
Ah no, un attimo… chiedo scusa.
Stanno protestando per la sospensione del campionato di calcio.
Nonostante in questi giorni gli argomenti principali di discussione siano altri, già.
Ecco. Mi pareva.

Ah no, un attimo… chiedo scusa.
Stanno protestando per la sospensione del campionato di calcio.
Nonostante in questi giorni gli argomenti principali di discussione siano altri, già.
Ecco. Mi pareva.

Chiedo, eh!
Io però, sinceramente, spiace dirlo, un po’ di pena la provo per tutti questi poveri giornalisti costretti ogni “benedetto” giorno, inevitabilmente, inesorabilmente, ineluttabilmente, giorno dopo giorno, a dover riferire, scrivere e dissertare dei politici italiani e di ciò che fanno – di tutto ciò che di sostanzialmente meschino “fanno” e dicono… sempre, tutti i giorni, dover fare la cronaca delle loro “azioni”, degli eloqui e degli sproloqui e poi pure commentarci sopra inventandosi ogni volta qualcosa di nuovo, di gradito a quelli o al proprio direttore (ovvero a entrambi) oppure di disapprovante (e idem ma al contrario con il direttore)… Ben sapendo d’altro canto che quegli stessi giornalisti in molti casi, ove non costretti a sottostare a queste imposizioni redazionali, siano persone dotate di ben maggiori capacità narrative oltre che di lucidità intellettuale e altrettanta indipendenza di pensiero e d’opinioni. Doti invariabilmente soffocate – dacché pure francamente inutili – quando essi debbano redigere i propri monotoni, ridondanti, vacui (loro malgrado) articoli quotidiani.
A suo modo una vitaccia, insomma, considerando il livello infimo (e col tempo in costante degrado) del dibattito scaturente da quell’ambito politico nostrano. E pensare che una volta quello del commentatore politico – poi anche definito politologo, in modo piuttosto altisonante – era uno dei ruoli più illustri e ambiti nelle redazioni! Oggi invece, nella sostanza, equivale a quello d’un corrispondente di (mal)costume o d’un commentatore di spettacoli teatrali di bassissimo livello, costretti a riferire e arzigogolare di cose che il più delle volte risulterebbero vuote di senso persino per un giornaletto scolastico.
Ma invariabilmente gli tocca, visto come pare che sia un dogma teologico a imporre che gli organi di informazione debbano sempre e comunque occuparsi con gran profusione di parole, prima di ogni altra cosa seppur ben più importante, delle avventure di lorsignori politici!
Che pena, appunto… che pena.
I festeggiamenti da stadio che si sono potuti constatare sui media da parte di certi sindaci vittoriosi nelle recenti elezioni comunali, dopo le prime votazioni e i ballottaggi ove svoltisi, esultanze sovente ridicole o fuori luogo quando non sguaiate – si va dai mortaretti e dalle trombe ad aria, ai cori da ultras, fino ai tuffi dei sindaci eletti nelle fontane pubbliche o a casi limite come quello dell’immagine lì sopra – fanno capire perfettamente, e indubitabilmente, a quali livelli infimi sia ormai caduta certa “politica” anche in ambito locale ovvero a quali modelli comportamentali faccia riferimento e importi nell’attività amministrativa per affermare ed evidenziare la propria “egemonia” istituzionale.
E siccome, come frequentemente accade, dai comuni vengono pescati i futuri rappresentanti dei partiti da mandare ai livelli superiori, fino in Parlamento, capite bene come possa essere messa, l’Italia, al riguardo.
Alla fine, sul serio, io gli italiani che vanno a votare – che ancora ci credono, che ancora scelgono di dare fiducia a quei candidati, che ancora scorgono buone idee politiche e amministrative, o la parvenza di esse, che pervicacemente confidano che da tutto ciò possa scaturirne un reale e autentico sviluppo generale per il paese… beh, li ammiro. Sinceramente, non sono ironico (be’, l’immagine in testa all’articolo lo è ma senza alcuna malizia, sia chiaro).
Il diritto di voto nella forma di governo di una comunità sociale a rappresentanza politica è pratica intangibile, in una democrazia classica. Semmai, meno intangibile è che in una democrazia classica il diritto di voto comporti che una rappresentanza politica non garantisca una forma di governo efficace e proficua per il paese oltre che veramente rappresentativa, ovvio. Ovvero, come sostengono ormai in parecchi, che le trasformazioni politiche manifestatesi nel tempo non abbiano svuotato di senso l’atto della trasmissione del potere attraverso la pratica del voto – oppure ancora, per dirla in modo ancor più diretto, che la democrazia attuale sia propriamente ancora tale. Il che, appunto, non lede l’essenza e il valore del voto, ma senza dubbio, evidenzia la compromissione del suo criterio originario e degli effetti politici, in un circolo vizioso della cui realtà tutti diventano complici, dunque inevitabilmente tutti colpevoli. Sia ciò per scelta consapevole, sia per mera passività civica.