Libri venduti anzi no, libri invenduti e resi. Ovvero: l’editoria è un morto che cammina?

libri_maceroLo scorso 15 marzo Studio, il media di attualità e cultura diretto da Federico Sarica, ha pubblicato un assai significativo articolo sulla percentuale di copie rese dei quotidiani italiani in vendita nelle edicole durante l’anno solare 2015, calcolato dal sito specializzato DataMediaHub. I numeri che rivela l’articolo sono inquietanti: su un totale di poco meno di 20 milioni di copie stampate nel 2015 dalle sessanta principali testate prese in considerazione, in media ci sono stati resi di una copia su tre. In Francia, per fare un raffronto diretto, la percentuale analoga si ferma al 14%. Se poi si vanno a vedere le percentuali riferite alle singole testate, i dati diventano ancora più emblematici: Il Manifesto ha il 74% di copie rese, Il Fatto quotidiano 57%, Tuttosport 55%, Libero 50%. Il Giornale 45%, La Repubblica 31%, La Stampa 30% e così via – ovviamente trovate i dati nella loro interezza nell’articolo citato.
Volendo riassumere la situazione in parole molto povere e molto chiare, si può dire che i giornali italiani sono in molti casi dei morti che camminano, sia economicamente che mediaticamente, ecco.
Posto ciò, inevitabile m’è sorta la domanda: e i libri? I quali a loro volta, notoriamente – chiedete a qualsiasi libraio – hanno volumi di resi parecchio importanti e altrettanto emblematici? Esistono statistiche simili a quella compilata da DataMediaHub per i quotidiani?
Risposta (prevedibile): no. Non esistono perché, beh, sai che figura per gli editori, che tanto puntano nelle loro promozioni sui media ai numer(on)i di copie vendute, dover ammettere che poi tante di quelle copie “vendute” ma in realtà solo consegnate dalle distribuzioni ai librai – e dunque solo potenzialmente vendute – tornano poi indietro, dopo un tot di tempo, invendute? No, credo che statistiche del genere non le diffonderanno mai, trincerandosi magari dietro il fatto che “sono di impossibile determinazione” – e senza denotare che, allo stesso modo, pure i dati e le statistiche (con le relative classifiche) di vendita effettiva – e ribadisco, effettiva – dei libri sono ben difficilmente determinabili.
Tuttavia qualche dato al riguardo lo si può ottenere, ad esempio dagli allegati (che quasi nessuno legge, nemmeno tra gli addetti ai lavori) alle indagini che l’ISTAT compie periodicamente sulla produzione e sulla lettura di libri nel nostro paese. Nella più recente disponibile che tocca la questione, qualche riga ne tratteggia la situazione con riferimento alla produzione 2013:
Nonostante le differenti opportunità di distribuzione e di commercializzazione, per il 25,5% degli editori rispondenti sono rimaste invendute non meno della metà delle copie stampate nel corso del 2013. La quota di libri resi dalle librerie o giacenti in magazzino è maggiore per i piccoli (30,6%) e medi editori (22,1%), ma anche il 9,3% dei grandi editori ha dichiarato una giacenza ed un reso superiori alla metà delle copie stampate. (Tavola 40 – Allegato B)
Eccola qui la Tavola 40 dell’Allegato B (ovvero quello con i dati relativi alla produzione di libri, mentre l’Allegato A si occupa dei dati di lettura):

Senza nome-True Color-01Credo che non vi sia bisogno di spiegazioni su come la tabella (cliccateci sopra per leggerla in versione più grande) riferisca i dati e su cosa essi ci dicano, ma una cosa, molto rapida e altrettanto significativa, la si evince: in media il totale degli editori italiani attivi si vede rendere invendute circa la metà delle copie stampate e distribuite dei libri pubblicati, mentre di contro solo poco più di un libro ogni 10 pubblicati ha un volume di reso inferiore al 10%. Noterete inoltre che non vi sono differenze rilevanti tra editori piccoli, medi e grandi, ad eccezione della fascia di resi tra il 26 e il 50%, nella quale i medi e i grandi hanno volumi di reso parecchio maggiori rispetto ai piccoli editori.
Ora fate pure tutte le considerazione che vi vengono di fare, ma, nel complesso… che dite? È il caso pure qui di parlare per qualcuno – provocatoriamente o meno, sarcasticamente o catastroficamente oppure no, vedete voi – di morti che camminano?

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

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6 pensieri su “Libri venduti anzi no, libri invenduti e resi. Ovvero: l’editoria è un morto che cammina?”

  1. credo che il fatto di poter trovare qualsiasi tipo di informazione via web influisca notevolmente. Giornali, riviste, libri a portata di web sempre, molti lo preferiscono anche per una questione economica, a casa o sul cell ormai tutti hanno internet.

    1. Dunque, piaccia o meno, il quotidiano cartaceo è destinato a sparire, ovvero a trasformarsi in qualcosa d’altro: ad esempio in un rotocalco di approfondimenti esclusivi, d’inchiesta, di opinione… D’altro canto non si sono nemmeno così impegnate, le redazioni dei giornali, per offrire un prodotto di qualità che potesse far fronte all’avanzata del web, offrendo un livello di informazione veramente scarso.
      Ma, posto tutto ciò, bisogna aspettarsi lo stesso destino anche per i libri? Anche con un ipotetico aumento esponenziale della diffusione degli ebook, il libro di carta non può essere paragonato ad un giornale, che per sua natura è un prodotto “a scadenza”… Paragonabile invece, credo, è il rapporto tra qualità del prodotto ed eccesso di produzione, sovente legata a dinamiche che nulla hanno a che vedere con le vendite, ma con logiche promozionali e commerciali parecchio bislacche…

      1. Credo che ai libri toccherá stessa cattiva sorte. Ma sono sicura che ci sará sempre chi, come me 😉 , continuerá a comprarli….. perché preferisce sfogliarlo con le dita il libro piuttosto che con il mouse, preferisce tenerlo a portata di mano nel caso in cui dovesse tornare la voglia di riprenderlo o leggere quella frase che aveva colpito tanto. Sono un tesoro di inestimabile valore ma molti non lo sanno!

      2. (Chissà perché di primo acchito che scrivendo “Sono un tesoro di inestimabile valore ma molti non lo sanno!” stavi parlando di te stessa… 😀 )
        La penso come te, senza dubbio. D’altro canto mi dico pure: su carta o in digitale, basta che la gente i libri li legga! Ecco, il mio timore è semmai che la digitalizzazione completa della produzione letteraria, ovvero la sua virtualizzazione, porti ad una ancora più cospicua riduzione del numero dei lettori. Sai, il vedere i libri sugli scaffali è da sempre uno dei primi impulsi alla lettura – non a caso, ad esempio, i ragazzi che leggono di più sono quelli che vivono in case nelle quali ci sono librerie e scaffali con sopra numerosi libri – e quindi mi auguro veramente che i “conservatori” del libro su carta come noi ci siano sempre. Eppoi, magari, succederà come con i dischi in vinile, che sono stati dati per morti decenni fa e invece ora stanno tornando…
        Grazie di cuore come sempre dei tuoi interventi, Mary! 🙂

      3. ummmm non saprei come mai ….. prova a chiederlo a te stesso, credo dipenda da ció che pensi di me, immagino… cose belle, per pensare che sia un tesoro di inestimabile valore 😉 Ahahah scherzo, estrapolando la frase dal contesto puó dare questa sensazione.
        Sei sempre molto carino.
        Come adulti, come genitori, come insegnanti, educatori abbiamo una grande opportunitá, ma credo che sia anche un dovere, quello di stimolare i bambini perché si appassionino alla lettura, perché sviluppino la curiositá e il desiderio di leggere. Perché capiscano che la lettura é uno strumento magico nelle loro mani capace di nutrire la loro anima e la mente, non per nulla quando si parla di libri si parla di “cibo per l’anima”
        Buona domenica

  2. (Chiedermelo? Sarebbe una domanda retorica! 🙂 )
    Hai ragione: la scuola, gli insegnanti, gli educatori contano molto e ancor più i genitori. Ma pensa che parlavo giusto ieri, alla Fiera dell’Editoria di Cesena, con una persona (di mia conoscenza, estremamente colta e della quale non poso dubitare circa le cose che mi ha detto) che si lamentava del fatto che, nonostante più di 2.000 libri in casa e un’educazione prettamente improntata all’insegnamento dei piaceri della lettura, il figlio adolescente non leggesse nemmeno un libro, ma nemmeno pare che li “identifichi” come oggetti utili a qualcosa: come fossero invisibili. Eppure fa benissimo a scuola, ha mille interessi, eccetera.
    Lui ritiene che molto sia causato dal fatto che i giovani oggi leggono, sì, ma solo testi brevi/brevissimi, ovvero che la modalità di scrittura (e dunque di lettura) tipica dei social contemporanei porta a ritenere invece testi lunghi come quelli dei libri qualcosa di presumibilmente poco interessante perché troppo “diluito”. E’ una teoria interessante, in effetti, che peraltro viene da uno – il padre in questione – che lavora proprio nel settore delle tecnologie digitali applicate al web…
    Sono in ritardo per ricambiarti la buona domenica, dunque…. buon lunedì! Che magari è pure più “utile”! 😀 😉
    E grazie di cuore per tutto – sarò ripetitivo, ma è doveroso rimarcartelo! 🙂

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