Vado in montagna «per fuggire dal caos e dallo stress della vita in città». Ma veramente?

Quando leggiamo di articoli e testi dedicati alla frequentazione turistica delle montagne, e alle motivazioni che spingono così tante persone a passare solo qualche ora oppure giorni interi sui monti, anche a prescindere da cosa ci si vada a fare, sovente si leggono cose molto simili: «la bellezza del paesaggio», «la natura, l’aria pura», «la possibilità di relax», «la fuga dal caos e dallo stress della vita in città». Tutte motivazioni legittime e comprensibili, solo apparentemente ovvie ma invero l’ovvietà di esse è legata all’alterità ambientale che rende le montagne, e i territori naturali, diversi dagli spazi antropizzati e iperurbanizzati tipici delle nostre città.

Tuttavia, molto spesso tante di quelle persone che motivano le proprie gite o le vacanze in montagna con quelle affermazioni finiscono poi per ritrovarsi in parcheggi intasati di auto e a vagabondare con la propria per cercare un posto libero, code agli impianti di risalita come in metropolitana, poste da sci affollate come vie cittadine, sentieri sui quali si cammina in lunghe code, ristori e rifugi intasati, hotel grandi come condomini di periferia seppure certamente di pregevole qualità e super confortevoli ma che finiscono per offrire gli stessi agi che si hanno a disposizione a casa propria o si frequentano abitualmente nelle città in cui si passa il resto dell’anno.

Posto tutto ciò, dove si trova dunque la fuga dal caos della città? Dove e come ci si può rilassare? Basta farlo riproducendo le stesse dinamiche della quotidianità ordinaria ma in un contesto paesaggistico differente, che però si fa fatica a poter godere proprio perché intasato e per molti versi nascosto da tutta quella riproduzione dei modelli metropolitani di fruizione dei luoghi dai quali si viene costantemente distratti? Se i territori naturali hanno la capacità da tempo scientificamente comprovata di ristorare la mente, il corpo e l’animo dal modus vivendi opprimente, stressante e manipolatorio nel quale ci tocca vivere per buona parte dell’anno, perché non sappiamo e non vogliamo sfruttare tale fondamentale prerogativa?

Ha senso tutto ciò, rispetto a quelle motivazioni così di frequente addotte dai gitanti e dai vacanzieri montani? A me non sembra e sia chiaro: non è affatto una critica al turista che decide, più o meno consapevolmente, di usufruire di quei modelli di frequentazione turistica dei territori naturali (ma non solo di questi, ovviamente, il principio è valido anche altrove), il quale piuttosto si ritrova a essere costretto ad accettarli e subirli, per motivi vari e diversi. Tuttavia, subiti una volte, due volte, tre o quattro volte, dopo un po’ a mio parere deve diventare necessaria una riflessione al riguardo: ma sto veramente fuggendo dal caos e dallo stress della vita ordinaria, o più semplicemente cambiando la routine quotidiana, vivendo periodi di vacanza che presentano le dinamiche sopra descritte? Sto veramente ritemprandomi in un contesto del genere, o forse mi sto solo convincendo di ciò dal momento che pago un certo prezzo e in cambio ottengo servizi di cui abitualmente a casa non posso godere – fosse solo l’essere servito a pranzo e a cena da un cameriere premuroso o trovarsi una colazione abbondante che nessun bar di città potrà mai offrire, salvo rari e costosissimi casi, oppure l’area wellness appena sotto la propria camera?

Sono esempi banali e elementari, questi che propongo: ovviamente la questione è più articolata e profonda, sottoposta a variabili economiche e imprenditoriali che poco o nulla contemplano la qualità della permanenza turistica in un luogo ambientalmente pregiato, mirando quasi esclusivamente (e legittimamente, dal loro punto di vista) al profitto, alla massimizzazione degli incassi, alla quantità delle presenze che fa utile in bilancio a fine stagione turistica e fissa limiti da dover sempre rincorrere e superare, stagione dopo stagione. Per l’industria turistica è pressoché necessario che un parcheggio il quale contenga duecento autovetture ma abbia spazio per arrivare a trecento debba essere ampliato in tal senso (magari scavando qui e là si arriva anche a quattro o cinquecento posti auto): ma può essere necessario, anzi è veramente necessario anche per chi vuole vivere la montagna in maniera autentica, pur volendo usufruire di certi comprensibili agi? Io credo che non solo non sia necessario ma, oltre una certa misura, diventi inevitabilmente deleterio per la qualità dell’esperienza di frequentazione dei luoghi e di vacanza, da una parte, e per quella dell’ospitalità offerta dalle strutture ricettive dall’altra oltre che, ovviamente, per lo stesso territorio, il suo paesaggio, la sua identità culturale, il benessere della comunità residente. Risulta fondamentale, e sempre più urgente, trovare un punto di equilibrio tra le esigenze e le necessità dei tre principali attori in gioco – il turista, l’albergatore/ristoratore/esercente commerciale, l’abitante del luogo – ma ancor di più secondo me, ribadisco, risulta imprescindibile quella riflessione di cui ho scritto prima da parte di ciascun frequentatore delle montagne e dei territori di grande pregio ambientale – quelli capaci di ristorarci nella mente, nel corpo e nello spirito, appunto, ovvero in grado di donarci una “fuga” il più possibile autentica dalle dinamiche opprimenti della vita quotidiana ordinaria. Una riflessione che si risolve in una (doppia) domanda fondamentale: è veramente la vacanza che voglio vivere in montagna? O sto correndo il rischio di ripetere le stesse cose che faccio già in città, nel resto dell’anno, autoconvincendomi che non sia così per non rovinarmi la (meritata) vacanza stessa?

Capitemi: non so affermando che la vera vacanza in montagna sia obbligatoriamente quella da passare in tenda in luoghi sperduti senza nessun confort e senza incrociare anima viva o quasi per giorni interi (esperienza che può risultare affascinante e invitante per molti e niente affatto a tanti altri). Ma nemmeno posso concepire che una vacanza in montagna sia come quelle che vedo così spesso vissute in enormi parcheggi, resort immensi, code agli impianti, resse ai banconi dei rifugi – che magari per giunta si mettono a offrire ostriche e champagne come i ristoranti gourmet del centro città o i beach club sulle spiagge più alla moda.

No, per quanto mi riguarda questa non è “vacanza”, non è «una fuga dalla città», non è relax: è solo un portarsi appresso la gabbia nella quale si vive rinchiusi per tutto il resto dell’anno. Niente di più e di tanto triste.

Monte Pora, 5 milioni per rinnovare gli impianti di sci: giusto o sbagliato, la questione in realtà è un’altra

[Il comprensorio del Monte Pora dall’alto, in un’immagine tratta dalla pagina facebook.com/montepora.]
Al Monte Pora, località sciistica della Valle Seriana (paesaggisticamente forse la più bella della bergamasca) con quota massima a 1880 m, si spenderanno 5 milioni di Euro – di cui tre milioni pubblici, dal Ministero del Turismo – per rinnovare gli impianti e potenziare l’innevamento artificiale. Un intervento giusto oppure sbagliato? Be’, dal punto di vista della gestione turistica della località, quasi del tutto centrata sullo sci, è ovviamente giusto: si rinnovano gli impianti, si migliora l’attrattiva del comprensorio e si rende la località più al passo con i tempi. Dal punto di vista climatico è chiaramente sbagliato, visto che il Pora è una di quelle località che, data la quota, le peculiarità ambientali e l’andamento del clima, avrà sempre più difficoltà a innevare le proprie piste andando incontro a una prossima fine certa della propria storia sciistica. Fosse in Svizzera, il Monte Pora non riceverebbe alcun aiuto pubblico per i suoi impianti a quote troppo basse e verrebbe indirizzato verso un’offerta turistica post-sciistica; d’altro canto qui non si può certo pensare di chiudere da subito il comprensorio, essendo il Pora – come tante altre stazioni simili – in regime di sostanziale monocultura turistica.

È una contraddizione dalla quale è ben difficile uscire, se si ragiona solo in termini di “giusto” o “sbagliato”. La realtà in divenire e in particolar modo quella dei nostri territori montani, complessa per molti aspetti e già critica per alcuni di essi, impone piuttosto che si debba ragionare per logica e buon senso – una dote, questa, per la quale un tempo i montanari venivano ampiamente ammirati.

Posta la realtà dei fatti, dunque, e non potendo evitare gli effetti del cambiamento climatico che al Pora renderanno impraticabile lo sci entro qualche anno – facciamo una ventina? O forse anche meno? – di logica si dovrebbero giudicare soldi buttati quelli destinati al rinnovo degli impianti. Parimenti, ragionando in base al più ordinario buon senso, si può rilevare che se anche è comprensibile spendere oggi i soldi citati per il rinnovo degli impianti, si tratta inevitabilmente di un investimento pensato sul presente o poco oltre, non sul domani e tanto meno sul dopodomani, quando invece i territori montani abbisognano da sempre di visioni a lungo termine oltre che ecosistemiche e olistiche, in grado di progettare il futuro delle località su più fronti e sotto diversi aspetti, proprio in forza della complessità della realtà montana.

[Il monte Pora con pochissima neve a marzo 2023, qui sopra, e sotto lo scorso dicembre, in immagini tratte dalle webcam locali.]

Quindi, il buon senso esige un’attenta visione della realtà e un’approfondita riflessione, ponendo domande alle quali è necessario trovare altrettanto buone risposte: se oggi si può ritenere che abbia senso spendere milioni di Euro per rinnovare gli impianti sciistici del Pora, domani quel senso c’è ancora? Posta l’inesorabile realtà climatica in divenire, la località – ovvero chi ne governa la gestione – sta pensando a cosa fare se e quando lo sci non sarà più sostenibile? Ce l’ha un “piano B”, il Pora, per immaginare il proprio turismo post-sciistico? Ha elaborato, o sta elaborando, una visione progettuale territoriale complessiva che tenga conto di tutti gli altri aspetti economici e sociali che fanno vivere la località oggi e ancor più domani? La “destagionalizzazione”, termine che sempre si nomina in situazioni come quella del Pora, è solo una parola bella da pronunciare oppure a ciò stanno seguendo fatti concreti? Infine: la comunità locale è ben coinvolta nei processi decisionali relativi al suo presente e al suo futuro, o viene chiamata solo ad annuire o negare decisioni calate dall’alto, giuste o sbagliate che siano?

Ecco. Uno degli errori più grandi che si possono commettere, nell’avere a che fare con la realtà contemporanea dei territori montani, è rispondere alle problematiche complesse che presenta con risposte troppo semplici (ovvero semplicistiche) e facili, proprio perché non si vuole o non si è in grado di spingere la visione del territorio in questione oltre il presente, come spesso palesano – in senso generale – certi interventi sciistici che ragionano solo sull’oggi e rifiutano l’analisi del domani. Se sia giusto o sbagliato spendere soldi per rinnovare gli impianti del Monte Pora, ancor prima che una questione economica, politica, turistica, ambientale o climatica, è una questione di buon senso. Altrimenti, in un modo o nell’altro, in fin dei conti si sta solo disquisendo del vuoto, svuotando di conseguenza di valore e di futuro le montagne e chi le vive.

Le montagne senza la neve: come il cambiamento climatico sta modificando la nostra idea del paesaggio montano invernale

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 12 ottobre 2024.)

[Aprica, provincia di Sondrio, Lombardia.]
Con il cambiamento climatico in corso, che provoca tra le altre cose una riduzione delle precipitazioni nevose invernali e dei giorni di gelo o di ghiaccio che permettono il mantenimento della neve al suolo, le stazioni sciistiche delle Alpi e degli Appennini dovranno sempre di più affidarsi all’innevamento artificiale – almeno fino a che le temperature lo consentiranno.

Uno studio condotto da ricercatori francesi e austriaci, pubblicato su “Nature Climate Change” nel 2023 e citato in questo articolo de “L’AltraMontagna”, ha analizzato la situazione di 2.234 stazioni sciistiche in 28 Paesi europei. I risultati sono allarmanti: senza innevamento artificiale, ben il 53% di queste stazioni sarebbe a rischio elevato di mancanza di neve in caso di un riscaldamento globale di 2°C, percentuale che sale al 98% se l’aumento della temperatura raggiunge i 4°C.

Sempre più spesso, dunque, i versanti montuosi soggetti alla presenza dei comprensori sciistici vengono caratterizzati alla vista dai nastri bianchi delle piste coperte dalla “neve tecnica” che si snodano tra boschi e prati verdi, e questo accade non solo a inizio stagione ma pure ad inverno avanzato – addirittura fino a primavera, come successo sugli Appennini la stagione scorsa.

[Folgaria, provincia di Trento.]
La montagna che i frequentatori osservano ormai spesso, insomma, offre una visione parecchio diversa rispetto a quella che di norma nella mente si genera pensando ai monti d’inverno, da sempre parte dell’immaginario comune al riguardo e tutt’oggi rilanciata dal marketing turistico: montagne ricoperte da un abbondante e uniforme manto di neve contro boschi e prati verdi – d’un verde spento, inevitabilmente – inframezzati da strisce bianche più o meno ampie. Una visione collidente con quella “standardizzata”, certamente bizzarra e senza dubbio altrettanto straniante, alla quale non tutti ancora ci stanno facendo l’abitudine – almeno non quelli che le montagne le hanno vissute fino a che gli inverni sono stati più o meno regolari, cioè fino agli anni Ottanta del Novecento.

Posto che, come rimarcato poc’anzi, l’innevamento artificiale risulta sempre più necessario alle stazioni sciistiche per sostenere economicamente le stagioni – al netto della diversificazione dell’offerta turistica che tuttavia ad oggi risulta ancora marginale in gran parte delle località – e considerando che il cambiamento climatico sta già influendo anche sulla percezione e sull’immaginario diffusi riguardo le montagne e i loro paesaggi, una domanda (provocatoria ma nemmeno troppo) sorge pressoché spontanea: ma quella sopra descritta, che d’inverno presenta versanti secchi percorsi da nastri serpeggianti di neve artificiale, si può ancora considerare “montagna” per come abbiamo fatto fino a oggi?

[Alpe di Siusi, provincia di Bolzano, Alto Adige.]
Chiaramente tale domanda è da intendersi non in chiave meramente geografica – la montagna sempre tale resta – ma antropologica e di natura concettuale; a qualcuno potrà sembrare una questione di lana caprina, invece genera implicazioni non indifferenti in ottica di futura frequentazione consapevole dei territori montani con notevoli ricadute sugli aspetti pratici e materiali – in primis quelli alla base dell’industria turistica la quale, come accennato, basa molto del proprio marketing e del suo successo su certi immaginari comuni consolidati da tempo. Immaginari e immagini, dei territori montani, che subiscono un dissolvenza a favore di altre immagini, di visioni differenti e pure fuori sincronia temporale – come quando a fine dicembre si sale in montagna e ci si aspetta di vedere la neve e invece ci si trova di fronte i prati: una circostanza ormai frequente, negli ultimi anni.

D’altro canto «Il paesaggio è un costrutto: non va ricercato nei fenomeni ambientali ma nelle teste degli osservatori» (lo rimarcò il grande sociologo svizzero Lucius Burckhardt) e «Noi crediamo in ciò che vediamo» (Verena Winiwarter, storica austriaca grande esperta di immaginario alpino): ovvero, una montagna come quella che ho descritto poc’anzi non è (più) la montagna che c’era prima, ed è un ambito che inevitabilmente sta costruendo nelle nostre menti un nuovo paesaggio, non più uniformemente bianco in relazione al periodo dell’anno connesso e da vivere e fruire attraverso nuove o diverse modalità rispetto a prima, dunque un nuovo costrutto, nuove percezioni, differenti elaborazioni culturali… una diversa idea di montagna invernale cioè un nuovo immaginario comune, insomma. Al quale inevitabilmente si dovrà adeguare anche tutto ciò che dovrà promuovere la frequentazione di questa “nuova” montagna, sia nella rappresentazione visiva e sia nelle proposte di stampo turistico []

(Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere l’articolo completo su “L’AltraMontagna”.)

E se non fosse il cambiamento climatico il problema principale per il futuro dello sci?

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 04 luglio 2024.)

È ormai una realtà palese a chiunque che la carenza di neve sempre più marcata, nei mesi invernali (quest’anno ha nevicato parecchio ma ormai in primavera, quando la stagione turistica era quasi del tutto “andata”) e l’aumento incessante delle temperature medie, che limita molto anche la possibilità di produzione di neve artificiale, sta letteralmente togliendo la terra da sotto i piedi dell’industria dello sci, rendendo il suo equilibrio di stagione in stagione sempre più precario.

Ma c’è un altro fattore che rischia di influire non poco sul futuro dello sci, almeno per come lo si è inteso fino a oggi cioè la principale attività ludico-ricreativa di massa praticata sulle montagne, e addirittura potrebbe determinare effetti deleteri ancora più rapidi di quelli causati dalla crisi climatica: è il fattore economico-sociale. La possibilità del cittadino medio di spendere soldi per praticare lo sci e alimentarne il comparto turistico, in parole povere.

Da tempo ormai si osserva che nel nostro paese il potere d’acquisto delle persone va sempre più scemando: al proposito, nei giorni scorsi, in relazione alla stagione turistica estiva ormai avviata, sulla stampa si leggeva che 6,5 milioni gli italiani quest’anno non andranno in vacanza e, fra loro, ben 3,7 milioni hanno dichiarato che il motivo della rinuncia è di natura economica; altrove si quantifica in 1000 Euro in cinque anni la diminuzione media del potere di acquisto degli stipendi italiani. Di contro, lo sappiamo tutti bene (purtroppo!), i prezzi di qualsiasi cosa continuano a salire: per certi versi inevitabilmente, visti i costi di produzione in pari aumento, per altri versi deprecabilmente, in forza di una diffusa spinta speculativa che da dopo il Covid ha spostato parecchio i prezzi verso l’alto.

Dunque, nel caso specifico del turismo invernale – da analizzare più di altri in quanto assolutamente significativo nell’ambito della montagna, sia per il peso economico generale e sia per quanto il suo andamento rifletta emblematicamente quello del mercato, non solo turistico – sciare costa sempre di più ma le stazioni sciistiche non possono fare altrimenti per sostenere le proprie spese crescenti necessarie alla gestione dei comprensori.

Per fare un esempio concreto, già lo scorso marzo, a stagione sciistica ancora in corso, il Dolomiti SuperSki, tra i principali comprensori sciistici italiani, ha annunciato per il prossimo inverno 2024/2025 un “adeguamento” dei prezzi degli skipass tra il 3,7 e il 5,2%. Questo dopo alcuni anni di aumento costante, che nella scorsa stagione hanno raggiunto punte del 25% rispetto a quella precedente. Sommando tali aumenti, si va oltre il 30% nei soli quattro anni post-Covid, ai quali vanno aggiunti quelli delle strutture ricettive, delle scuole di sci, dell’attrezzatura, dell’abbigliamento… Insomma, se all’inizio della stagione scorsa la spesa media per una settimana bianca era quantificata tra i 1.500 e i 1.750 Euro a testa – e quella di una sola giornata sugli sci per una famiglia ben oltre i 300 Euro, anche fino a 500 Euro – e se consideriamo il dato media prima citato dei 1000 Euro in meno di potere d’acquisto degli stipendi italiani, è facilmente intuibile che lo sci sia in preda pure a una grave questione economica e sociale, appunto, almeno se osservato nella dimensione che l’ha caratterizzato fino a oggi, un’attività di massa, che è poi quella che ha fatto la sua fortuna (almeno fino a che la variabile climatica non ha cominciato a sortire i propri effetti).

Posta tale situazione, è ormai cosa risaputa, anche perché pacificamente sostenuta dai gestori delle grandi aree sciistiche, le quali si stanno rapidamente adeguando al riguardo, che lo sci diventerà sempre più un’attività da benestanti se non, riguardo certe località particolarmente lussuose, da ricchi – o tornerà a esserlo come alle sue origini, quando le villeggiature invernali sui monti se le poteva permettere una minima fetta della popolazione. Di contro il mondo di oggi, e la società che lo vive, non è certamente paragonabile a quella di decenni fa e tanto meno del periodo del boom economico; i gestori dei grandi comprensori sciistici non fanno mistero di voler mirare le proprie offerte e i relativi servizi soprattutto a chi possa permettersi di sostenerne i costi sempre maggiori, come per voler bilanciare il calo di sciatori e relativi introiti con l’aumento dei prezzi e la modifica del target commerciale. Percorrendo questa strada, con tutta evidenza si metterà definitivamente la parola fine al periodo dello sci come attività “di massa”: cosa che in Italia lo sci è stato in senso relativo rispetto alla propria storia novecentesca (ringraziando un certo Alberto Tomba e le sue vittorie trasmesse in diretta TV), non certo in modi paragonabili agli sport realmente nazional-popolari come il calcio. D’altro canto molto del business turistico attuale dell’industria dello sci si è sviluppato in quegli anni di boom e ancora oggi per certi aspetti si poggia su quei modelli e sui volumi economici, di presenze e di incassi che garantivano, soprattutto rispetto al tanto celebrato (o famigerato) indotto. Un turismo sciistico mirato a un pubblico con potere di spesa superiore rispetto al passato ma quantitativamente meno cospicuo inevitabilmente costringerà buona parte dell’indotto a adattarsi alle nuove condizioni ovvero, gioco forza, a togliersi dai giochi. È un processo di adattamento verso il quale alcune grandi stazioni sono già portate mentre numerose altre più piccole no, peraltro non essendo in grado di attrarre il citato nuovo pubblico benestante. Certamente potranno diventare le mete predilette – o per meglio dire obbligate – di chi voglia sciare ma non si possa permettere una Cortina o una Zermatt: tuttavia fino a che punto – e fino a quando – sapranno reggersi e risultare economicamente sostenibili, non potendo comunque evitare certi costi di gestione dei comprensori proporzionalmente simili a quelli dei grandi ski resort (come ad esempio i costi dell’innevamento artificiale) e di contro non potendo di certo aumentare eccessivamente, dunque ingiustificatamente, i prezzi dei propri skipass?

[Foto di Hans da Pixabay.]
D’altro canto: se pure i grandi comprensori sciistici, che come detto stanno decisamente puntando sul turismo del lusso il quale tuttavia non garantisce un pubblico infinito, peraltro conteso da diverse località al vertice del mercato turistico iper-concorrenziale odierno, si illudessero d’aver trovato la via per resistere anche in futuro nonostante la crisi climatica e le variabili economiche o geopolitiche mentre in realtà stessero per infilarsi (forzatamente, appunto) in un letale cul-de-sac?

Consci di tale realtà, gli impiantisti hanno già rilevato che dal loro punto di vista «non c’è una possibile criticità legata ai costi e non c’è il rischio che la pratica ritorni gradualmente a essere elitaria» ma senza dubbio gli effetti degli aumenti dei prezzi imposti negli ultimi tre/quattro anni potranno essere materialmente accertati solo tra qualche stagione, anche in relazione al divenire della situazione economica generale diffusa. Insomma: che non sia la neve quella che le stazioni sciistiche da qui ai prossimi anni dovranno accertarsi che cada ma i dati e gli utili di bilancio, e non controllare tanto l’ascesa delle temperature quanto quella dei debiti è una possibilità che non sembra affatto campata per aria.

Sparare neve artificiale anche se farà caldo: una rivoluzione per gli sciatori o una involuzione per lo sci?

[Le piste dell’Aprica, in Valtellina, a fine dicembre 2023.]
Premessa: la stagione sciistica 2023/2024 è orami finita o volge al termine in tutti i comprensori alpini e appenninici, dunque sui vari media si leggono spesso gli articoli nei quali i loro gestori tracciano i bilanci stagionali, ovviamente e invariabilmente positivi quando non entusiastici. Anche perché i suddetti gestori, tanto comprensibilmente quanto poco obiettivamente, al riguardo omettono certe evidenze pur palesi: ad esempio che anche nell’ultima stagione invernale la neve è arrivata a febbraio inoltrato e fino a quel momento solo l’innevamento artificiale ha consentito l’apertura parziale dei comprensori, con chissà quali costi finanziari per le società di gestione degli impianti. Silenzio anche sui report climatici i quali hanno attestato che sulle montagne italiane tutti i passati mesi invernali hanno battuto i rispettivi record di temperatura, certificando lo scorso inverno come il più caldo dal 1800, cioè da quanto si rilevano i dati climatici. Insomma: un entusiasmo legittimo ma poco credibile, quello degli impiantisti.

Fine premessa, e andiamo al punto di questo mio post.

Posta la notizia di qualche settimana fa che vedete qui sopra (cliccate sull’immagine per leggere l’articolo), e al netto dei numerosi e ineludibili aspetti ambientali, economici, ecologici, culturali, etici di tali iniziative atte a mantenere in vita l’industria dello sci nonostante la realtà climatica in divenire, molto semplicemente chiedo: ok, si può/potrà produrre neve artificiale (in realtà neve tecnica, ma ormai tutti la conosciamo con la prima definizione) anche se farà più caldo. Tuttavia, una volta sul terreno quella neve sparata, se le temperature dell’aria saranno troppo alte e magari fino a certe quote ci pioverà sopra, come si potrà sciare in un’accezione ancora decente del termine? E come si potrà basare su tali circostanze oggettive – già oggi manifeste e nel prossimo futuro sempre più presenti – la qualità dell’offerta e i prezzi al pubblico del conseguente turismo sciistico? Si tenga presente che la neve artificiale è più “dura” rispetto a quella naturale e presenta cristalli di forma diversa: tende a sciogliersi meno rapidamente rispetto a quella naturale ma offre un fondo sciabile più ostico e pesante, in caso di temperature alte, essendoci più acqua nei suoi cristalli e presentando una maggiore permeabilità all’aria. Già da tempo in effetti se ne denuncia la maggior pericolosità per gli sciatori meno esperti; parlare di «piste perfette» in presenza di neve sparata, come riporta l’articolo linkato, è dunque una contraddizione in termini.

Inoltre: le stazioni sciistiche spareranno neve a spron battuto spendendo cifre esorbitanti che peseranno sempre di più sui loro bilanci per poi offrire piste innevate in condizioni decenti solo per qualche giorno? Forse infileranno delle serpentine sotto le piste da sci per raffreddarne la superficie e conservare il manto nevoso artificiale? Doteranno gli sciatori di visori 3D, incluso nel costo degli skipass giornalieri (tanto già in forte e costante aumento, qualche altra decina di Euro in più che sarà mai) per far vedere loro la neve anche sulle piste tornate a essere distese erbose?

Lo posso anche capire, nell’ottica dei gestori degli impianti messi spalle al muro dalla realtà corrente, il ricorso alla tecnologia più avanzata per cercare di limitare le conseguenze del cambiamento climatico e proseguire l’attività: ma, tanto a livello ambientale quanto – ribadisco – della qualità dell’offerta turistica, il gioco vale la candela?

[Foto di Hans da Pixabay.]
Forse sì, per alcuni comprensori grandi e dotati di caratteristiche geomorfologiche particolari lo vale – a quali costi futuri per chi vuole “giocare” non oso immaginarlo, e lo scrivo pensando anche alla sopravvivenza di quegli ski resort più grandi e strutturati. O forse, viceversa, quella candela presto diventerà un cerino il quale, ormai spento, resterà in mano ai gestori di innumerevoli comprensori sciistici e, cosa ben più drammatica, alle comunità dei territori che li ospitano. D’altro canto, se non c’è alcuna volontà di elaborare una transizione verso altre forme di frequentazione turistica post-sciistica che possano salvaguardare quanto possibile le attività e chi ci lavora mantenendo al contempo un’offerta turistica apprezzabile e completamente sostenibile a vantaggio dei luoghi e della loro economia (e d’altro canto questa transizione appare viepiù obbligatoria per tutte le località tanto, poco o non più sciistiche), quel cerino è come se fosse già spento anche se si crede di vederlo ancora acceso.