La mancanza di cultura genera mancanza di identità. Con tutte le tragiche conseguenze del caso.

(Image credits: Illustration Works/Corbis)
(Image credits: Illustration Works/Corbis)

Un illuminante articolo (di Gabriele Catania) uscito il 1 dicembre su Gli Stati Generali mette nero su bianco una situazione nazionale in tema di (mancata) integrazione e fobie xenofobe già palese a prima vista, quantunque sovente sminuita quando non negata.
Leggo nell’articolo: “Che l’Italia sia un paese alquanto islamofobo, lo sembrano suggerire anche i dati. Secondo un sondaggio del 2014 del Pew Research Center, il 63% degli italiani ha un’opinione sfavorevole dei musulmani presenti nel nostro paese. Si tratta di un dato persino più negativo di quello greco (53%) e polacco (50%). Considerando che nei tre paesi citati vivono comunità islamiche assai meno cospicue di quelle di Germania, Francia e Regno Unito, dove l’opinione ostile ai musulmani è del 33%, 27% e 26%, forse ad alimentare il crescendo islamofobo contribuisce, in maniera decisiva, l’ignoranza. La non-conoscenza.
Ignoranza e non-conoscenza come cause della paura nazional-popolare verso lo straniero, soprattutto se proveniente dall’altra sponda del Mediterraneo. Senza dubbio è così: è una questione culturale – per questo ne sto disquisendo, qui – che a mio parere risulta strettamente intrecciata ad altre questioni, o problemi, legati in qualche modo alla cultura diffusa nel paese ovvero alla non diffusione, all’estinzione, alla negazione dell’elemento culturale nella società civile contemporanea, come ho più volte affermato qui sul blog.
Tuttavia, a mio parere, c’è un altro motivo per il quale si determina la situazione di cui sopra, a sua volta assolutamente culturale ma, per così dire, più profondo, forse ancora più grave, che personalmente da tempo ritengo di rilevare e circa il quale ho trovato una inaspettata tanto quanto rimarchevole consonanza in una lettura recente, quella di Bisogno di libertà di Björn Larsson.
Sto parlando di identità, per capirci. Ovvero di come noi italiani, purtroppo, siamo un popolo dall’identità debole, molto debole. E, quella poca presente (se ammettiamo che ve ne sia), costruita su elementi del tutto avulsi e incongruenti da qualsiasi buon concetto culturale correlabile ad essa.

Bjorn-Larssonimage99Così scrive Larsson nel suo libro, a pag.154:

No, non c’è niente di assurdo o contraddittorio nel sostenere prima che si può scegliere di cercare di cambiare d’identità e poi che si dovrebbe, se non cambiarla, almeno prenderne coscienza, per farne una forza che non ha paura dell’incontro degli altri. Perché è qui che ritroviamo il bisogno di libertà. L’identità che ha paura dell’altro, che si costruisce in funzione e contro altre identità, che esclude e costruisce muri di protezione, sarà sempre un’identità debole.

Esattamente così. La paura è sempre segno di debolezza, di insicurezza dettata dalla percezione, pur inconscia, di non avere la forza ideale, spirituale e culturale, appunto, di difendere la propria essenza. Il che, per riflesso automatico e inesorabile, porta a maturare forme di difesa violente e repressive – la stessa cosa che accade con i regimi totalitari, il cui uso della forza, apparentemente segno di potenza, è in realtà sintomo chiaro di estrema debolezza, al punto che senza quella forza crollerebbero rapidamente. Ma, anche al di là di tali devianze politiche (che ci auguriamo non si debba più rilevare, qui), è del tutto evidente come la drammatica mancanza di cultura presente nella società italiana, rilevabile da innumerevoli micro e macro dati – dal calo di lettori di libri a quello di visitatori dei musei, alla qualità dei programmi TV, al “con la cultura non si mangia” perseguito dalla politica all’ignoranza di fondo di troppi italiani circa la conoscenza generale del proprio paese fino alla terribile carenza di memoria storica (ma l’elenco potrebbe continuare molto a lungo) – determini una relativa e inevitabile mancanza di identità, accresciuta peraltro da fattori storici (dopo l’Italia non si sono fatti gli italiani, come invocava invece Massimo D’Azeglio o chi per lui), e dunque una profonda debolezza sociale e antropologica.
E di fronte a tale mancanza di identità, chiaramente persino l’elemento più innocuo eppure appena appena diverso da quella convenzionale “normalità” entro cui la società italiana si rannicchia proprio per sua insicurezza appare come qualcosa di cui aver paura, qualcosa da temere perché potrebbe sopraffare la società stessa. Ma, in verità, non sarebbe il “diverso” a vincere, semmai la società ad essere già perdente in partenza.
Anche per questo insisto tanto, per quel che io, da buon “signor nessuno”, sul difendere a spada tratta la cultura ed anzi sul diffonderla sempre di più e imporla come elemento fondamentale, insostituibile per la nostra società, se non si vuole che la stessa finisca malissimo in tempi brevi. Perché la cultura genera coscienza, cognizione, conoscenza, intelligenza e pure identità, consapevolezza civica, sociale/sociologica di sé e del mondo che si ha intorno e con cui si interagisce. E quando si è sicuri di ciò che si è, sarà ben più difficile avere paura di ciò che è diverso. Di più: vi sarà già di default la condizione migliore per avviare il dialogo, la reciproca conoscenza, lo scambio di sapienza e di cultura, il tutto sullo stesso piano e non da livelli differenti.
Purtroppo, coscienza, cognizione, conoscenza, intelligenza, identità e ogni altra virtù civica scaturente dal possedere cultura sono anche quanto più il potere avversa ai fini della conservazione della propria forza dominatrice. Si sa bene che un popolo ignorante è ben più assoggettabile e comandabile di uno dotato di intelligenza – civica e non solo. Per tale motivo, finché non sapremo uscire da tale circolo vizioso ovvero finché non faremo in modo che il sistema di potere vigente ce lo impedisca, resteremo una società dotata di debolissima identità e per questo in balìa di chissà quante fobie e ulteriori letali storture, fino al punto di non ritorno. E, in tal caso, sarà solo colpa nostra, non di chissà quali immigrati, stranieri, diversi o che altro.

Scrivere un libro per dire che i libri sono obsoleti (Andy Warhol dixit)

Il modo per essere controculturale e avere un successo commerciale di massa è dire e fare cose radicali in una forma conservatrice. Come ha fatto McLuhan: scrivere un libro per dire che i libri sono obsoleti.

(Andy Warhol, La cosa più bella di Firenze è McDonald’s: aforismi mai scritti, a cura di Matteo B. Bianchi, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo, 2006.)

warholavedonCome Warhol profetizzò, comprese e definì molte peculiarità della nostra era post-moderna, seppe pure intuire e determinare la loro “controparte” – senza mai perdere la consueta e sagace ironia. Ottimo esempio di ciò è questa affermazione con cui “bersaglia” Marshall McLuhan, grande teorizzatore degli effetti della comunicazione mediatica sulla società di massa e sui singoli individui – in fondo un “collega” di Warhol, in ciò – giocando a evidenziare con una rapida, precisa e sferzante stilettata che pure il suo innovativo pensiero non sfuggiva ad una incoerenza di fondo che oggi qualcuno potrebbe definire (con definizione ormai spesso slegata dalle sue accezioni originarie) radical chic

Se la città, “da luogo” per eccellenza, diventa anch’essa un “non luogo”. L’emblematica vicenda dello storico cinema Apollo di Milano, futuro Apple Store…

lolita apollo 20-12-62Conoscerete certamente il termine e il concetto di non luogo, introdotti nei primi anni ’90 da Marc Augé (altrimenti, molto banalmente, cliccate sul link lì sopra). Posto tale concetto, si può ben dire che sotto ogni punto di vista la migliore espressione del concetto antitetico (in senso soprattutto sociologico e antropologico, ma non solo) di luogo è senza dubbio la città.
Bene, detto ciò, avrete forse pure letto della prossima chiusura di due storici cinema di Milano, l’Apollo e l’Odeon (cliccate sui rispettivi nomi per leggere due articoli in merito), in quanto tali parimenti luoghi di aggregazione sociale nonché di cultura, inutile dirlo. Al posto del primo aprirà un Apple Store, al posto del secondo un centro commerciale – che in verità non eliminerà del tutto l’Odeon ma lo rimpicciolirà in modo drastico.
Ora: le città cambiano, si evolvono, è ottuso pensare che luoghi esistenti da più di un secolo, se non più in grado di essere quanto appena detto e di rappresentare per gli abitanti della città un motivo per vivere la città stessa, oltre che per inesorabili ragioni commerciali, possano ben essere sostituiti da altri esercizi e/o servizi, più contemporanei e appetiti dal pubblico. Insomma, sotto certi aspetti la cosa non fa una piega – inutile prevedere che ci sarà più gente fuori dall’Apple Store che dall’Apollo, anche per come i grandi multisala fuori dal centro città risultino più graditi, a quanto sembra, rispetto ai cinema cittadini – cosa che peraltro vale a Milano come in tante altre città di diversa grandezza sparse per l’Italia.
Di contro, però, vorrei raccontarvi la storia del cinema Apollo. Che non è solo la storia di un teatro/cinematografico cittadino, ma in qualche modo – leggete e converrete con me, probabilmente – è la storia di Milano e della sua gente. Traggo il testo dal sito di Giuseppe Rausa, che è l’estensore dello stesso insieme a Marco Ferrari e Willy Salveghi (trovate la versione originale qui, contenente anche moltissime immagini d’epoca e più recenti del cinema oltre a numerose locandine dei film ospitati).

Milano, Piazzetta Liberty nel 1965. A destra, al piano terra dell'edificio più alto, l'ingresso del cinema Apollo.
Milano, Piazzetta Liberty nel 1965. A destra, al piano terra dell’edificio più alto, l’ingresso del cinema Apollo.
Al civico 15 di corso Vittorio Emanuele, intorno al 1868 in un vecchio magazzino di vendita mobili, viene allestito un caffè-concerto con palco per l’orchestra, denominato Padiglione Cattaneo; il locale ottiene successo ma diventa anche un ritrovo malfamato, frequentato da entraineuses.
Sul finire del 1869, per volontà dello scrittore Carlo Righetti, meglio noto come Cletto Arrighi, il locale viene ristrutturato e attrezzato a teatro con un palcoscenico e un sipario, disegnato da Eugenio Perego e Giuseppe Tencalla. Vengono creati anche dei palchi-barcacce e una lobbia.
Nel 1870 Arrighi, per realizzare il suo progetto, affitta per dieci anni il Padiglione Cattaneo e lo ribattezza Teatro Milanese. Si tratta di un progetto oneroso: circa 35.000 lire dell’epoca (indicativamente 350 mila euro attuali, 2011); i fondi provengono dallo stesso Arrighi che aveva ricevuto una grossa eredità da uno zio, da una sottoscrizione pubblica patrocinata dal sindaco Belinzaghi e da vari prestiti.
Il locale è dedicato alla commedia dialettale e vi sono di casa il suddetto Arrighi e l’attore Edoardo Ferravilla, al quale in seguito verrà dedicato il cineteatro Ferravilla nella piazza omonima, in zona Città Studi. Per entrare nel teatro si deve passare attraverso l’androne della casa.
Il Teatro Milanese viene inaugurato il 19 novembre 1870 con la prima rappresentazione di El barchett de Boffalora, adattamento in milanese della commedia Cagnotte di Labiche.
In quella importante sala, in qualità di spettatori passano, tra gli altri, Giuseppe Verdi e Arrigo Boito.
Il 29 marzo 1896 debuttano le prime proiezioni cinematografiche nel capoluogo lombardo: in quella data viene presentato al Circolo Fotografico di Milano (via Principe Umberto, 30) il “Cinematografo Lumière” che, il giorno dopo (30 marzo 1896) esordisce pubblicamente, tra la generale perplessità, presso il Teatro Milanese. Dalle ore 20 alle ore 23 gli spettatori fanno la conoscenza di questa nuova forma d’arte con i primi brevi filmati (a volte non superano il minuto) che non mancano di suscitare emozioni e talvolta anche spavento. Le proiezioni avvengono con apparecchio Lumière Calcina di proprietà di Giuseppe Filippi, un intraprendente fotografo che è il vero organizzatore di queste importanti serate.
Nato nel cuneese, Filippi è presente a Parigi al Salon Indien del Grand Café di Boulevard des Capucines n.14 (la via che collega place de la Madeleine con place de l’Opéra; attualmente tale sala fa parte dell’Hotel Scribe) la sera del 28 dicembre 1895 (sostanzialmente la data di nascita del cinematografo), allorché i fratelli Lumiére mostrano per la prima volta dieci filmati a poche decine persone (la capienza della saletta era di 100 persone).
Questi ultimi danno in prestito alcuni filmati al Filippi con l’incarico di mostrarli in Italia. Dopo il periodo di proiezioni milanesi, il fotografo piemontese si sposta in altre città italiane quali Brescia, Verona, Padova, La Spezia, Reggio Emilia, Bologna e Firenze. Nel settembre 1896 è nuovamente al Teatro Milanese dove propone anche alcuni filmati propri tra i qualiL’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele (avvenuta a Milano nel 1896), I pompieri in azione e La piazza del Duomo. Nello stesso mese è alla Villa Reale di Monza dove presenta il proprio spettacolo a re Umberto I.
Negli anni seguenti il Teatro Milanese continua a proporre per lunghi periodi alcune antologie di filmati, alcuni dei quali realizzati a Milano.
In definitiva possiamo considerare il Teatro Milanese il primo effettivo cinematografo della città lombarda (e probabilmente il primo in Italia), in grado di ospitare alcuni filmati dei fratelli di Besancon a soli tre mesi dalla loro prima proiezione parigina.
Nel marzo 1902 il locale termina la propria attività e, poco dopo, viene demolito: al suo posto sorge l’Albergo Corso il cui edificio, situato sempre in corso Vittorio Emanuele n. 15,  si caratterizza per la fastosa decorazione liberty (vedi foto datata 1948).
La gestione dell’Albergo Corso ripensa lo spazio teatrale che ha incorporato e fonda, nello stesso spazio, il teatro Trianon. Tra le due guerre questo teatro sarà uno dei principali della metropoli lombarda; alla fine del 1938, in ossequio al furore autarchico del regime, muta nome (di derivazione francese) in Mediolanum.
Durante il conflitto mondiale il locale non viene eccessivamente danneggiato ed è quasi sempre attivo. Nel dopoguerra, a partire dall’autunno 1947, viene inaugurato il cinema Mediolanum che opera parallelamente al teatro omonimo, utilizzando lo spazio del Pavillon Doré, un tabarin di inizio secolo dalla fama equivoca, posto nello scantinato dell’Albergo Corso. Questo locale, pertanto, fa  parte del folto gruppo di sale sotterranee aperte nel centro cittadino nell’immediato dopoguerra.
Così mentre nel teatro continuano ad alternarsi rivista, opera lirica e teatro di prosa, il sottostante cinema offre film in terza visione. Insomma il Mediolanum è l’anti Odeon, dove il cinema sta sopra e il teatro sotto.
Per alcuni mesi del 1949, il locale cambia nome in Cinebreve: in questa fase la sala programma solo cortometraggi e documentari e sono particolarmente frequentate le proiezioni della domenica mattina. Il locale continuerà questo tipo di programmazione fino alla primavera 1951, ossia molto tempo dopo aver ristabilito il nome di cinema Mediolanum
La sala cinematografica chiude nella primavera 1953. L’edificio dell’Albergo Corso, nonché Teatro e Cinema Mediolanum, viene demolito per far posto alla Galleria De Cristoforis all’interno della quale troverà posto il cinema Apollo il cui ampio spazio sotterranneo è in parte coincidente con quello del cinema Mediolanum.
La facciata Liberty dell’Albergo Corso viene rimontata su un edificio della vicina piazzetta Liberty.
Nel 1971 – a poche decine di metri – verrà inaugurato un secondo cinema Mediolanum, anch’esso sotterraneo; ma questa è un’altra storia.
A partire dagli ultimi mesi del 1947 entra in funzione in via Nirone (dalle parti di palazzo Litta – corso Magenta) il cinema Apollo. Il nome è ispirato al personaggio della mitologia greca, dio delle arti, della medicina, della musica e della profezia e patrono della poesia. Si tratta di una sala di terza visione nella quale vengono ospitate numerose pellicole interessanti quali Il delitto di Giovanni Episcopo (Lattuada, 1947), Ladri di biciclette (De Sica, 1948) nel 1948, Arriva John Doe (Capra, 1942), La vita è meravigliosa (Capra, 1946) e Narciso nero (Powell, 1947) nel 1949, La provinciale (Soldati, 1952) nel 1953, Piccolo mondo antico (Soldati, 1941) e Johnny Guitar (N. Ray, 1954) nel 1955 e Il colosso d’argilla (Robson, 1956) nel 1957.
Nella prima metà del 1959 il cinema Apollo di via Nirone chiude (l’edificio viene demolito di lì a poco e sostituito da un piccolo giardinetto e da un nuovo condominio residenziale) per riaprire come elegante sala di prima visione in centro, nel sito occupato fino a qualche anno prima dal cinema Mediolanum. Si tratta di una delle ultime sale sotterranee create nel periodo 1945-60 lungo il tracciato di corso Vittorio Emanuele.
Sfruttando le voragini aperte dalle bombe degli Alleati nel 1943-45 nasce una vasta zona sotterranea tra via San Pietro al’Orto (dove si trova il sotterraneo cinema Arlecchino, tutt’ora operante) e corso Vittorio Emanuele (in prossimità della Galleria del Corso). In essa viene a collocarsi l’imponente, nuova sala dell’Apollo (Galleria De Cristoforis 2; 1230 posti) inaugurata, come si è detto, nel 1959 all’interno della nuova “torre” edificata in piazzetta Liberty da Erminio ed Ermenegildo Soncini (l’edificio era terminato già nel 1957), cinema che va ad aggiungersi all’ormai ragguardevole numero di sale di prima visione collocate tra piazza San Babila e piazza Duomo.
L’Apollo è progettato dall’architetto Lodigiani, la cui moglie è la proprietaria. Al cinema si accede da una serie di porte a vetri poste ad angolo che danno su un piccolo atrio con di fronte la cassa e una statua del dio Apollo di Veio, tuttora presente. Alla destra della cassa si trova uno spazio dove vengono affisse le fotobuste. Sulla sinistra una scala e un piccolo ascensore conducono in un atrio sotterraneo dove si trovano un piccolo bar e gli accessi alla sala, dotata di platea e galleria. Il Cinema Apollo è collegato, con gallerie sotterranee, al cinema Astra e le uscite di sicurezza portano alla Piazzetta Liberty e in un parcheggio sotterraneo, dove, in alcuni casi, gli spettatori più sprovveduti si sono avventurati, perdendosi.
La sala è inizialmente gestita dalla E.C.I. (che segue molte sale milanesi tra cui Odeon, Puccini, Dal Verme, Manzoni, Missori, Impero, Cielo, Giardini e Las Vegas) a cui subentra la direzione di Luigi De Pedys dagli anni ottanta, privilegiando spesso film più commerciali. La cabina funziona con proiettori Cinemeccanica Vittoria 8 manuali, poi sostituiti da Vittoria 5 con sonoro Dolby Digital.
Il 25 gennaio 2004 il cinema chiude (ultimo film programmato dall’Apollo monosala è Master & Commander, Weir) e viene radicalmente ristrutturato per poter competere con la sfida dei Multiplex. Dalla grande sala sotterranea vengono ricavate ben cinque salette – la più grande di 300 posti, le due più piccole di 130 posti – intitolate a figure della cultura mitologica quali Gea, Fedra, Elettra, Dafne e Urania.
La nuova multisala, rinominata Apollo spazioCinema (nonché imparentata con l‘Anteo spazioCinema), viene inaugurata nei primi mesi del 2005 e offre una programmazione cinematografica di qualità, talvolta proponendo rassegne tematiche e festival (Rivediamoli, Sabaoth Film Festival, Telefilm Festival, Cinesofia, ecc).

Per la cronaca, qui trovate anche la storia – similare a quella dell’Apollo – del cinema Odeon, sempre tratta dal sito di Giuseppe Rausa.

Bene, come accennavo prima forse ora converrete con me che non si sta realizzando semplicemente la chiusura di due sale di proiezione economicamente non più fruttuose ovvero gravate da altri problemi e dunque che è giusto e bene che vengano sostituite da altre cose, seppur opinabili come due esercizi di natura super-commerciale e/o consumistica totalmente opposta a quella culturale originaria. Qui si sta chiudendo, anzi, si sta in qualche modo calpestando la storia di Milano.
Vado ancora oltre: queste “iniziative” meramente commerciali, parecchio numerose negli ultimi anni – a Milano come altrove, appunto – stanno ottenendo un risultato drammatico: stanno trasformando il luogo per eccellenza, ovvero il centro della città, in un non luogo, di forma, sostanza e natura sociologica identica a quegli spazi che genialmente Marc Augé definì in tal modo. Luoghi conformati per servire il solo scambio commercial-consumistico, non più da vivere ovvero vivibili (ma il termine è fin troppo esagerato) solo per quello scopo ben determinato, privati di qualsiasi anima, storia, carattere, identità urbana, uguali a tanti altri altrove dunque disgreganti in modo profondo i legami sociali tipici di un luogo ad alta densità abitativa quale è un centro abitato, se grande ancor di più.
Di questo passo, il centro di Milano risulterà uguale in tutto e per tutto a quello di Parigi, Londra, Bangkok o New York, ovvero ad un grande centro commerciale, ricolmo di beni da vendere/acquistare e totalmente vuoto d’anima. Il che non vuol dire che, in base a tale mutazione, la città non sarà architettonicamente più bella, sia chiaro, ma certamente sarà molto molto molto più povera e urbanamente, socialmente, civicamente misera.
Tutto ciò nonostante Milano, negli ultimi anni, abbia certamente migliorato la propria offerta culturale, soprattutto in tema di luoghi museali e dedicate all’arte moderna/contemporanea. Tuttavia, la cultura ha bisogno di un terreno solido e stabile per svilupparsi al meglio: i suoi palazzi possono anche avere ottime fondamenta, ma se il terreno è stato reso franoso, pure la loro stabilità alla lunga potrebbe uscirne compromessa.

Di ascensioni alpine, incontri casuali ed “elevazioni” antropologiche – ma non solo…

valdirezzalo_001Dei numerosi e a volte stupendi incontri che ho avuto durante le mie avventure solitarie sui monti (il perché spesso me ne vada da solo dove tanti consigliano di non andare da soli l’ho già spiegato qui, e comunque ho constatato che tale stato di solingo vagabondaggio rende le persone che si incontrano – soprattutto gli indigeni dei posti visitati – molto più inclini al’attaccar cordialissimo e affabile bottone, forse perché fin da subito una persona sola risulta meno invasiva, per così dire, di un gruppo pur piccolo e vociante), ricordo in modo particolare quello con un uomo in Val di Rezzalo, parecchi anni fa, un abitante (credo saltuario) d’una baita in un piccolo gruppo di case… Tornavo dal Corno di Boero, cima soprastante la valle e prospiciente le vette dell’Ortles-Cevedale: ci mettemmo a chiacchierare sulla salita che avevo fatto, e si dimostrò sorpreso tanto quanto felice di come – io forestiero – conoscessi quelle sue zone. Fu forse questa la chiave che (mi) permise l’apertura d’una sorta di intimo archivio della sua memoria: mi raccontò della valle, di quel piccolo gruppo di case nel quale stavamo e che, a parte la sua e poche altre, stavano ormai andando alla rovina, dell’abbandono di quelle terre, dell’incapacità persino tra i nativi locali di riconoscere quanta bellezza e armonia vi fosse lassù, di come la maggior parte dei turisti puntasse unicamente verso le località sciistiche o che offrivano agi, comodità, servizi tipicamente “cittadini”…

swisstopo_rezzaloNelle sue parole, pronunciate con un tono sempre calmo, mai infervorato, piuttosto malinconico e forse rassegnato eppure assai orgoglioso, che ascoltavo come si potrebbe ascoltare un’elocuzione teosofica, vi trovai condensata storia, cultura, fierezza, dignità, socialità, civiltà e senso civico di una montagna che, come altre zone non sviluppatesi (ovvero non sfruttate) nel secondo Novecento grazie all’antropizzazione industriale e dal (reale o presunto) benessere relativo, è stata pressoché dimenticata dalle istituzioni, quasi fosse un territorio inutile, molesto per così dire, fuori dalla dimensione di tempo e dallo spazio. Con le conseguenze sociali poi oggi denunciate da più parti.
Ma vi trovai anche un senso della vita, e per la vita, a dir poco affascinante, quasi epico pur nella sua sostanziale sconfitta – almeno in relazione a quell’ambito in cui stavamo – e nonostante questo lontanissimo, ovvero posto molto più in alto, molto superiore, di tanti altri (pseudo) “sensi vitali” ben più vuoti, privi di qualsiasi autentica umanità, boriosamente “superiori” per proprio autoconvincimento e in realtà sconfitti, sottomessi – anzi, del tutto sgominati dall’aver scelto, coscientemente o meno, di esistere, non di vivere.

03fumeroMi capitano non di rado incontri del genere, durante le mie uscite in quota. Sempre cordiali e gradevoli, a volte sono particolarmente illuminanti – come quello qui descritto – mentre altre volte più semplici ed essenziali, per così dire. Tuttavia in un modo o nell’altro, e posso dire sempre, mi hanno insegnato qualcosa, e al proposito mi torna in mente una citazione letta di recente di Sandro Fontana (piuttosto antitetica rispetto a ciò che egli fu, ma tant’è), che in fondo rivela perché tali incontri siano così interessanti:
Il montanaro sa, per esperienza secolare, che la vera forza consiste nel controllo della forza stessa e che la natura può essere signoreggiata solo da chi ne conosce le regole, ne asseconda i ritmi, ne interiorizza le cadenze. Il rispetto sapiente delle leggi naturali e dei rapporti di forza è stato perciò interpretato come sordida sottomissione o come resa impotente e magica alla fatalità. L’abbaglio è grossolano.
Ora, provate a sostituire “natura” con “società” e “leggi naturali” con “ordinamento giuridico” e capirete meglio tutto quanto.

Perdita della memoria collettiva, la grande malattia italiana (Paolo Rumiz dixit #3)

Il sacro timore non c’è più. L’assistenzialismo ha ucciso tutto, anche la percezione del degrado, e dietro a questa rimozione c’è la voglia di dimenticare una misera identità contadina. E’ la grande malattia italiana; ma mentre in Veneto questa fuga è diventata furia produttiva, in Calabria e Basilicata si è trasformata in furia consumistica. Una perdita di memoria a causa della quale non vedi più nemmeno il futuro. Ti rimane addosso un oscuro senso di incertezza, cui reagisci ricorrendo all’indigestione da supermercato, ai cartomanti, agli indovini. Intanto, la vecchia paura rinnegata ne produce infinite altre – gli immigrati, la piccola criminalità, il terrorismo – perfettamente intercambiabili tra loro.

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.324)

rumiz-alberoRumiz condensa in questo passo una delle grandi malattie (non “la”, a mio modo di vedere e purtroppo… fosse solo quella!) dell’Italia moderna e contemporanea. Perdita di memoria, ovvero correlata e inevitabile perdita di identità culturale, sociale e antropologica: ne risulta un popolo debole, scollegato dal territorio in cui vive e dalle sue specificità storico-geografiche, incapace di generare un adeguato senso civico perché privato delle basi fondamentali affinché si possa formare e dunque, per tutto ciò, (de)cadente in fenomenologie sociali (o sociopatiche) come quelle indicate da Rumiz, scambiate per prove di forza (la rabbia contro gli immigrati, ad esempio) e invece segni di profondissima debolezza.
In tal modo, appunto per citare un esempio diffuso, si crede una fortuna che fuori casa, sull’ennesimo campo agricolo abbandonato, sorga l’altrettanto ennesimo centro commerciale, quando invece rappresenta un altro sfregio al territorio, al tessuto sociale ed economico, alla sua cultura, alla sua identità. In tali condizioni, che poi si manifestino innumerevoli casi di degrado, di criminalità, di mancata integrazione, di disordine sociale è solo questione di tempo. Ma in quel centro commerciale c’è pure l’aria condizionata… quando fa caldo dentro si sta bene, e si dimentica tutto il resto. Amen.

P.S.: qui potete trovare la personale recensione a La leggenda dei monti naviganti.