Paesaggio, identità, alterità

[Immagine tratta da pixabay.com.]

Un paesaggio può esprimere un’identità, se con essa si intende non un’appartenenza esclusiva ed escludente, una rigida e ritenuta immutabile forma o essenza comunitaria, ma piuttosto un’appartenenza e un riconoscimento. In questo senso possiamo allora dire che un paesaggio segna anche un’alterità, una differenza, un differenziamento. Si ri-conosce infatti un paesaggio, il proprio paesaggio, sempre in relazione ad altri paesaggi, nella loro integrazione, con-fusione o contrasto tra elementi naturali e artificiali, tra forme trasformate dall’azione. Un paesaggio è perciò un prodotto, il risultato di un’evoluzione, non mai una realtà statica e indifferenziata: evolve, si costruisce, così come si trasforma nel tempo, e non necessariamente a fini adattivi.

[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]

Una città figlia della terra e del cielo

[Foto di MemeCas, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

L’arrivo non mi deluse. Vidi uno stradone fresco, alberato, e in fondo un colle, con case e chiese e palazzi e campanili e giardini sospesi nel cielo di crepuscolo. Qualcosa di accessibile e, insieme, di eccelso. Non la finivo più di ridire a me stesso che la bellezza di questa città era quanto mai originale e singolare. L’idea di una città cosiffatta, con la sua acropoli accessibile insieme ed eccelsa piantata li sull’ultimo sperone dei monti per scrutare le valli cupe dell’Alpi e mirare il gran piano di chiaro colore, non poteva esser venuta in mente a nessuno; ed ora sorta così, come una figlia della terra e del cielo, degna amata dagli uomini. Sicché, vivendoci dentro, doveva parere impossibile che tutte le altre città non fossero fatte a quel modo, divise in parti alta o bassa, come a Venezia si vorrebbe che tutte le città fossero di acqua e di marmo.

(Giuseppe Antonio Borgese, La città sconosciuta, Sellerio, 1986; 1a ed. 1926. La città della quale sta raccontando lo scrittore palermitano è Bergamo. Nella foto qui sotto si può vedere la città nella prospettiva visiva di chi vi arrivasse in treno suppergiù negli anni in cui la visitò Borgese.)

[Immagine di pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]

I primi migranti invasori dell’Europa

La risposta alla domanda su chi fossero i primi uomini preistorici giunti in Europa va cercata ancora più indietro nel tempo e, soprattutto, altrove. Si tratta sempre di storie di viaggio. Tutti gli europei, se andiamo abbastanza a ritroso nel tempo, sono arrivati da altri luoghi. Non solo quelli che hanno lasciato le loro impronte sulla spiaggia di Happisburgh, ma anche gli heidelbergensis, i neandertaliani e gli uomini moderni. Sono approdati in Europa perché i loro predecessori si erano messi in viaggio. L’intera storia, in teoria, va ricondotta a due esodi dall’Africa. Quello più «recente» dell’uomo moderno risale a circa centocinquantamila anni fa. Ma il primo, cui hanno preso parte gli antenati degli uomini di Happisburgh, è avvenuto più di dieci volte prima, cioè quasi due milioni di anni fa.

(Mathijs DeenPer antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa, Iperborea, 2020, pagg.47. Cliccate sull’immagine per leggere la personale “recensione” del libro.)

Insomma, quelli che ce l’hanno tanto coi migranti che giungono dall’Africa e invadono l’Europa, dovrebbero per coerenza prendersela innanzi tutto con loro stessi! D’altro canto, come ho osservato e ribadito in numerosi articoli qui sul blog e altrove, finché non si comprenderà la permanente matrice antropologica alla base dei flussi migratori dall’Africa verso l’Europa, che dipendono solo in parte da elementi economici o di sopravvivenza da situazioni geopolitiche critiche, la questione dell’immigrazione non verrà mai risolta ne tanto meno ben gestita, a beneficio dei migranti e a vantaggio nostro.

Il paesaggio è cultura

[Foto di Paul Gilmore da Unsplash.]

Cosa intendiamo più propriamente quando ci riferiamo ad un paesaggio? Un paesaggio è il segno tangibile e durevole della progettazione, del lavoro, della coltivazione e formazione di un territorio; nel paesaggio si trasfonde lo “spirito” di una comunità in un certo tempo, i suoi valori, le sue occupazioni e preoccupazioni, i fini immediati e remoti per i quali lo si è trasformato, mantenuto, alterato o cancellato. Però un paesaggio non permane nel tempo, infatti evolve in relazione al mutare dei motivi e dei bisogni siano essi materiali o psicologici -, al mutare del senso che gli uomini danno al loro vivere, alla loro idea di felicità. Un paesaggio esprime dunque un’identità? Sì, però nella misura in cui favorisce un’identificazione, ovvero mi identifica, mi rappresenta. Nel momento in cui mi riconosco in esso, quel paesaggio è anche espressione della mia identità, è mio non perché lo domino ma in quanto lo abito ed esso nel contempo abita in me. Solo dopo aver dato un’identità al paesaggio possiamo dire di ricevere, anche, un’identità.

Questo è un passaggio di una bella riflessione di Giovanni Widmann, docente di filosofia e storia a Cles (Trento), intitolata Il paesaggio è cultura e pubblicata nel sito di Mountain Wilderness. Riflessione bella perché condensa alcuni dei concetti fondamentali sul tema del paesaggio esprimendone la sostanza in modo chiaro, rimarcando l’importanza ineludibile del valore culturale di esso per chiunque vi interagisca, sia esso abitante permanente, residente temporaneo o visitatore occasionale. Noi “creiamo” il paesaggio e, di rimando, il paesaggio crea noi: questa relazione è tra le più essenziali alla base del nostro stesso essere “civiltà” che abita il mondo – l’abitare è la prima forma di civilizzazione, in fondo – e la sua conoscenza è uno degli elementi culturali primari per dare sostanza alla nostra civiltà, oltre che per salvaguardare il mondo stesso e la bellezza dei suoi paesaggi.

Ringrazio di cuore Filippo Macchi per avermi segnalato il testo di Widmann – che potete leggere nella sua interezza qui – e per aver indirettamente (ma non troppo) “ispirato” questo mio articolo.

Regressi viabilistici

Vista a posteriori, la gara Parigi-Vienna rappresentò il clou della breve tradizione delle corse su strade europee. Il percorso del 1902 coincideva quasi del tutto con l’attuale E54 da Parigi a Belfort ed E60 da Belfort a Vienna. Il vincitore, Marcel Renault (categoria auto leggere), concluse la corsa in poco più di 15 ore e 47 minuti. Il tracciato comprendeva un tratto svizzero dove non era permesso tenere velocità elevate. Secondo i moderni navigatori satellitari occorrono oggi 25 ore e 8 minuti per fare lo stesso tragitto su strade secondarie, considerando i limiti massimi di velocità. Se si sottraggono cinque ore per intoppi e fermate ai semafori, più di cent’anni fa Renault impiegò mezza giornata in meno di un qualsiasi automobilista che oggi eviti le autostrade.

(Mathijs DeenPer antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa, Iperborea, 2020, pagg.395-396. Cliccate sull’immagine per leggere la personale “recensione” del libro.)