Fare lo scrittore è una faccenda sospetta

Una volta una signora domandò ai miei bambini che stavano giocano per strada che cosa facesse il loro papà, quale fosse la sua professione, e la risposta fu: «Racconta storie». La signora rimase sconcertata. A ragione. A Neuchâtel erano gli insegnanti, o altre persone serie, che si dilettavano di scrittura, e solo come passatempo. Che io facessi soltanto lo scrittore era una faccenda sospetta.

(Friedrich Dürrenmatt, La Valletta dell’Eremo, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2002, traduzione e cura di Donata Berra, pagg.28-29.)

Dunque, anche uno dei più grandi scrittori europei del Novecento subì quell’atteggiamento di disprezzo verso la produzione professionale di cultura, così tipico di certi benpensanti, che continua tutt’oggi ed anzi va crescendo in forza di quella tragicamente celebre affermazione per la quale “con la cultura non si mangia”: evidentemente un retaggio conformista avente antiche radici nello stesso concetto di “potere”, io temo – lo stesso Panem et circenses d’epoca romana agiva sullo stesso principio. Il potere, insomma, da sempre foraggia buffoni e cialtroni d’ogni sorta, giammai pensatori e creativi culturali. Troppo “pericolosi”, questi. Ma come lo stesso Dürrenmatt insegna (nel libro citato, ad esempio), è bene disprezzare senza indugio quel disprezzante perbenismo, anche solo ignorandolo totalmente e restando da esso il più lontano possibile: c’è molta più onestà (intellettuale e non solo) e molta meno finzione in chi racconta storie anche inventate sui libri che in quei conformisti intellettualmente deformati che credono di poter dominare la realtà per chissà qual “unzione divina” – o per ben più terrena e ipocrita arroganza. Ecco.

“Dentro Magritte”, ma fuori dall’arte

Avevo sentito più volte parlare di eventi multimediali nei quali, grazie alle possibilità offerte dalle tecnologie contemporanee della realtà virtuale e aumentata, si offrono “esperienze” immersive nelle opere d’arte, animando le stesse grazie a maxischermi, touch screen, visori 3D e quant’altro di affine.
Volendo capire meglio la realtà di tali eventi, da grande appassionate dell’arte di René Magritte (ammirata più volte dal vivo) mi sono fatto attrarre e sono andato a visitare quello che la Fabbrica del Vapore di Milano dedica all’impareggiabile pittore surrealista belga, suggestivamente intitolata Inside Magritte.

Bene: Non voglio qui farvene un report o darvene un giudizio, come faccio in occasione di mostre “tradizionali”, proprio perché di mostra non si può parlare. Voglio invece riportarvi una primaria riflessione, in ogni caso ben esplicativa della mia posizione al riguardo.
A mio modo di vedere questi “eventi-emotion exhibitions” più o meno tecnologici e/o multimediali, basati su format di realtà virtuale (ossimoro quanto mai evidente, soprattutto in tema di arte e ancor più di pittura!) soffrono di un basilare e paradossale difetto. Mi spiego: si prefissano per propria mission culturale un obiettivo che potremmo definire “didattico”, cioè quello di affascinare il pubblico riguardo un certo artista e le sue opere raccontandolo attraverso le “affascinanti” nuove tecnologie, solo che, da un lato, l’appassionato che già conosce e apprezza l’artista in questione, avendone dunque maturato la conoscenza fruendo delle opere originali e delle relative analisi critiche, oltre che in base alla propria sensibilità (sapendo bene, per esperienza acquisita, che è nella relazione diretta tra opera artistica e fruitore che si genera la fondamentale attrazione dell’arte visiva), non troverà alcun maggior fascino nella virtualizzazione multimediale delle opere – anzi, potrebbe anche essere infastidito da una tal potenziale banalizzazione tecnologica, seppur creata con fini nobili; di contro, dall’altro lato, il neofita pressoché privo di esperienze museali che non conosce l’artista e le sue opere, non avendole nemmeno mai ammirate dal vivo, assiste a una rappresentazione di esse che rischia di risolvere da subito, sul posto, la potenziale esperienza didattica, vanificando il bisogno (ovvero la necessità) di relazionarsi direttamente con le opere. In parole povere: l’appassionato riterrà comunque sempre più bello vedere le opere d’arte dal vivo, il neofita crederà di conoscere l’artista e le opere, avendo vissuto siffatta “esperienza”.

C’è un evidente vizio di fondo, insomma, in questi eventi, che per certi versi li pone al di fuori della produzione culturale classica (ovvero avente anche fini didattici, appunto) non solo nella forma ma pure nella sostanza, e per altri versi (o forse per gli stessi versi di prima) li comprende nella categoria degli spettacoli ricreativi e d’intrattenimento, privi di autentiche valenze didattiche e culturali anche quando le rivendichino. L’unico loro valore starebbe nel sollecitare palesemente, all’interno dell’esperienza offerta, la fruizione diretta delle opere dell’artista multimedializzato: ma di queste sollecitazioni nell’evento di Milano non c’è traccia alcuna, diventando infine una sorta di giostra da tecno-luna park d’ispirazione artistica che può divertire in primis i bambini. Punto. Sperando, ribadisco, che gli stessi bambini abbiano poi genitori che li portino a visitare i musei e le mostre vere: resto convinto che il trovarsi di fronte dal vivo – per dire – un’opera come L’Empire des Lumières possa affascinare ed emozionare grandi e piccini, anche se nativi digitali, come oggi (e forse mai) nessuna tecnologia multimediale possa e saprà fare.

L’artista sostiene l’umano contro la società

L’attività dell’artista lo rende meno socialmente condizionato e più umano. È in tal caso che si dispone alla rivoluzione. La società si oppone all’anarchia; l’artista sostiene l’umanità contro la società; la società quindi lo minaccia come fosse un anarchico. Questa logica della società è difettosa, ma la sua intimazione di un nemico non lo è. Tuttavia, il conflitto sociale con la società è un ostacolo accidentale nel percorso dell’artista.

(Mark Rothko, citato da Robert Motherwell in Beyond the Estetics, su “Design 47” n. 8, aprile 1946, pagg.36-37)

(Mark Rothko with No. 7, autore sconosciuto, 1960. Photo credit: Estate of Mark Rothko.)

Ovvero: l’artista deve essere un rivoluzionario, fautore d’una “rivoluzione” a favore dell’umanità contro certe distorte e imprigionanti convenzioni sociali, a costo di essere poi tacciato (spesso in modo del tutto arbitrario) di antisocialità e anarchismo – due elementi che quelle convenzioni vedono come fumo negli occhi. Ma è normale che sia così e per certi versi è “logico”: in fondo, la società non vi si opporrebbe  – non ne avrebbe l’esigenza – se fosse già libera, emancipata, solidale… in una parola: umana. Come dovrebbe essere – proprio in quanto società di esseri umani – e come invece lo è sempre meno.)

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Ecco, mi auguro che vi piaccia.
Sennò è facile che m’intristisca, già.

La “Rotkho Room” della Tate Modern di Londra come esperienza spirituale

Se durante queste festività visiterete Londra, o in qualsiasi caso vi capiterà di andarci in futuro, “regalatevi” un’esperienza tra le più intense che si possano vivere – e non solo riguardo ai luoghi d’arte: la Rothko Room alla Tate Modern. La grande sala dedicata a Mark Rothko presso il celebre museo londinese contiene nove opere dell’artista lettone-statunitense, e offre un’esperienza che non esito a definire spirituale. Le grandi campiture di colore delle sue opere sembrano varchi cromatici non tanto verso diverse e inopinate dimensioni “altre” ma più verso l’interiorità di chi vi si trova innanzi, come se attraverso il colore riuscissero a rendere manifeste le profonde emozioni suscitate nel visitatore dalla relazione con le opere e, al contempo, sapessero colorarne degli stessi toni l’animo. Il visitatore si trova così non solo circondato ma in qualche modo avviluppato nelle opere di Rothko, vi si ritrova catturato in modo tanto ipnotico quanto soave, piacevole, riconosce nel colore una tangibilità trascendente, la rappresentazione immateriale eppure vividissima di un “ipermondo” apparentemente fatto di nulla – se non di colore – ma in verità ricolmo di tutto, ovvero di quanto può servire allo sguardo per appagare la mente e lo spirito. Le nove opere della Rothko Room sono come altrettanti specchi, in fondo: stando al centro della stanza è come se vi si venisse riflessi in nove modi differenti ma a riflettersi non è la nostra figura, è la parte interiore, è il nostro io più intimo, profondo e unico.

Per questo l‘arte di Rothko è tanto spirituale, e la Rothko Room della Tate Modern così simile a un luogo sacro. “Sacro” d’una sacralità che trova la propria ragion d’essere, e il proprio senso precipuo (che quasi nulla ha a che vedere con l’accezione ordinaria del termine), nella parte più intima del visitatore, appunto – se il visitatore è capace, almeno in questo frangente, di lasciarsi guidare principalmente dai sensi, di fare che sia l’animo a elaborare la visione recepita dallo sguardo più che la mente, e di saper concepire che una apparentemente “semplice” macchia di colore possa in realtà contenere e rappresentare un mondo intero e tutte le altre sue “coloriture”. La contemplazione che si genera in fronte alle opere è istintiva proprio perché ci si riconosce in esse e parimenti vi si riconosce un qualcosa di sovrumano, di ultraterreno, certamente sfuggente al normale raziocinio ma pure inspiegabilmente vivido.

Mark Rothko dimostra con la sua arte che la percezione umana sovente non abbisogna di troppi dettagli, è legata a elementi unici tanto più espressivi quanto più in grado di connettersi direttamente con il nostro spirito in un vero e proprio “matrimonio dei sensi” – come lo stesso Rothko sosteneva:

Probabilmente ci sono ancora così tante annotazioni che non riescono a spiegare i miei dipinti. La loro spiegazione deve sorgere da una profonda esperienza tra immagine e osservatore. L’apprezzamento dell’arte è un vero matrimonio dei sensi. E come in un matrimonio, se non viene consumato si giunge all’annullamento.

Insomma, andateci alla Tate Modern a visitare la Rothko Room. Ne vale la pena, anzi: vale da sé un viaggio a Londra, ve lo assicuro.

P.S.: per la cronaca, la Tate avrebbe potuto possedere molte più opere di Rothko, ma quando l’artista le offrì al museo, nel 1967, l’allora direttore Norman Reid le sottovalutò e rifiutò, eccetto proprio i nove dipinti che oggi sono esposti nella Rothko Room. Ai tempi le opere vennero valutate intorno ai 330mila dollari, oggi valgono circa 1,5 miliardi di sterline… (fonte: qui).