nemmeno tanto l’opera o le opere in quanto tali, il loro impatto ambientale, le modalità con cui vengono eseguite, ma è la sconcertante superficialità e l’incuria, per non dire il menefreghismo, verso i luoghi e i paesaggi che emergono da tali vicende, così ben manifestata dai gravi illeciti amministrativi e ambientali riscontrati nel cantiere di Livigno.

«Chi se ne importa cosa facciamo alle montagne, l’importante è ricavarci dei bei tornaconti!» Ecco, sembra questo il principio fondamentale che guida la gestione dei cantieri suddetti. Le valutazioni sull’impatto ambientale? Bah, chi se ne frega! La gestione dei rifiuti di cantiere? Non abbiamo tempo da perdere! L’attenzione verso l’integrità paesaggistica e naturale delle zone coinvolte nelle opere? Stupidaggini, che sarà mai per “qualche” albero o prato in meno o per un po’ di cemento e asfalto in più?!

Avete presente il noto esempio dell’elefante nella cristalleria? Ecco, qui l’elefante è proprio il gestore della cristalleria che si arroga la libertà di fare ciò che vuole alla faccia del buon senso e, cosa anche più grave, delle leggi vigenti. Già.

Be’, a me pare che da tutto ciò traspaia un atteggiamento e una considerazione verso i territori montani e riguardo ciò che rappresentano – paesaggisticamente, culturalmente, ambientalmente, socialmente, identitariamente, eccetera – a dir poco pericolosi, una supponente predisposizione al profitto ad ogni costo nonché una palese alienazione nei confronti delle montagne abitate e, malauguratamente, amministrate. Chissà, forse pure una presunzione di intoccabilità, per come spesso dietro cantieri del genere si muovano e si intreccino interessi di varia natura e ben consolidati.

Ribadisco: qui è il problema non è più soltanto cosa si sta facendo e come lo si fa, ma pure con quale “diritto” in verità illegittimo lo si fa. Cioè con quale prepotenza e arroganza, nei riguardi delle montagne.

Poi spesso succede che le cose in qualche modo vengono “sistemate”, le opere ultimate, la distruzione dei versanti montani ben occultata, la gente se ne dimentica e la giostra può ricominciare a girare. Fino a che quelle montagne così pesantemente oltraggiate inevitabilmente presenteranno il conto in modi più o meno pesanti e tutti si chiederanno sgomenti come è stato possibile che sia successo. Ma è “catastrofismo” questo, certo.

Va bene così? È una situazione che possiamo accettare senza batter ciglio?

Chiedo, eh… ma non per un amico, per le nostre montagne!

Un genio in vetta al Monte Rosa

[La parte sommitale del Monte Rosa, con la Punta Dufour al centro e, a sinistra, la Nordend. Foto di Jackph, opera propria, pubblico dominio; fonte commons.wikimedia.org.]
Immagino sia ovvio sostenere che tutti gli appassionati di montagna – e molti che non lo sono – conoscano il Monte Rosa, secondo massiccio più elevato delle Alpi dopo il Monte Bianco (ma il primo per l’altezza media delle sue vette); magari non tutti sanno che la massima sommità del Rosa si chiama Punta Dufour, alta 4634 metri; probabilmente tanti non sapranno perché si chiami così, ovvero chi fosse tal Dufour. Il quale invece fu un personaggio grandissimo, spesso considerato un “genio” dell’Ottocento per tutte le cose innovative che seppe pensare e realizzare.

[Dufour in un dagherrotipo del 1850. Fonte commons.wikimedia.org.]
Guillaume Henri Dufour, che proprio il 15 settembre “compie” 238 anni essendo nato nel 1787 e morì esattamente 150 anni fa, nel 1875, fu «un generale, ingegnere e politico svizzero», dice Wikipedia, ma queste qualifiche, pur già “importanti”, ancora non rendono giustizia al personaggio. Innanzi tutto gli appassionati di geografia (che temo non siano più troppi, nel nostro paese) lo conoscono per la Carta Dufour, la prima opera cartografica ufficiale della Svizzera e “madre” di tutte le carte geografiche moderne per come fissò nuovi standard internazionali al riguardo, al punto da essere premiata con la medaglia d’onore all’Esposizione universale di Parigi del 1855 nonostante non fosse ancora completa.

[La tavola XIII “Interlaken, Sarnen, Stanz” (datata 1864), della Carta Topografica della Svizzera o Carta Dufour. La trovate con tutte le tavole ben più grandi e dunque leggibili qui.]
Da ingegnere progettò numerosi ponti, tra i quali nel 1823 la passerella di Saint-Antoine a Ginevra, il primo ponte sospeso permanente con cavi metallici d’Europa; ideò e sostenne i primi impianti di illuminazione pubblica delle città svizzere; ancora nel 1823 creò il primo servizio regolare di battelli a vapore sul Lago Lemano; nel 1857, quando ancora il treno rappresentava un mezzo di trasporto futuristico, Dufour ne comprese le potenzialità e promosse il primo collegamento ferroviario regolare tra Ginevra e Lione, conferendo alla città svizzera un ruolo pionieristico nel trasporto ferroviario; in seguito collaborò alla determinazione dei tracciati delle linee ferroviarie elvetiche, tutt’oggi considerate capolavori dell’ingegneria civile.

[Il ponte di Saint-Antoine in una litografia del 1830 circa. Fonte commons.wikimedia.org.]
Applicò le proprie competenze anche alla ricerca scientifica, svolgendo numerose attività in diversi campi tra cui la geometria, le proiezioni, la resistenza dei solidi, la meccanica applicata, la geodesia, l’idraulica, la limnometria, la gnomonica, eccetera.

Inoltre, nel 1863 fu uno dei cinque cofondatori del Comitato internazionale di soccorso ai militi feriti, che in seguito divenne il Comitato Internazionale della Croce Rossa, di cui fu il primo presidente. D’altro canto nelle vesti militari – nelle quali divenne capo di stato maggiore generale, la massima carica elvetica – fu un generale illuminato, portato alle rappacificazioni più che alle belligeranze al punto da essere ancora oggi ricordato come il “costruttore di ponti della nazione” anche dal punto di vista politico, non solo da quello ingegneristico.

Solo come politico non fu granché, ma perché la politica, nella quale ci finì più per dovere civico che per altri motivi, non la amava e non lo appassionava: i dibattiti, le lotte tra partiti e le manovre politiche non facevano per lui, preferendo ruoli da mediatore neutrale e di esperto capace di superare le divisioni ideologiche. Ai miei occhi ciò rende Dufour una figura ancora più apprezzabile, se posso dire.

[La parte sommitale della Punta Dufour. Foto di Francofranco56, opera propria, pubblico dominio; fonte commons.wikimedia.org.]
Insomma: Dufour fu un personaggio estremamente interessante e affascinante, certamente uno degli “uomini del secolo” europei. Ciò spiega perché la massima vetta del Monte Rosa gli venne intitolata non quale omaggio postumo ma fin dal 1863 per decisione del Consiglio Federale, una dozzina d’anni prima della scomparsa quando era ancora ben attivo nelle sue varie occupazioni. Be’, posto tutto quanto ho rimarcato fin qui, chi abbia asceso la punta Dufour o voglia farlo in futuro, ora saprà di potersi ancora più compiacersi – e/o vantare – di tale “conquista” alpinistica!

Invece le opere olimpiche sono “fatte bene”, vero?

Forse avrete già saputo del sequestro della pista da sci di Livigno sulla quale si dovrebbero svolgere le gare dicembrine normalmente disputate a Bormio, la cui pista “Stelvio” sarà ancora in lavorazione per le Olimpiadi:

La pista Costaccia della Sitas di Livigno, scelta per ospitare la gara di Super G di Coppa del Mondo del 27 dicembre prossimo, è interessata da un cantiere che i militari hanno posto sotto sequestro per mancanza di riscontri di autorizzazione. I reati paventati sono abuso edilizio con illeciti ambientali e paesaggistici e gestione illecita di rifiuti. I militari hanno di fatto riscontrato la mancata presentazione della Scia, la mancanza di dichiarazioni al Comune di Livigno, e di un Piano scavi necessario per tracciare il materiale depositato in quota.

(Fonte: “La Provincia-Unica TV”.)

Al netto delle evoluzioni della vicenda, i referenti istituzionali delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 hanno subito fatto notare che il cantiere sequestrato della pista di Livigno non c’entra con le opere olimpiche. Ciò è vero: per tale motivo non ci si può che augurare che, viceversa, le opere in realizzazione per le Olimpiadi risulteranno scevre da qualsiasi illecito innanzi tutto ambientale e paesaggistico in ogni sede olimpica e anche a Livigno, località interessata da grandi cantieri legati proprio alle Olimpiadi (si veda l’immagine qui sotto) e nonostante la maggior parte delle opere olimpiche non sia stata sottoposta alle Valutazioni di Impatto Ambientale (VIA) e/o alle Valutazioni Ambientali Strategiche (VAS), procedure imposte dalle normative nazionali e europee vigenti, previste dal dossier di candidatura olimpica ma bypassate grazie ai commissariamenti straordinari e alle relative deroghe. Già.

Tuttavia, ribadisco, c’è da sperare che, nonostante quanto appena rimarcato, nei cantieri olimpici non vi saranno illeciti di sorta e l’attenzione verso l’impatto ambientale e paesaggistico delle opere sarà massima. D’altronde la speranza è l’ultima a morire, no?