
Già me lo notasti –
Volevi andare via,
Già me lo dicesti:
«E’ giunta l’ora, e così sia!»Ma non capisti che dagli altri ero diverso –
Tu pensasti «egli crede che io sia la sua dimora!»,
Io succube vassallo, tu mia signora
A comandare il gioco sì perverso.Ma in fondo che sei tu – semplice candida lacchè del tempo!
Conosco il tuo segreto, il trucco della tua bellezza:
Non io che vivo in te ma tu in me – perpetuamente!Che dici? Ora insisti, vuoi restare, non mi dai scampo?
Prego, resta pure – orsù, non ti rinfaccio niente,
O dolce, ingenua giovinezza!
(Un tempo ne scrivevo anch’io parecchia, di poesia – questa sopra riportata si intitola La Rivalsa, appunto -, e a volte me la pubblicavano pure. Poi qualcuno, a fronte di ciò, un giorno mi disse: «Ah, ma allora tu sei un poeta!» “Poeta”, io? – chiesi a me stesso rimanendo sconcertato e intimorito da tale evenienza. Poeta no, poeta è troppo, una cosa troppo grande, troppo alta, e la poesia una materia troppo preziosa e delicata da maneggiare con autentico merito, quantunque l’abbia studiata a fondo per anni… no, è troppo difficile essere un vero “poeta”, i veri poeti sono grandissimi letterati che hanno acquisito la dote di maneggiare la forma più nobile e sublime di letteratura, non posso esserlo, io, non ne sono in grado.
Ora, non dico che per tali riflessioni di poesia non ne abbia più scritta, ma quasi.)



