Il vuoto del ghiacciaio

I ghiacciai, lo sanno anche i sassi ormai, sono tra i migliori indicatori naturali in assoluto dei cambiamenti climatici sia negli aspetti scientifici sia in quelli paesaggistici, per come la loro grande mole renda evidenti e inoppugnabili a tutti le variazioni che subiscono, anche nel breve periodo, in forza di quei cambiamenti. Per tale motivo vengono così spesso fotografati e mostrati al pubblico: basta affiancare due immagini dello stesso ghiacciaio (di qualsiasi angolo del pianeta, ormai) riprese oggi e solo qualche anno fa, se non decenni fa, per rilevare le sconcertanti perdite di estensione e di massa subite anche da parte di chi non sappia nemmeno cosa sia la glaciologia.

Tuttavia, un’evidenza forse ancora più sconcertante, riguardo il ritiro dei ghiacciai, è constatare non tanto ciò che ne resta ma ciò che già non c’è più: il vuoto lasciato dalla scomparsa della massa glaciale, l’alveo ricolmo di aria e niente altro, la mancanza percepibile e drammatica nel paesaggio ove il ghiacciaio si trova(va). L’immagine che vedete lì sopra, scattata da Alberto Prina (lo scorso maggio, anche se le condizioni erano già quelle di fine estate) e che io traggo dalla pagina Facebook di Jacopo Merizzi – guida alpina, scalatore leggendario, uno dei celeberrimi numi tutelari di quel sublime territorio alpino che è la Val Masino e il suo gioiello-nel-gioiello, la Val di Mello – rende perfettamente l’idea della quale vi sto scrivendo. Mostra il vuoto lasciato dalla scomparsa della lingua valliva del Ghiacciaio della (o del) Ventina, in alta Valmalenco nel gruppo del Disgrazia, con i due enormi cordoni morenici laterali che contenevano una conseguente, gigantesca massa di ghiaccio la cui fronte un tempo lambiva i rifugi sul fondovalle, visibili nell’immagine (se la ingrandite cliccandoci sopra li noterete meglio), e che in un secolo è totalmente sparita, lasciando solamente il nulla. Oggi il ghiacciaio si sta sempre più ritirando nel circo sommitale della valle e ne fuoriesce una lingua stretta e magra, in parte ricoperta da detrito, che non riesce più nemmeno a ricordare o rimarcare a chi non l’avesse mai vista ciò che era un tempo.

Il nulla, già. Una volta quel nulla era ghiaccio, dunque acqua (potabile), era un paesaggio differente, ambientalmente più ricco, era una montagna apparentemente più vitale, era la dimostrazione di un clima ben diverso. Oggi è la prova inequivocabile di un dramma climatico in corso del quale ancora troppo poco siamo capaci di concepire la portata e le conseguenze, dunque di formulare la necessaria resilienza – che, per certi versi e in circostanze estreme, sta già diventando pratica di sopravvivenza.

Le immagini del ritiro e dello sfacelo dei ghiacciai sono fondamentali e indispensabili dacché inequivocabili in ciò che mostrano e raccontano, senza lasciare posto ad alcun dubbio. Tuttavia, ribadisco, lo sono pure le immagini che non li mostrano più, i ghiacciai, proprio perché non ci sono più. Il vuoto che si coglie tanto chiaramente da esse, se posso così dire, è un po’ il vuoto che c’è nella nostra anima di fronte ai cambiamenti climatici e del mondo nel quale viviamo, che probabilmente col passare del tempo diventerà sempre più un altro mondo, un altro paesaggio. Simile per certi aspetti, diverso per molti altri. C’è solo da augurarci che quel vuoto glaciale non rappresenti a suo modo anche il vuoto delle coscienze e delle volontà umane nel cogliere, comprendere e, per quanto possibile, agire. Affinché resti solo parziale, il vuoto, magari ancora colmabile, in qualche modo, e non diventi invece totale, definitivamente.

Come un’oasi di pioggia nell’estate più arida

Sabato scorso pomeriggio (il 6 agosto), verso le 16 e 30, io e il segretario personale (a forma di cane) Loki decidiamo di uscire a fare un giro. Il cielo è grigio, in certi tratti cupamente, si sentono tuoni non troppo lontani e un vento piuttosto nervoso soffia da un po’. Pioverà? Non pioverà? Bah, sia quel che sia: usciamo. Il tempo di entrare nel bosco e prende a piovere con decisione; il tempo di pensare che magari smetterà e la pioggia si fa intensa; il tempo di pensare se tornare indietro o insistere e tra tuoni ormai prossimi e possenti prende diluviare e a grandinare, con biglie di ghiaccio di diametro anche notevole che imbiancano il terreno. Ci ripariamo sotto la tettoia di una baita nel bosco tuttavia la lavata che ci prendiamo è comunque notevole.

Ma lo è almeno quanto è meravigliosa, già: pioggia, tanta pioggia come da settimane non ne cadeva, l’afa opprimente di qualche ora prima è svanita, la vegetazione si ripulisce dalla polvere accumulata, s’illumina, riprende colore, la temperatura dell’aria torna fresca, il terreno s’inzuppa, le pozzanghere occupano totalmente alcuni tratti della strada che si snoda nel bosco.

Bellissimo! Smette almeno di grandinare, piove ancora forte ma tanto siamo fradici e dunque chi se ne importa, riprendiamo il nostro giro, ci lasciamo accarezzare dai rami grondanti, saltiamo nelle pozzanghere che tanto – parlo per me – le scarpe sono anch’esse del tutto inzuppate, l’acquazzone non ci tange e ce la godiamo fino in fondo, la passeggiata, cioè fino a che, ormai prossimi a casa, la pioggia smette di cadere e già i primi squarci d’azzurro tolgono nervosismo meteorico alle nubi ancora accatastate in cielo.

Insomma: ce la siamo presa tutta, la pioggia, e ci siamo divertiti un sacco a lasciarci infradiciare, proprio come quando si ritrova qualcosa che da tempo mancava e per questo la si gode di più, qualcosa di cui si aveva bisogno anche se apparentemente no e nonostante un tempo la si sarebbe ritenuta un fastidio. Ora invece nessun fastidio, anzi: un piacere sublime.

Non sono il solo che ha descritto i propri recenti “incontri” con la pioggia in modi simili – ad esempio qui trovate cosa ne ha mirabilmente scritto domenica 7 agosto l’amico Paolo Canton. La realtà climatica che stiamo vivendo, in quest’anno così drammatico in quanto a temperature e siccità, inopinatamente ci porta ad apprezzare ciò che prima avremmo probabilmente ritenuto seccante – come d’altronde accade sempre quando qualcosa che diamo per scontato, e per questo trascuriamo, improvvisamente viene a mancare e così ne avvertiamo subito l’assenza e l’importanza. Forse che in futuro il nostro (plurale maiestatis, ma forse anche altri la penseranno come me) rapporto con la pioggia e con l’acqua in generale diventerà come quello del viaggiatore sahariano che giunge a un’oasi dopo tanto tempo trascorso nel territorio più arido e sterile? Verosimilmente no, abbiamo la fortuna di non vivere in una zona desertica ma in una regione temperata e ricca di risorse naturali fondamentali: ma commettere l’errore di dare per scontata qualcosa solo perché fino a oggi l’abbiamo sempre avuta a disposizione, come in forza di una certezza che riteniamo immutabile e incontrovertibile di default piuttosto che per evidenze oggettive, non sarebbe sfortuna ma mera e dannosa stupidità.

Quando “seggiovia” fa rima con “follia”

(P.S. – Pre Scriptum: il seguente articolo è stato pubblicato su numerosi media d’informazione della provincia di Lecco il giorno 8 agosto scorso.)

Voglio sottoporvi alcune personali considerazioni circa il progetto presentato qualche giorno fa ad opera di Regione Lombardia che prevede «l’espansione» dei Piani di Bobbio e di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco), focalizzandomi in particolar modo su questa seconda località dacché sono fermamente convinto che costruire impianti di risalita e riportare lo sci su pista a Artavaggio rappresenta una follia assoluta e, per molti versi, una forma di violenza inaccettabile verso un luogo speciale che non se lo merita affatto. In tal senso, sono considerazioni che possono ben valere per altre località dell’arco alpino di storia e caratteristiche simili.

Spiego perché affermo quanto sopra.

Quando io e gli amici-colleghi di penna Sara Invernizzi e Ruggero Meles abbiamo scritto la guida della Dorsale Orobica Lecchese, la “Dol dei Tre Signori, tra i punti fermi da non tralasciare ci siamo dati quello di scrivere della storia recente ovvero della sorprendente rinascita dei Piani di Artavaggio, fino ai primi anni Novanta rinomata stazione sciistica e poi – così abbiamo scritto e potete leggere nel volume,

«Complici annate sempre meno nevose, crisi finanziarie e la concorrenza di altre stazioni sciistiche ben più attrezzate e rinomate, con la neve sparirono gli impianti di risalita e addirittura si chiuse la funivia; nella conca tornarono per anni il silenzio invernale e lo scampanare delle mucche in estate. Nel 2006 la funivia è stata riaperta, gli skilifts smantellati e sono stati installati semplici tapis roulant per bambini e principianti; nondimeno Artavaggio ha goduto di una rinascita per certi aspetti sorprendente, rappresentando nel suo piccolo un caso emblematico di una fruizione post-sciistica e sostenibile della montagna che può fare da modello a numerose altre località, un tempo sedi di impianti e piste, che negli anni recenti hanno subìto una sorte simile e il conseguente oblio turistico. Oggi si è ormai consolidata come una meta molto frequentata da chi pratica lo sci alpinismo, le ciaspolate o da famiglie che con semplici passeggiate sulla neve possono raggiungere i numerosi rifugi ai piedi della suggestiva piramide del Monte Sodadura, autentico simbolo del territorio.»

[Immagine tratta da familyplanet.it.]
Artavaggio è diventato un modello di rinascita post-sciistica così interessante da suscitare l’interesse di molti studiosi delle tematiche legate al turismo e allo sviluppo dei territori montani. Alcuni di essi mi hanno contattato per avere più informazioni al riguardo, sapendo che fossi della zona, e personalmente lo scorso anno ci ho accompagnato un amico ricercatore torinese che sta scrivendo un testo sulla fine dello sci su pista in molte località delle Alpi italiane, il quale mi ha chiesto espressamente di conoscere e vedere di persona il luogo: abbiamo raccolto ricordi, documentazioni e testimonianze, parlato con i rifugisti storici dei Piani, constatato quanto la località sia oggi amata proprio per la sua ritrovata genuinità montana – al netto di quei pochi tapis roulant presenti ad uso dei principianti, ben poco invasivi rispetto agli impianti di risalita veri e propri soprattutto per degli spazi così aperti, prativi e pressoché privi di vegetazione arborea come quelli di Artavaggio.

Provate a salire ai Piani di Artavaggio con la funivia che parte da Moggio in un weekend invernale di bel tempo o in una domenica estiva: vi dovrete sobbarcare una lunga coda e parecchia attesa. Chiedetevi perché tutte queste persone salgano ad Artavaggio e non ai vicini Piani di Bobbio, località totalmente dedicata allo sci su pista con tutti gli annessi e connessi. O, meglio ancora, chiedetelo direttamente a loro, ai gitanti, perché preferiscano Artavaggio. Poi saliteci pure voi e, superata la valletta nella quale sono piazzati i tapis roulant, esplorate gli ampi pendii prativi, innevati d’inverno, che salgono verso le balze dolomitiche dei Campelli e la piramide del Monte Sodadura, con alle vostre spalle il panorama eccezionale delle Grigne, del Resegone e laggiù la Pianura Padana fino alle dorsali appenniniche… Contemplate la “montagna” che vi ritroverete intorno nel suo senso più compiuto e priva degli elementi di disturbo (visivo e acustico) così presenti altrove, dove il turismo meccanizzato la fa da padrone, e capirete il successo dei Piani di Artavaggio, capirete perché sono rinati e perché siano così tanto apprezzati.

[Immagine tratta da www.montagnelagodicomo.it.]
Ora, spero, capirete anche perché installare nuovamente impianti di risalita e pretendere di riportare lo sci su pista ai Piani di Artavaggio (a 1600 m di quota con un’esposizione sfavorevole dei pendii, peraltro, sui quali ben difficilmente nevicherà ancora come un tempo) rappresenta una dissennatezza assoluta, una totale mancanza di conoscenza della storia del luogo e delle sue peculiarità, una prepotenza inutile e dannosa messa in atto per interessi totalmente avulsi dal luogo nonché, come ho accennato all’inizio, una vera e propria violenza, materiale e immateriale, alla ritrovata vitalità di un luogo diventato un modello di autentica rinascita alpina. Significa “accoltellarne” alle spalle lo spirito e l’identità, significa soffocarne le potenzialità presenti e future, forse perché ritenuti elementi scomodi e fastidiosi rispetto alle scriteriate ossessioni impiantifere, un po’ olimpiche e un po’ elettorali, manifestate da certi amministratori pubblici. Tutto questo, per giunta, con la realtà climatica che stiamo affrontando e ci aspetta nei prossimi anni, che evidentemente lorsignori non vedono e non conoscono perché, forse, vivono su un’astronave in orbita attorno a un altro pianeta dalla quale la realtà dei fatti, quaggiù, appare così lontana da risultare invisibile e inconoscibile!

Adesso capite pure perché i promotori del progetto in questione non hanno capito nulla?

Quello imposto ai Piani di Artavaggio è un progetto che rappresenta una follia assoluta, non ci sono altre definizioni adeguate. Una follia da contrastare in ogni modo possibile.

La follia, ai Piani di Artavaggio

Ringrazio di cuore gli organi d’informazione del lecchese che hanno onorato di un loro spazio le considerazioni personali inviate alle rispettive redazioni in merito al progetto regionale di “espansione” dei Piani di Bobbio e di Artavaggio, con particolare attenzione e analisi su questa seconda località, divenuta negli anni un modello di rinascita post-sciistica tanto virtuoso e esemplare quanto, evidentemente, scomodo.

Nel mio piccolo mi auguro, con quelle considerazioni, di contribuire a un dibattito costruttivo sul tema, quanto mai necessario per un autentico buon sviluppo futuro delle nostre montagne in questo mondo sempre più mutevole e problematico.

Nei prossimi giorni troverete anche qui sul blog il testo completo pubblicato dai media citati.

Montagne lombarde: decine di milioni di Euro, zero idee

Di nuovo mi tocca noiosamente (viste tutte le volte che già l’ho dovuto fare, e chiedo venia per ciò) evidenziare lo sconcerto che si manifesta in me nel leggere notizie come quella a cui si riferisce l’immagine qui sopra (cliccateci sopra per leggerla). Interventi che ogni volta vengono pomposamente presentati come fossero la “soluzione ideale” alla realtà dei territori montani ma che invece non fanno altro che dimostrare palesemente la TOTALE mancanza di visione strategica e parimenti politica nei confronti delle nostre montagne e del loro sviluppo futuro. Nessuna progettualità, nessuna reale programmazione a medio-lungo termine, nessun piano di interventi strutturali che sostenga l’intero territorio in oggetto e tutta la sua comunità. Tutto resta legato ai soliti vecchi, spesso fallimentari modelli, alla monocultura dello sci, alla montagna come bene di consumo da vendere all’ingrosso al cliente-turista, come fossimo ancora negli anni Settanta del Novecento: forse, mi viene da pensare, perché spendere i soldi in questo tipo di turismo sciistico è facile e non serve avere molte idee per farlo come invece ne abbisognerebbero per progettualità più strutturate, e parimenti così è più facile formulare mirabolanti dichiarazioni propagandistiche accompagnate da sorrisoni vanagloriosi esibiti alla stampa!

Insomma: non c’è nessuna nuova intuizione, iniziativa, idea riguardante tutte quelle belle parole che così spesso sentiamo proferire nei succitati discorsi pubblici: “destagionalizzare”, “sostenibilità”, “sviluppo”, «integrazione tra sport, natura e ambiente» (sic)… e ugualmente non c’è nulla che vada realmente e concretamente a favore di chi abita i luoghi, di chi li vive e li rende vitali a prescindere da ogni altra cosa. Anzi: nello specifico, per farla breve, si vuol fare che gli sciatori a Bobbio arrivino e se ne vadano più rapidamente di prima – un turismo mordi e fuggi all’ennesima potenza, insomma: proprio ciò che serve alla montagna! – nel mentre che si pensa soltanto a far trovare loro un facile parcheggio (come dite? “Mobilità sostenibile”? Non pervenuta, mi dispiace). Ancora peggio, ai Piani di Artavaggio, diventati negli ultimi anni un esempio emblematico e virtuoso di rinascita post sciistica studiato anche da oltre i confini regionali (parlo per esperienza diretta) e apprezzato proprio per la sua pressoché ritrovata naturalità, si vuole ricominciare a sviluppare un luna park impiantistico: certo, in montagna camminare per qualche minuto sulla neve per tornare alla stazione della funivia è un crimine contro l’umanità, no?
Un’autentica follia, insomma. Anzi, per restare in tema, il “crimine” potenziale – a danno della bellezza del luogo e al suo buon futuro – è proprio quello che i promotori del progetto in questione vorrebbero realizzare.

Ma forse questi figuri non ce la fanno, non ci arrivano proprio a vedere la realtà effettiva delle cose e a comprenderla, come fossero accecati – qui in Lombardia – da due grandi scritte al neon: “ELEZIONI 2023” e “OLIMPIADI 2026”! E come se non esistesse altro che lo sci e tutto andasse bene, come se il mondo nel frattempo non stesse andando altrove (non solo dal punto di vista climatico) e le montagne, per quegli amministratori, rimanessero null’altro che spazi da far monetizzare il più possibile (a favore di chi, poi?) e senza alcuno scrupolo per la loro essenza culturale, sociale, ambientale. Risultato, in tal caso: altri undici milioni sottratti al buon futuro dei territori montani.

A quanto ammonta ora il totale dei soldi buttati al vento dei monti? Ma ci rendiamo conto di quanto denaro sta venendo sprecato in questi modi? E di quante cose si potrebbero realizzare per sostenere realmente e compiutamente l’economia dei territori di montagna?

Fatto sta che il denaro per queste iniziative lo si trova sempre facilmente ma nel frattempo, mi dicono dall’alto Lario, in questo periodo per trovare un medico di base bisogna percorrere quasi 50 km su strade per la gran parte di montagna. Costruire impianti sciistici dove non nevica quasi più, sparare neve finta e realizzare megaparcheggi da utilizzarsi per poche settimane all’anno evidentemente in Lombardia è più importante che salvaguardare e sviluppare la sanità pubblica o potenziare altri servizi primari per le comunità che vivono in questi territori, già.

“Sviluppo integrato delle aree montane”? Sì sì, proprio vero. Complimenti!