La rivalsa (della poesia)

Christian Schloe, “The poet”

Già me lo notasti –
Volevi andare via,
Già me lo dicesti:
«E’ giunta l’ora, e così sia!»

Ma non capisti che dagli altri ero diverso –
Tu pensasti «egli crede che io sia la sua dimora!»,
Io succube vassallo, tu mia signora
A comandare il gioco sì perverso.

Ma in fondo che sei tu – semplice candida lacchè del tempo!
Conosco il tuo segreto, il trucco della tua bellezza:
Non io che vivo in te ma tu in me – perpetuamente!

Che dici? Ora insisti, vuoi restare, non mi dai scampo?
Prego, resta pure – orsù, non ti rinfaccio niente,
O dolce, ingenua giovinezza!

(Un tempo ne scrivevo anch’io parecchia, di poesia – questa sopra riportata si intitola La Rivalsa, appunto -, e a volte me la pubblicavano pure. Poi qualcuno, a fronte di ciò, un giorno mi disse: «Ah, ma allora tu sei un poeta!» “Poeta”, io? – chiesi a me stesso rimanendo sconcertato e intimorito da tale evenienza. Poeta no, poeta è troppo, una cosa troppo grande, troppo alta, e la poesia una materia troppo preziosa e delicata da maneggiare con autentico merito, quantunque l’abbia studiata a fondo per anni… no, è troppo difficile essere un vero “poeta”, i veri poeti sono grandissimi letterati che hanno acquisito la dote di maneggiare la forma più nobile e sublime di letteratura, non posso esserlo, io, non ne sono in grado.
Ora, non dico che per tali riflessioni di poesia non ne abbia più scritta, ma quasi.)

La poesia richiede passione, sempre

È sempre più raro incontrare appassionati di poesia contemporanea che si impegnino a leggere, a capire, a indagare, a presentare e talora illustrare le ragioni e i temi che caratterizzano singole voci poetiche dei nostri giorni. I poeti viventi in genere o vengono assillatamente invocati come vati e maestri di grande valore morale, etico ed espressivo, oppure incasellati nella tutt’altro che invidiabile e desiderabile vasta, grossa, grassa, casella del poetume nostrano. Qualcuno gode anche il favore di oscillare fra l’uno e l’altro polo, a seconda del metro di chi giudica e sentenzia. Spesso i critici di poesia sono giocatori in campo, spadroneggiano con le loro scelte e indicazioni, spalleggiano poeti e reti di poeti che incarnerebbero esperienze e quel coraggio unico che oggi ovviamente si può riconoscere soltanto a chi piace loro. Raramente si incontrano veri appassionati che della poesia sono anzitutto innamorati, anzitutto attratti e vinti, anzitutto discepoli, ma senza avere alcuna celata ambizione, un giorno, di essere conclamati poeti.

Così Tiziano Fratus introduce il proprio articolo Della fragilità umana ed animale che si incontra facendo poesia dedicato agli ultimi libri sull’essere poeta e sul fare poesia oggi – riassumo molto, per rapidità e chiarezza immediata – di Elisabetta Motta (leggete il resto dell’articolo per conoscerli), uscito su Il Manifesto lo scorso 17 gennaio. Parole che, anche al di fuori del contesto a cui sono dedicate, risultano alquanto illuminanti circa lo stato della poesia contemporanea in Italia, tanto invocata a parole quanto ignorata nella “pratica” (editoriale e non solo), maneggiata con vero merito da pochi e manipolata con gran demerito da pochi, bistrattata nelle librerie quasi come fosse un genere proibito quando invece – non bisogna dimenticarlo – è l’ambito letterario più alto e nobile che vi sia, la scrittura nella sua forma più piena e assoluta. Per questo necessitante di letture, indagini e comprensioni ricche di autentica passione ancor prima e più che di matrici critiche e analitiche, come sostiene Fratus. Purtroppo ormai pratiche rare, appunto, sovente proprio (e paradossalmente) in chi scrive “poesia” e ama definirsi “poeta” – si notino le virgolette. Ecco.

Scegliere i politici in base ai libri che leggono

Per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra. Credo che a un potenziale padrone dei nostri destini si dovrebbe domandare, prima di ogni altra cosa, non già quali siano le sue idee in fatto di politica estera, bensì che cosa pensi di Stendhal, Dickens, Dostoevskij. Già per il fatto che il pane quotidiano della letteratura è proprio l’umana diversità e perversità, la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana. Come polizza di assicurazione morale, quanto meno, la letteratura dà molto più affidamento che non un sistema religioso o una dottrina filosofica.


Parole di Iosif Brodskij, dal discorso di accettazione del Premio Nobel per la Letteratura assegnatogli nel 1987. Il brano è tratto da Per amore del mondo. I discorsi politici dei Premi Nobel per la Letteratura, a cura di Daniela Padoan, Bompiani, 2018 (cliccate sulla copertina qui accanto per saperne di più). Ovvio (o forse no) rimarcare che quanto asserito dal grande poeta russo è, per quanto mi riguarda, una verità più che sacrosanta alla quale credo fermamente. Anche per questo, in effetti, non credo invece per nulla alla politica contemporanea e a nessuno dei suoi esponenti.

I poeti e gli artisti possono ancora cambiare il mondo?

I poeti oggi sono necessari più di ogni altra cosa a questo mondo. Perché la forza delle loro operazioni risiede nella capacità di sganciarsi dalla norma per poter osservare un sistema disfunzionale attraverso codici linguistici e decodificazioni necessarie, diverse, per riallacciare un rapporto tra l’etica e l’identità umana e per rammentare a tutti noi le straordinarie evoluzioni sancite dal genere umano, ormai lontano dall’uomo preistorico, ancestrale corridore e lanciatore, promotore di violenza in mancanza di altre virtù.

(Lucrezia Longobardi in Messaggeri del XXI secolo, su Artribune Magazine #44)

Christoph Büchel, Prototypes, Messico, 2018. (tratto da Artribune).

Nel sottotitolo all’articolo dal quale traggo la citazione, Lucrezia Longobardi chiede: “In un’epoca sempre più dominata dal razzismo, dalla xenofobia e dalla necessità di innalzare muri insormontabili, i poeti e gli artisti hanno qualche chance di cambiare lo scenario?“. Dal mio punto di vista la risposta – lapalissiana, per lo scrivente – è . Con un’aggiunta necessaria: i poeti e gli artisti devono poter e saper cambiare lo scenario ovvero il mondo contemporaneo. Credo stia qui il discrimine tra la salvezza del nostro mondo – quella salvezza derivante dalla celeberrima bellezza dostoevskijana, sempre valida, anzi, sempre di più – e la sua rovina definitiva, dalla possibilità delle arti di continuare a trainare il progresso intellettuale, culturale e sociale del genere umano, anche attraverso la costante generazione di punti di vista differenti e innovativi sulle realtà del mondo.

È una questione, dunque, di saper fare ciò così come di poterlo fare, cioè di godere della libertà di farlo. Causa/effetto l’una cosa dell’altra, condizione indispensabile all’evoluzione della nostra civiltà. Altrimenti, appunto, la più nefasta sorte è giusto dietro l’angolo, ben più prossima di quanto si possa ritenere.

Il “naturale”, nella scrittura, è tutto artificio (Giorgio Linguaglossa dixit)

(René Magritte, “La chiave dei campi” (“La clef des champs”), 1936.)

Ciò che appare «naturale» in fatto di stile, nasconde spesso l’artificio. In arte, e nella scrittura in particolare, non v’è nulla di «naturale» né di ovvio, la naturalità ha le sue radici in un profondo lavoro di scavo e di progetto artistico.

(Giorgio Linguaglossa dissertando della poesia di Guido Galdini su L‘Ombra delle Parole. Rivista Letteraria Internazionale, luglio 2016.)

Linguaglossa ha ragione in ciò che afferma, senza dubbio: in fondo anche l’arte più istintiva deve avere un progetto alla base per assumere peculiarità artistiche. Di contro, tuttavia, nel progetto artistico e nel relativo scavo si va (si deve andare) inevitabilmente a fondo della propria natura, arrivando pure – se si è particolarmente abili – a toccarne il nucleo più sostanziale e intimo, lì dove “naturale” e “artificiale” trovano la stessa sorgente essenziale. Dunque, posto ciò, il vero scrittore, cioè quello veramente bravo, è colui che sa progettare il naturale e sa rendere naturale l’artificio, al punto da congiungere tali due elementi in origine antitetici in un “super-elemento” pienamente artistico, dacché pienamente in grado di narrare la realtà e la verità di essa, che sempre sono fatte di naturalità e di artificialità in un modo che, il più delle volte, solo l’arte sa distinguere.

(Grazie a Katia Olivieri, dalla cui pagina facebook ho tratto la citazione.)