Un omaggio prezioso a “Il miracolo delle dighe”

Non so se Cesare Martinato – maestro della fotografia di paesaggio in bianco e nero (e non solo di quella) – abbia già letto Il miracolo delle dighe, il mio ultimo libro. Perché ha voluto “omaggiarlo” (grazie di cuore!) con l’immagine che vedete qui sopra, scattata sul coronamento della diga dell’Albigna in Val Bregaglia (Canton Grigioni, Svizzera), quasi che sapesse che di questa diga ne ho scritto nel libro. D’altro canto è una delle dighe più spettacolari di questa regione delle Alpi e, io credo, tra quelle che ha contribuito a sviluppare in me la curiosità e l’interesse nei confronti di tali gigantesche opere con cui l’uomo ha emblematicamente conquistato e trasformato il paesaggio delle terre alte.

Ricordo quando in macchina con mamma e papà diretti in Engadina per una domenica di sci – da turisti domenicali, sia chiaro, non da miliardari frequentanti il jet set che anima Sankt Moritz! – si giungeva lungo la strada verso il Maloja in vista del grande muro scuro (è soprannominata la «diga di cenere», lo spiego nel libro), lassù in alto a destra, incastrata tra le vette granitiche dell’Albigna e sul ciglio di un alto burrone al punto da temere che potesse scivolare a valle da un momento all’altro provocando chissà quale disastro… Ricordo, dicevo, che la osservavo a lungo dai finestrini dell’auto che percorrendo la strada del Maloja ne offriva visuali continuamente diverse, intimorito e al contempo affascinato, immaginando di percepire la forza che metteva il suo corpo di calcestruzzo nel trattenere le acque del lago alle spalle ma pure la spinta di queste contro il suo paramento e l’equilibrio leggero e precario eppure indispensabile tra le due che consente alla diga e al suo lago di restare lassù, risolutamente immobile nel suo compito di tenuta a 1000 metri dal fondovalle della Bregaglia, presenza intrigante – seppur per qualcuno inquietante – divenuta nel tempo icona referenziale del luogo, una delle dimore del suo Genius Loci, elemento del paesaggio e della relazione degli abitanti con il territorio.

Comunque, appunto, quella dell’Albigna è una diga che sa raccontare molte storie, interessanti e affascinanti, delle quali potete leggere nel libro, se vorrete. Nel frattempo io mi godo la fortuna di avere conoscenze così preziose come quella di Cesare, dalle quali sapere di poter imparare sempre qualcosa è una certezza benefica e ineludibile.

Per saperne di più sul libro, invece, cliccate qui sotto:

Una cartolina dal Passo del Bernina (quello vero)

Da grande appassionato di geografia sotto ogni punto di vista – disciplina fondamentale da conoscere e da apprezzare per il mio lavoro di studio sul paesaggio, inutile rimarcarlo – sono particolarmente affascinato da quei luoghi “minimi” che, nell’esiguo spazio che li caratterizza, rappresentano un cambio “massimo” di dimensione geografica, il punto di contatto tra due “versanti” non solo di un monte ma di un continente intero, ma per tali peculiarità restando pressoché ignoti ai più.

Uno di questi luoghi è il Passo del Bernina, in Svizzera, non lontano dal confine italiano e dalla Valtellina. Innanzi tutto quello che tutti credono il “passo”, ovvero il valico dal quale transita la strada percorsa dalle automobili – uno dei percorsi turistici più frequentati delle Alpi – non è il vero Passo del Bernina. Il valico stradale in realtà scende in una valle laterale, la Val Laguné, che solo più in basso si ricongiunge al solco principale della Val Poschiavo che caratterizza il versante meridionale del passo. Il vero Bernina Pass è invece la stretta striscia di pascolo erboso che divide i due laghi che caratterizzano la sella, il Lej Alv (Lago Bianco) e il Lej Neir (Lago Nero), idronimi in lingua romancia (nella variante ladin putér parlata in alta Engadina) che segnalano la differente tonalità delle acque, sulle cui rive transita la linea ferroviaria del celeberrimo “Trenino Rosso del Bernina” (ovvero la Ferrovia Retica, il suo vero nome), altra attrazione turistica di fama mondiale. Ciò anche se, in effetti, dal punto di vista geomorfologico si può considerare “Passo del Bernina” l’intera ampia sella compresa tra il gruppo montuoso omonimo e quello a nord est che ha la sua massima sommità nel Piz Languard – lo rimarco per i geografi più meticolosi.

Fatto sta che quei 100 metri scarsi (vedi qui sopra) di erba tra un lago e l’altro non separano solo il bacino dell’Engadina da quello della Valtellina (della quale la Val Poschiavo è una laterale), non dividono solo l’area elvetica-germanofona da quella italofona e culturalmente italiana, ma in verità fendono il continente europeo in due. Infatti, le acque che defluiscono dal Lej Alv / Lago Bianco scendono verso la Valtellina, dunque nell’Adda, quindi nel Po e poi nel Mar Mediterraneo, per il cui bacino il Mar Adriatico rappresenta un braccio secondario; le acque che defluiscono dal Lej Neir / Lago Nero, invece, scendono in Engadina e vanno nell’Inn, poi nel Danubio e dunque nel Mar Nero. Per allargare ancor più lo spettro geografico immaginifico, potrei anche dire che l’acqua del Lago Bianco finirà per bagnare l’Africa, quella del Lago Nero bagnerà l’Asia.

In buona sostanza, se passeggiate a piedi lungo l’esigua striscia di terra tra i due laghi, potete tranquillamente dire di essere in mezzo a un intero continente se non a un’ampia parte di mondo!

Un luogo “minimo” ma veramente speciale, insomma, ancorché ignorato in queste sue doti da chiunque o quasi transiti da quelle parti. D’altro canto posso comprendere il disinteresse al riguardo, vista la grande bellezza alpina offerta dal territorio d’intorno, delle imponenti vette e dai ghiacciai del gruppo del Bernina, dalla meravigliosa valle omonima che scende verso l’Engadina e porta a Sankt Moritz o di quella opposta e altrettanto bella che transitando da Poschiavo porta in Italia, dalle altre montagne sovrastanti… Un territorio alpino tra i più mirabili nel quale c’è di che lustrarsi gli occhi e infervorare l’animo, ma pure così geograficamente “potente” da… scindere in due l’Europa!

N.B.: e poco lontano c’è un altro minimo ma fondamentale “luogo-fulcro” del continente europeo, sul quale ho scritto qui.

Una cartolina dal Piz Lunghin

[Foto di Tiia Monto, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
N.B.: il Piz Lunghin, montagna grigionese alta 2780 m e dunque non tra le più importanti di questa regione delle Alpi, è di contro considerata il centro idrografico d’Europa. Infatti il Piz Lunghin è formato da tre versanti principali che sovrastano a Sud la Val Bregaglia, a Est l’Alta Engadina e a Nord l’Albula: la pioggia che cade sulla montagna, se fluisce verso la Val Bregaglia attraverso il Maira, il Lago di Como, l’Adda e il Po finisce nel mar Mediterraneo, se scorre verso l’Alta Engadina tramite l’Inn e il Danubio giunge al mar Nero, se scende verso l’Albula alimenta il Reno e confluisce nel Mare del Nord ovvero nell’Oceano Atlantico.