Una “alleanza” deleteria tra città e località montane, su “L’AltraMontagna”

Inizio la mia collaborazione con “L’AltraMontagna” con un articolo nel quale, al solito, cerco di offrire un punto di vista meno ordinario possibile sui temi che caratterizzano la realtà della montagna contemporanea. In tal caso partendo dalle città, che sempre di più si ritrovano “alleate” con le montagne non per come molti auspicherebbero cioè secondo i princìpi della “metromontagna” ma in un modo invece piuttosto inquietante: nell’allontanare i propri abitanti per fare spazio, in entrambi i casi, al turismo degli affitti brevi e agli immobiliaristi più spregiudicati, con conseguenze alquanto deleterie per l’identità dei luoghi e il benessere di chi ancora li vive. Così, se i centri storici di città come Venezia e Milano hanno sempre meno abitanti e sempre più alloggi AirBnB, sulle Alpi italiane vi sono località nelle quali nove case su dieci sono residenze di villeggiatura e alloggi turistici, per buona parte dell’anno “letti freddi”, nel mentre che lo spopolamento continua irrefrenabile nonostante il turismo – ovvero proprio per sua causa, appunto.

Per leggere l’articolo cliccate sull’immagine qui sopra. Buona lettura!

Il Lago Bianco del Gavia su “Il Dolomiti”

Ancora una volta (a che volta siamo arrivati?) grazie di cuore a “Il Dolomiti per l’attenzione che riserva alle mie considerazioni sulle tante questioni – a volte positive, più spesso no, purtroppo – che compongono la realtà della montagna contemporanea. Sempre con la speranza di contribuire alla crescita della sensibilità diffusa nei confronti di essa, quanto mai inestimabile per tutti quanti.

Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.

La sospensione “ufficiale” dei lavori al Lago Bianco del Gavia: una vittoria importante (forse)

Solo pochi giorni fa, finalmente, il Comitato “Salviamo il Lago Bianco” che sta lottando per la difesa del meraviglioso bacino naturale posto sul Passo di Gavia e del territorio circostante dal criminale (non mi viene che definirlo così) progetto di posa delle tubature per le quali il lago sarebbe trasformato in un mero serbatoio di alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva, in piena area di massima tutela ambientale del Parco Nazionale dello Stelvio, ha ottenuto il documento che impone lo stop formale al dissennato cantiere, disposto in data 11 ottobre 2023 dal Direttore del Parco Franco Claretti e del quale avevo scritto qui. Il documento lo potete leggere cliccando sulle immagini qui sotto. Uno stop peraltro non spontaneo ma giunto a seguito della diffida legale a interrompere il cantiere per la posa delle tubature depositata dallo stesso Comitato con le firme di CAI LombardiaMountain Wilderness Italia, il Comitato Civico Ambiente di Merate ed il Comitato Attuare la Costituzione. Per saperne di più al riguardo potete leggere quanto dichiarato dal Comitato “Salviamo il Lago Bianco” sulle proprie pagine social, cliccando qui.

Senza dubbio si tratta di una prima importante vittoria a favore della tutela del Lago Bianco e contro la prepotente devastazione che ha dovuto subire negli scorsi mesi, la cui illegittimità è ora direttamente certificata dal documento ottenuto. Di contro, non si può non constatare che si tratta ancora di una vittoria parziale e incerta: innanzi tutto perché la sospensione dei lavori è giunta dopo aver causato al Lago e alle sue rive danni già profondi in forza delle escavazioni, delle perforazioni, della perdita di liquidi inquinanti nell’aera del cantiere, della distruzione del terreno e delle sue fasce vegetative superficiali – in un luogo, ribadisco, che i regolamenti vigenti del Parco Nazionale dello Stelvio avrebbero dovuto tutelare integralmente. Non si potrebbe toccare nulla, al Lago Bianco, e invece è stato devastato tutto, con il tacito consenso del Parco oltre che degli Enti Pubblici mandatari dei lavori – Comune di Valfurva e Regione Lombardia – e nel silenzio degli altri soggetti amministrativi operanti sul territorio. Una vergogna inaccettabile, senza alcun dubbio.

In secondo luogo, la vittoria è parziale perché purtroppo la cronaca dimostra, con numerose evidenze, che non c’è da fidarsi di quanto viene affermato, anche pubblicamente e pur attraverso documenti formali e formalmente ufficiali, dagli enti pubblici di questo nostro bizzarro paese. I lavori sono sospesi, non soppressi e/o aboliti: potrebbe andare così, ma potrebbero pure riprendere per chissà quale ulteriore bieca mossa politico-amministrativa. D’altro canto i lavori sarebbero stati comunque materialmente sospesi, vista la stagione invernale che li rende impossibili, e qualcuno paventa che quello messo in atto sia solo un tentativo di confondere le acque, lasciar passare i mesi invernali, far calare l’attenzione sulla questione e così, nella prossima primavera, riaprire il cantiere e finire i lavori prima che l’attività di contrasto si rimetta in moto e agisca al riguardo.

Peraltro, a riprova di tutto ciò, proprio a pochi km dal Gavia ovvero a Bormio (Comune a sua volta coinvolto nei lavori al Lago Bianco), la famigerata, contestatissima “Tangenzialina dell’Aluteè stata formalmente sospesa nel suo iter burocratico lo scorso agosto per poi essere resuscitata e autorizzata poche settimane fa, con una plateale giravolta da voltagabbana olimpici (!) degli enti politici coinvolti che ha tanto sconcertato quanto indignato tutti, alimentando di conseguenza la diffidenza al riguardo.

Insomma, a fronte dell’importante risultato raggiunto, non si può che concordare con quanto scritto dal Comitato “Salviamo il Lago Bianco” sui social a commento del documento ottenuto, cioè che se da un lato «le varie e sterili rassicurazioni ricevute diverse volte dagli enti pubblici coinvolti non possono essere considerate attendibili e che, come nel 2005, non ci accontentiamo della cantilena “ci sono tutte le autorizzazioni, state tranquilli”», tipica degli enti pubblici che hanno numerosi scheletri nei loro armadi istituzionali, dall’altro che lo stop ai lavori è «comunque assolutamente tardivo e parziale dato che non entra nel merito delle infinite difformità rilevate al cantiere né delle altrettanto numerose storture dell’iter autorizzativo, ma pone lo stop unicamente a causa dello sversamento di reflui sconosciuti in habitat protetto».

C’è ancora molto lavoro da fare e, temo, molte battaglie da sostenere per difendere e salvare il Lago Bianco: ma sono certo che un caso del genere, così grave, sconcertante e talmente emblematico, continuerà a sensibilizzare sempre più appassionati di montagne e persone dotate di buon senso civico e a far confluire un sostegno crescente al lavoro del Comitato e di qualsiasi soggetto che si adopererà per salvaguardare il lago e il suo meraviglioso oltre che inestimabile paesaggio alpino.

Lassù, a vegliare il lago ora che l’inverno se lo tiene stretto nel proprio gelido abbraccio (speriamo il più a lungo possibile), restano gli abitanti del suo mondo come il bellissimo ermellino fotografato dall’amico Simone Foglia (è sua anche l’immagine in testa al post, entrambe tratte dalla sua pagina Facebook). Di lui ci si può certamente fidare, avrà a cuore le sorti del Lago Bianco ben più di tanti deludenti esseri umani.

P.S.: tutti gli articoli che ho scritto negli ultimi mesi sulla questione del Lago Bianco li trovate qui.

Le “montagne” dello sci alpino, oggi

Lungo le piste da sci di una nota località delle Alpi Italiane, lunedì 18 dicembre 2023, 2050 m di quota.

Affollamento come in centro città all’ora di punta.
Musica a palla come in un disco bar della riviera romagnola.
Neve che si scioglie e gocciola dal tetto come fosse aprile.
Senza contare il costo dello skipass, quanto la paga di un’intera giornata di lavoro.

Questa è la realtà dello sci alpino contemporaneo. Che piaccia o meno.

«E le montagne?» vi chiederete. Non pervenute, almeno quelle vere.

P.S.: no, non è una critica, in senso generale, ma una mera constatazione di come stanno le cose. Si può essere d’accordo oppure no, ribadisco, ma di certo ritenere che questa sia “montagna” è quanto meno bizzarro, se non del tutto (o quasi) fuori luogo. Letteralmente, già.

Se i parchi nazionali e le riserve naturali sono scatole vuote (in Lombardia soprattutto)

[Foto di Fabio Scola, tratta dalla pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco (Passo Gavia)“.]
La vicenda del disastro ambientale al Lago Bianco del Passo di Gavia, insieme a numerose altre, ha reso chiaro a chiunque come in molti (troppi) casi – e soprattutto in quello del Parco Nazionale dello Stelvio Lombardia – gli enti istituzionali di protezione della Natura siano ormai delle scatole vuote, deprivate di molte delle loro facoltà di tutela per diventare soggetti politicizzati strumentalmente funzionali ad altri scopi, sovente poco affini alla loro missione originaria quando non nettamente antitetici, come appunto ha dimostrato la questione del Lago Bianco. E non è solo un problema della Lombardia, ovviamente.

D’altro canto, che in Lombardia – per restare nell’ambito esemplare sul quale sto disquisendo – tale decadenza sia stata strategicamente indotta nel corso degli ultimi anni lo si evince non solo dalla gestione politica degli enti e, a monte, dalle nomine che ne sono la fonte, ma anche dall’andamento della dotazione economica destinata ai parchi naturali. Infatti, come ha denunciato Federparchi Lombardia lo scorso febbraio,

I trasferimenti per la sola spesa corrente assegnati ai parchi da Regione Lombardia sono passati da 13,5 milioni del 2010, agli attuali 6,5 milioni, con una riduzione superiore al 50%. Se lo rapportiamo alla popolazione della Lombardia, che supera i 10 milioni di abitanti, il contributo che Regione assegna ai parchi per la gestione in parte corrente equivale a 0,60 euro pro-capite.

Capite bene che, se anche per un bizzarro paradosso le aree naturali lombarde fossero politicamente ben gestite, le sempre più esigue risorse ne farebbero comunque degli enti svuotati di forza e di capacità, totalmente inadeguati a portare avanti nei territori di competenza un’efficace opera di tutela naturale e ambientale. Purtroppo, il suddetto paradosso non c’è, e in Lombardia i parchi sono mal gestiti politicamente, ambientalmente e finanziariamente: un connubio letale, non solo per gli enti in sé quanto soprattutto per i territori protetti – e, ribadisco di nuovo, la parossistica vicenda del Lago Bianco lo dimostra perfettamente.

A fronte di ciò, che la Lombardia poi si vanti pubblicamente di essere «terra di aree protette» vantandosi sui media dei suoi tot parchi regionali, tot riserve naturali statali e tot regionali, tot parchi locali di interesse sovracomunale eccetera, o di puntare «all’obiettivo posto dalla Comunità Europea che prevede il raggiungimento del 30% del territorio protetto entro il 2030» per poi privare tale territorio protetto delle risorse necessarie e dunque della facoltà di tutelare concretamente il proprio patrimonio naturale, è solo purissimo, cristallino, ignobilissimo oltre che pericoloso green washing istituzionale. Non si può pensarla diversamente, al riguardo.