La sciatte(dito)ria #2

…E ci può essere qualcosa di peggio per certa (“grande”) editoria contemporanea dello scopiazzarsi spudoratamente le copertine a vicenda, dimostrando di non avere nemmeno la volontà di sbattersi (lavorando, mica altro!) per cercarne qualcuna originale?
Beh, ad esempio si può formalmente dimostrare di non sapere il nome dei propri autori editi:

16864860_10206591074893906_147524062168749140_nÈ Amos Oz, per la cronaca, non AmoZ Oz.

Ovviamente, se ora cercate il libro nel sito dell’editore o nei canali di vendita on line, non lo trovate più – guarda un po’ che strano, eh?! Peccato (per loro) che, come ormai sanno tutti, nel bene e nel male, sul web resta traccia di ogni cosa – qui, ad esempio…

P.S.: in questo caso grazie a Francesca Casùla, grande animatrice culturale e co-fondatrice di Liberos.

Piccola lezione di giornalismo (che nessuno segue più)

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Ecco. Già quasi un secolo fa ci si poneva la questione di come si dovesse informare sugli accadimenti in maniera corretta ovvero priva di qualsivoglia speculazione d’alcun genere. E che chi debba informare – scrivendone, o in altro modo – si chiamasse allora Hemingway o si chiami oggi Pinco Pallino non cambia assolutamente i termini della questione – anzi, in qualche modo ne acuisce il valore.

Purtroppo, nel frattempo, non è cambiato il senso della professione (e dell’etica) giornalistica, semmai – semplicemente e drammaticamente – quel senso è stato gettato al vento dalle stesse redazioni dei media e dai loro responsabili, i quali hanno deciso ormai da parecchio tempo a questa parte – almeno dalle nostre – che di giornalisti veri non c’è più bisogno, certamente non per i titoloni delle prime pagine o per i primi servizi in onda nei TG. Quei pochi rimasti appaiono sempre più come esemplari (indifesi e perseguitati) d’una razza in via di prossima estinzione. I tempi ai quali fa riferimento l’immagine in testa all’articolo sono ben più lontani culturalmente che cronologicamente, insomma.

I risultati di queste nuove “strategie redazionali” le abbiamo tutti sotto gli occhi, giorno dopo giorno. In questa nostra era contemporanea (o postmoderna, se preferite) di paradossi e ribaltamenti d’ogni genere, anche i media fanno la loro bella parte, trasformandosi da educatori alla verità e alla conoscenza in sostenitori – quando non sorgenti primarie – della disinformazione e dell’analfabetismo funzionale. Ma è una parte della quale dovranno rispondere, prima o poi.

Internet, promesse e delusioni (Brian Eno dixit)

La grande promessa di Internet era che più informazioni avrebbero portato a decisioni migliori. La grande delusione è che in realtà più informazioni comportano maggiori possibilità di confermare le credenze di ciascuno. È una trappola cognitiva detta “pregiudizio di conferma”. Cambiare idea è una fatica mentale che, istintivamente, cerchiamo di evitare. Tra migliaia di fonti, selezioniamo quelle che confermano i nostri preconcetti. Tra due versioni, ricordiamo meglio quella che ci dà ragione.

(Brian Eno)

brian-enoSono sempre di più le voci culturalmente autorevoli e prestigiose (e Brian Eno è tale senza alcun dubbio) che si levano contro la rete, o meglio contro l’uso di essa e l’effetto di tale utilizzo palesemente improprio su troppe persone. Certo, la libertà “assoluta” (invero apparentemente tale) di cui si può godere sul web in tema di informazione (e dis-) inevitabilmente contempla – fosse solo per mera statistica – la presenza di imbecilli (Eco docet): di sicuro, sempre più la potenza della rete appare come quella di una potentissima fuoriserie il cui volante, in molti casi, sia nelle mani di chi prima “guidava” tutt’al più una bicicletta e faceva spostamenti di pochi metri, mentre ora si creda di poter girare il mondo andando però a sbattere contro ogni pur minimo ostacolo. E, naturalmente, senza ritenere che sia il caso né di fermarsi da un carrozziere a sistemare i danni, né tanto meno di fare un buon corso di guida – anzi, pretendendo di dare lezioni persino a chi è pilota professionista.

In fondo, a mio modo di vedere, la grande delusione non è nei confronti di internet – ovvero non direttamente ed esclusivamente, ma nei confronti di certa (sempre più) ampia parte del genere umano. Ennesima delusione.

L’appello di Orhan Pamuk per la sua Turchia, un atto culturale illuminante

pamuk1Era prevedibile, che l’appello contro la soppressione dei diritti e delle libertà fondamentali in Turchia (lo potete leggere qui sotto nella sua versione originale, uscita su La Repubblica; cliccateci sopra per leggerlo in un formato più grande) ad opera del regime dittatoriale instaurato – con giochetti degni dei peggiori rais del Quarto Mondo, peraltro – dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, pur diffuso da un grande personaggio della letteratura mondiale e Premio Nobel come Orhan Pamuk, sia stato sostanzialmente ignorato dai nostri media. Prevedibile ma non per questo meno amaro e irritante: l’atteggiamento del mondo avanzato verso la Turchia – del quale mondo ormai il grande paese posto tra appello-pamukEuropa e Asia fa sempre meno parte, quando invece al netto di Erdogan avrebbe tutte le carte per esserne tra i protagonisti – è maledettamente sintomatico di come l’elemento da sempre fondamentale per il progresso e l’evoluzione umana, ovvero la cultura, madre naturale della libertà di pensiero e della prosperità intellettuale diffusa, venga tranquillamente messo in subordine, molto in subordine, rispetto ai soliti intrallazzi geopolitici internazionali, nascosti tra i quali chissà quali nefandezze di potere si conservano e che, salvo che per un qualche inopinato miracolo, la gente comune non verrà mai a sapere. E tutto ciò nonostante l’evidenza palese della deriva teocratica e illiberale che la Turchia, fino a qualche anno fa ben più avanzata di molti paesi europei, sta subendo, in molti casi con modalità psicopatiche e del tutto simili a quelle di certi stati che, qui in Occidente, si ama definire “canaglia” – si veda, ad esempio, la messa al bando nei teatri del paese delle opere di Shakespeare, Brecht, Čechov e altri grandi autori europei.

Ma, al di là delle considerazioni politiche che si possono ricavare dalla realtà turca contemporanea e dalla nostra complice, bieca accondiscendenza nei confronti del suo regime dittatoriale, trovo molto importante che una delle maggiori personalità della letteratura mondiale quale è Orhan Pamuk, e massima per il suo paese, scenda in campo con tale evidenza e forza nell’interesse del paese stesso e per la salvaguardia della sua civiltà. Quella di Pamuk non è solo e semplicemente una forte azione di difesa della libertà culturale presente in Turchia, ma è pure un’iniziativa che rimette con altrettanta forza al centro della realtà dei fatti la cultura e tutto il suo fondamentale valore sociale. Non può esistere civiltà che possa definirsi realmente tale e che non si sviluppi – anche in senso meramente economico, certo – attorno ad un solido fulcro culturale: quando ciò è accaduto, e purtroppo è accaduto più volte nel corso della storia (ma sappiamo bene che l’uomo ancora oggi non sa trarre utili insegnamenti dai propri ripetuti errori del passato), quella pseudo-civiltà è crollata rapidamente su sé stessa oppure è stata spazzata via con altrettanta rapidità. Ciò perché la cultura non garantisce solo la solidità civica ad una società ma, appunto, vi assicura pure libertà di pensiero e d’azione, spessore intellettuale, possibilità di costante evoluzione sociale e di sviluppo antropologico e molte altre doti.

Un esempio assolutamente da imitare, insomma, quello di Pamuk. Anche nelle nostre personali, piccole e apparentemente insignificanti realtà quotidiane, ogni volta vi sia qualcuno o qualcosa che in un modo o nell’altro (la casistica in merito è assai ampia, ahinoi!) cerchi di calpestare la cultura e la sua buona diffusione. Mille piccoli appelli possono formare una grossa, possente voce per altrettante inevitabili istanze di giustizia, equità, legalità, ragione. Questo ha sempre fatto, la cultura, e questo deve continuare a fare, ora e in futuro. Altrimenti la nostra civiltà ne resterà irrimediabilmente segnata, precipitando verso una probabile brutta, barbara fine.

Libri venduti anzi no, libri invenduti e resi. Ovvero: l’editoria è un morto che cammina?

libri_maceroLo scorso 15 marzo Studio, il media di attualità e cultura diretto da Federico Sarica, ha pubblicato un assai significativo articolo sulla percentuale di copie rese dei quotidiani italiani in vendita nelle edicole durante l’anno solare 2015, calcolato dal sito specializzato DataMediaHub. I numeri che rivela l’articolo sono inquietanti: su un totale di poco meno di 20 milioni di copie stampate nel 2015 dalle sessanta principali testate prese in considerazione, in media ci sono stati resi di una copia su tre. In Francia, per fare un raffronto diretto, la percentuale analoga si ferma al 14%. Se poi si vanno a vedere le percentuali riferite alle singole testate, i dati diventano ancora più emblematici: Il Manifesto ha il 74% di copie rese, Il Fatto quotidiano 57%, Tuttosport 55%, Libero 50%. Il Giornale 45%, La Repubblica 31%, La Stampa 30% e così via – ovviamente trovate i dati nella loro interezza nell’articolo citato.
Volendo riassumere la situazione in parole molto povere e molto chiare, si può dire che i giornali italiani sono in molti casi dei morti che camminano, sia economicamente che mediaticamente, ecco.
Posto ciò, inevitabile m’è sorta la domanda: e i libri? I quali a loro volta, notoriamente – chiedete a qualsiasi libraio – hanno volumi di resi parecchio importanti e altrettanto emblematici? Esistono statistiche simili a quella compilata da DataMediaHub per i quotidiani?
Risposta (prevedibile): no. Non esistono perché, beh, sai che figura per gli editori, che tanto puntano nelle loro promozioni sui media ai numer(on)i di copie vendute, dover ammettere che poi tante di quelle copie “vendute” ma in realtà solo consegnate dalle distribuzioni ai librai – e dunque solo potenzialmente vendute – tornano poi indietro, dopo un tot di tempo, invendute? No, credo che statistiche del genere non le diffonderanno mai, trincerandosi magari dietro il fatto che “sono di impossibile determinazione” – e senza denotare che, allo stesso modo, pure i dati e le statistiche (con le relative classifiche) di vendita effettiva – e ribadisco, effettiva – dei libri sono ben difficilmente determinabili.
Tuttavia qualche dato al riguardo lo si può ottenere, ad esempio dagli allegati (che quasi nessuno legge, nemmeno tra gli addetti ai lavori) alle indagini che l’ISTAT compie periodicamente sulla produzione e sulla lettura di libri nel nostro paese. Nella più recente disponibile che tocca la questione, qualche riga ne tratteggia la situazione con riferimento alla produzione 2013:
Nonostante le differenti opportunità di distribuzione e di commercializzazione, per il 25,5% degli editori rispondenti sono rimaste invendute non meno della metà delle copie stampate nel corso del 2013. La quota di libri resi dalle librerie o giacenti in magazzino è maggiore per i piccoli (30,6%) e medi editori (22,1%), ma anche il 9,3% dei grandi editori ha dichiarato una giacenza ed un reso superiori alla metà delle copie stampate. (Tavola 40 – Allegato B)
Eccola qui la Tavola 40 dell’Allegato B (ovvero quello con i dati relativi alla produzione di libri, mentre l’Allegato A si occupa dei dati di lettura):

Senza nome-True Color-01Credo che non vi sia bisogno di spiegazioni su come la tabella (cliccateci sopra per leggerla in versione più grande) riferisca i dati e su cosa essi ci dicano, ma una cosa, molto rapida e altrettanto significativa, la si evince: in media il totale degli editori italiani attivi si vede rendere invendute circa la metà delle copie stampate e distribuite dei libri pubblicati, mentre di contro solo poco più di un libro ogni 10 pubblicati ha un volume di reso inferiore al 10%. Noterete inoltre che non vi sono differenze rilevanti tra editori piccoli, medi e grandi, ad eccezione della fascia di resi tra il 26 e il 50%, nella quale i medi e i grandi hanno volumi di reso parecchio maggiori rispetto ai piccoli editori.
Ora fate pure tutte le considerazione che vi vengono di fare, ma, nel complesso… che dite? È il caso pure qui di parlare per qualcuno – provocatoriamente o meno, sarcasticamente o catastroficamente oppure no, vedete voi – di morti che camminano?

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.