L’Italia come un “Truman Show”


Secondo me, potrebbero veramente aver ragione quelli che sostengono che l’Italia, in quanto istituzione, in verità non esiste più da un pezzo, trasformata in un gigantesco esperimento socio-politico attraverso il quale testare e gestire il comportamento di una comunità pubblica sottoposta a governi e assetti istituzionali sempre più scadenti e degradanti, al fine di elaborare conseguenti modelli di valore assoluto utili alla gestione di eventuali situazioni similari in paesi più evoluti.

Un po’ come quando si fanno i test di rottura dei materiali simulando le condizioni più critiche possibili, così da determinare limiti di sicurezza che siano ampi e dunque includenti nel relativo range una casistica altrettanto ampia e completa. Un Truman Show socio-politico su vasta scala, ecco, applicato al paese più adatto allo scopo in forza della sua scarsissima identità nazionale e dell’altrettanto pessima condizione della sua società civile. Già.

Un “partito” che vince sempre le elezioni

Fatto sta che ancora una volta, un po’ ovunque in Europa e in maniera significativa in Italia, il “partito” risultato di gran lunga vincitore delle elezioni è quelle del quale nessuno o quasi ne parla, nel consesso politico e sugli organi di informazione ad esso sodali*. Una situazione paradossale, vista tale sua preponderanza: gli eventuali commenti al riguardo si limitano a qualche fondo svagato sui giornali oppure a pochi flebili accenni nei talk show televisivi, ove viene citato sotto forma di mero dato statistico come un aspetto del tutto secondario e trascurabile della tornata elettorale – e dunque di conseguenza trascurato, appunto.

Eppure è da parecchio tempo che questo partito “vince” le elezioni, dovrebbe ormai essere considerato un fenomeno – o, per meglio dire, una realtà con la quale bisogna necessariamente fare i conti, quella che più di ogni altra, anche più del movimento politico maggiormente alternativo che si sia presentato alle elezioni, lancia segnali antisistema forti e chiari. D’altro canto non è certo un “partito” i cui sostenitori possano essere superficialmente liquidati come “menefreghisti” o indifferenti alla politica: in fondo anche i votanti dei partiti presenti sulle schede elettorali sovente manifestano i loro consensi (anche) in base agli stessi motivi se non per fattori stimolanti ancora più discutibili e biechi. Anzi, sempre più, tra i sostenitori di questo partito maggioritario, vi sono quelli la cui scelta al riguardo è profondamente consapevole e consapevolmente emblematica, rappresentativa, indicativa, in primis nel non accettare di essere pedine del sistema politico preponderante (nonostante la sua effettiva rilevanza minoritaria), di non accettarne il meccanismo ormai ridotto, spesso e volentieri, ad una recita teatrale sul palcoscenico mediatico.

E non è affatto vero ciò che sostengono i detrattori del partito, ovvero che il suo comportamento giustifica la maggioranza della minoranza (una mera questione formale, a ben vedere, per come anche in situazione differenti la sostanza non cambierebbe), semmai è la dimostrazione palese di come quel sistema sia ormai divenuto autoreferenziale e autolegittimante oltre che politicamente meschino, per come pretenda di fregarsene, esso sì, di quella gran messe di cittadini e per come lo faccia non solo perché incapace di dire al riguardo qualcosa di sensato, ma pure per paura. La paura del mostro che evita di passare davanti agli specchi per non scoprire quanto sia spaventosamente brutto.

*: viceversa, sul web non politicizzato si trovano molti interessanti articoli al riguardo, i quali in vario modo segnalano quanto sia profondamente errato sottovalutare o ignorare tale evidenza.

Le apparenze

Realtà delle apparenze. C’era un uomo che, avendo perduto un’ascia, sospettò il figlio del vicino. Lo osservò camminare: aveva rubato l’ascia. Ne osservò l’espressione: aveva rubato l’ascia. Esaminò come parlava: aveva rubato l’ascia. Nelle sue azioni e nel suo comportamento tutto diceva che aveva rubato l’ascia. Lavorando nel suo podere improvvisamente ritrovò l’ascia! Il giorno dopo osservò di nuovo il figlio del vicino: nelle sue azioni e nel suo comportamento nulla faceva supporre che avesse rubato l’ascia.

(Lie Yukou, Lieh-Tzu, VIII, 137.)

Quelli che parlano di se stessi in terza persona

Uno dei comportamenti che sovente riscontro in numerosi individui e che trovo alquanto bizzarro – con tutto il rispetto, ma tant’è! – è il parlare di se stessi in terza persona. Ci facevo di nuovo caso qualche giorno fa, quando m’è toccato parlare con un tizio il quale, per sottolineare certe sue (presunte) doti professionali e cert’altre conseguenti attività, non faceva che riferirsi a se stesso con cognome e nome. Intuivo e immagino che fosse e sia un sintomo di egocentrismo e irrefrenabile arroganza da un lato o di grande insicurezza e indeterminatezza identitaria dall’altro – in fondo le due facce di una stessa medaglia – ma non arrivavo a supporre che sia addirittura il segno evidente della presenza di una patologia anche molto grave ovvero di una personalità alquanto frammentata che l’individuo adulto si trascina fin dall’infanzia, quando la patologia si genera restando evidentemente irrisolta – guarda caso il tizio suddetto parlava di sé con il cognome-nome, come si usa a scuola.

Ciò mi dice molto sulla mancanza di cognizione e consapevolezza identitaria così evidente nella nostra società, nella quale l’identità antropologica originaria – sempre ammettendo che ve ne sia una – viene corrotta e trasformata in mero etnocentrismo che si manifesta poi come identitarismo (il quale non è affatto una rivendicazione di identità alla massima potenza ma l’esatto opposto, è la prova della sua sostanziale assenza), posto poi alla base di fenomeni antisociali e anticulturali come la carenza di senso civico o la xenofobia. Ancor più mi dice, quanto sopra, leggendo che il parlare di se stessi in terza persona è pure uno dei sintomi della Sindrome di Hubris, conosciuta come disturbo di personalità dei potenti, in grado di compromettere la capacità di prendere decisioni: “Chi soffre della sindrome spesso compie azioni al fine di ottenere un rinforzo per la propria immagine, dando ad essa un’importanza esagerata, quindi si perdono di vista gli obiettivi del proprio ruolo. Si perde il contatto con la realtà, si segue un impulso imprudente e nervoso che alla fine conduce all’incompetenza.” – vedi qui.

Be’, se dopo ciò torno a pensare a quel vecchio e sempre più saggio adagio, ogni popolo ha i governanti che si merita, direi che il cerchio si (ri)chiude. Per l’ennesima volta.

“Dentro Magritte”, ma fuori dall’arte

Avevo sentito più volte parlare di eventi multimediali nei quali, grazie alle possibilità offerte dalle tecnologie contemporanee della realtà virtuale e aumentata, si offrono “esperienze” immersive nelle opere d’arte, animando le stesse grazie a maxischermi, touch screen, visori 3D e quant’altro di affine.
Volendo capire meglio la realtà di tali eventi, da grande appassionate dell’arte di René Magritte (ammirata più volte dal vivo) mi sono fatto attrarre e sono andato a visitare quello che la Fabbrica del Vapore di Milano dedica all’impareggiabile pittore surrealista belga, suggestivamente intitolata Inside Magritte.

Bene: Non voglio qui farvene un report o darvene un giudizio, come faccio in occasione di mostre “tradizionali”, proprio perché di mostra non si può parlare. Voglio invece riportarvi una primaria riflessione, in ogni caso ben esplicativa della mia posizione al riguardo.
A mio modo di vedere questi “eventi-emotion exhibitions” più o meno tecnologici e/o multimediali, basati su format di realtà virtuale (ossimoro quanto mai evidente, soprattutto in tema di arte e ancor più di pittura!) soffrono di un basilare e paradossale difetto. Mi spiego: si prefissano per propria mission culturale un obiettivo che potremmo definire “didattico”, cioè quello di affascinare il pubblico riguardo un certo artista e le sue opere raccontandolo attraverso le “affascinanti” nuove tecnologie, solo che, da un lato, l’appassionato che già conosce e apprezza l’artista in questione, avendone dunque maturato la conoscenza fruendo delle opere originali e delle relative analisi critiche, oltre che in base alla propria sensibilità (sapendo bene, per esperienza acquisita, che è nella relazione diretta tra opera artistica e fruitore che si genera la fondamentale attrazione dell’arte visiva), non troverà alcun maggior fascino nella virtualizzazione multimediale delle opere – anzi, potrebbe anche essere infastidito da una tal potenziale banalizzazione tecnologica, seppur creata con fini nobili; di contro, dall’altro lato, il neofita pressoché privo di esperienze museali che non conosce l’artista e le sue opere, non avendole nemmeno mai ammirate dal vivo, assiste a una rappresentazione di esse che rischia di risolvere da subito, sul posto, la potenziale esperienza didattica, vanificando il bisogno (ovvero la necessità) di relazionarsi direttamente con le opere. In parole povere: l’appassionato riterrà comunque sempre più bello vedere le opere d’arte dal vivo, il neofita crederà di conoscere l’artista e le opere, avendo vissuto siffatta “esperienza”.

C’è un evidente vizio di fondo, insomma, in questi eventi, che per certi versi li pone al di fuori della produzione culturale classica (ovvero avente anche fini didattici, appunto) non solo nella forma ma pure nella sostanza, e per altri versi (o forse per gli stessi versi di prima) li comprende nella categoria degli spettacoli ricreativi e d’intrattenimento, privi di autentiche valenze didattiche e culturali anche quando le rivendichino. L’unico loro valore starebbe nel sollecitare palesemente, all’interno dell’esperienza offerta, la fruizione diretta delle opere dell’artista multimedializzato: ma di queste sollecitazioni nell’evento di Milano non c’è traccia alcuna, diventando infine una sorta di giostra da tecno-luna park d’ispirazione artistica che può divertire in primis i bambini. Punto. Sperando, ribadisco, che gli stessi bambini abbiano poi genitori che li portino a visitare i musei e le mostre vere: resto convinto che il trovarsi di fronte dal vivo – per dire – un’opera come L’Empire des Lumières possa affascinare ed emozionare grandi e piccini, anche se nativi digitali, come oggi (e forse mai) nessuna tecnologia multimediale possa e saprà fare.