La bocciatura della maturità

Fino allo scorso anno all’esame lo studente portava la tesina o il percorso. Era una cosa poco seria anche quella, i collegamenti erano ridicoli, ma qualcuno – pochi – ne approfittava per approfondire un interesse reale, e capitava anche di sentire qualcosa di intelligente. Ora c’è un meccanismo cialtronesco che ha il solo effetto – o dovrei dire: il solo scopo? – di ridicolizzare lo studente. Come in un circo. Su, in piedi sul filo. Su, fammi la piroetta. Collega questo a quello. Vai da qui a lì. Spazia da Leopardi a Durkheim. E la ridicolizzazione è doppia, perché in questa meschina sceneggiata ministeriale ad essere ridicolizzati siamo anche noi docenti. E’ la nostra cultura, la nostra passione. Sono le discipline. Sono gli autori. Tutto, tutti ridotti a figurine da appiccicare con lo sputo per comporre il quadro della miseria istituzionale della scuola italiana.

È la parte finale dell’articolo Esami di Stato, ovvero come ti ridicolizzo lo studente di Antonio Vigilante, pubblicato su “Gli Stati Generali” lo scorso 9 luglio 2019, nel quale l’autore, scrittore, ricercatore e docente, dà una lettura alquanto critica della “nuova” maturità. Lettura alquanto interessante visto che con “maturità” si dovrebbe intendere non solo una maturazione scolastica, didattica e tecnica o umanistica (di qualsiasi indirizzo di studio si tratti) ma pure culturale o, meglio ancora, socioculturale. E se così non dovesse essere, ovvero se l’articolo di Vigilante narrasse l’effettivo stato di fatto della questione, è inutile dire che avremmo non poco da inquietarci, per il bene di quei ragazzi “maturi” e per il futuro del paese.
Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo nella sua interezza.

Squola di politica

Ma, io mi chiedo, i politici italiani – tanti di loro, non tutti, ma molti (troppi, comunque) – per palesare una tale e totale incompetenza politica e incapacità amministrativa, hanno frequentato qualche particolare “scuola”?

Non so, ad esempio il PIRLA (Perverso Istituto per il Reclutamento di Laidi Amministratori), oppure l’IDIOTA (Istituto Didattica e Insegnamento di Ottusa Turpitudine Amministrativa) o ancora la PUPU (Pubblica Università di Politica Untuosa)… perché, i casi sono due: o il panorama politico nostrano, sia a livello locale che nazionale, funge da attrattore per innumerevoli inetti e cialtroni d’ogni sorta, sparsi qui e là per ogni formazione politica in attività, oppure non so dove ma ci deve essere qualche sorta di scuola, appunto. Nella quale evidentemente il tasso di “promozioni” è assai elevato, già.

Italiani che non sanno l’italiano

Leggo dei risultati dei test INVALSI sui livelli di apprendimento degli studenti delle scuole italiane, dai quali si evince ad esempio che – come è rimarcato su “La Repubblica” –  il 35% degli studenti di terza media non capisce un testo d’italiano, e non mi sorprendo affatto.

Non sono sorpreso perché nulla accade per caso, perché la realtà rivela sempre le sue innegabili verità, perché mi guardo intorno e vedo il mondo che abbiamo generato, perché se per lungo tempo si semina la gramigna non c’è da stupirsi se poi non spunti la lattuga, perché un analfabetismo strumentale e funzionale così diffuso nei ragazzi è specchio perfetto di quello dilagante tra gli adulti, sui quali cadono molte delle colpe di questa situazione. I poveri studenti italiani, a ben vedere, non sono solo il risultato finale di un certo processo di degrado culturale ma, cosa ben peggiore, ne rappresentano il fulcro: perché sono quello, vittime dell’ignoranza e della trascuratezza dello stato nei confronti della preparazione scolastica – pilastro fondamentale di qualsiasi società avanzata – ma rappresentano pure la sentenza di condanna a carico dello stato stesso ad una futura (ma prossima) decadenza sempre più profonda e oscura, inesorabile se non si comprende la gravità della situazione, se si continua a trascurare la realtà dei fatti e a ignorare le sue verità, e se non si mettono in atto rimedi immediati e risoluti. Che sono certamente possibili, a patto di manifestare la volontà (politica, in primis) di attuarli: cosa che non vedo così palesata, appunto. Gli studenti italiani non sono affatto il “problema”, anzi: la mia fiducia nei loro confronti resta immutata e assai alta, a patto che vengano messi in condizione di recuperare gli eventuali deficit di apprendimento e culturali segnalati dall’INVALSI: ecco, riguardo a che ciò accada veramente va il mio timore più grande, non ad altro.

D’altro canto, non affermo tutto questo per mia mera opinione ma avendo ben presente (vedi qui) quanto il mai troppo compianto Tullio De Mauro andava denunciando già da diverso tempo al riguardo:

“Il grave analfabetismo strumentale e funzionale incide negativamente sulle capacità produttive del paese ed è responsabile del grave ristagno economico che affligge l’Italia dai primi anni novanta.”

Aggiungendo poi, non casualmente (dico io), che:

Purtroppo l’analfabetismo è oggettivamente un “instrumentum regni”, un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni.

Un eccellente ed efficace sistema di potere e di controllo delle masse culturalmente impreparate ergo incapaci di comprendere a quale sottomissione siano sottoposte, insomma.

Ecco, il cerchio è di nuovo chiuso. Con tutti noi dentro.

P.S.: peraltro, già due anni e mezzo fa, scrivevo questo al riguardo.

La diseducazione culturale istituzionale

Quanto ai mezzi di comunicazione, è noto che stanno ben attenti a non sottovalutare quegli argomenti che sappiano essere d’interesse del loro pubblico. Televisioni e giornali, per farsi guardare e leggere, s’occupano scrupolosamente di tutto quello che alla gente preme, omettendo quanto viceversa esuli dalla sua curiosità. Il loro silenzio e l’apatia della politica dovrebbero indurre a riflettere sul reale interesse che in giro si nutre per il patrimonio d’arte comune, fin a chiedersi se davvero esso sia amato dal popolo. Verisimilmente no. E però dev’esser chiaro che al popolo, eventualmente, andrebbero comunque imputate poche colpe, perché la responsabilità è sempre di chi governa, di chi, cioè, ha il dovere, per dettato costituzionale, di educare: educare a vedere nel patrimonio l’essenza ineludibile della nostra memoria (personale e collettiva), favorire la maturazione della coscienza storica dei cittadini, promuovere l’aspirazione alla conoscenza del nuovo e vanificare invece la venerazione perniciosa del feticcio alimentata dalla cultura industriale, addestrare a leggere le opere d’arte alla stregua di componimenti poetici (quali a tutti gli effetti essi sono).

(Antonio Natali, Il silenzio sul patrimonio d’arte, su Artribune #44. Potete leggere l’intero articolo cliccando qui.)

Finestre rotte e menti infrante

In una società come la nostra, nella quale la maleducazione (nei rapporti interpersonali e non solo in tale ambito) viene sempre più sdoganata e imposta come “normalità”, diventando modus operandi anche per chi dovrebbe rappresentare un esempio istituzionale oltre che culturale, mi sembra sempre più evidente che la celebre e illuminante teoria delle finestre rotte, della quale vi ho parlato qui, è assolutamente valida anche tra gli individui. Perché se la gentilezza e la buona educazione sono contagiose in una società sana e culturalmente progredita, la maleducazione è altrettanto contagiosa nelle società in stato di degrado. Per invertire questa condizione non ci vuole molto ma, certamente, ci vuole la capacità di comprendere questa minima ma fondamentale evidenza: perché credere di non dover arginare la maleducazione diffusa e al contempo di poter progredire socialmente (nel senso più generale di ciò, quindi anche culturalmente, economicamente, politicamente, eccetera) è una fantasia che solo una mente totalmente sbandata può generare.