2025.02.06

(«Cos’è ‘sta roba?» Be’, cliccate qui.)

[Foto di Jeremy Thomas su Unsplash.]
Cielo ancora abbastanza limpido, nonostante una leggera velatura che forse anticipa il cambio delle condizioni meteo dei prossimi giorni.

Loki trotterella per il giardino in cerca dell’ultimo punto di minzione quotidiano.

Osservo una luce che pare appoggiata propri in vetta al Monte Tesoro. Che ci sia qualcuno lassù, a quest’ora? Forse è il frontalino di qualche astrofilo intento a fotografare il cielo?

No, non c’è nessuno.

Mi dilungo qualche attimo di più per osservare la luce, ovviamente una stella, nella sua lenta, regolare ascesa sopra la sommità del Tesoro, fino a che vi si eleva di qualche grado.

Rifletto che non sarebbe male tentare di armonizzare certe nostre cose alla velocità di movimento delle stelle nel cielo. Che è “lentezza”, certo, non velocità, ma forse è tale perché siamo noi ad andare troppo veloci, ben oltre un limite logico che illogicamente non sappiamo più determinare.

A partire proprio dal pensiero, ad esempio. Pensare rapidamente (perché si vive rapidamente) è sempre una dote?

Il tempo dell’uomo non è quello della Terra, che non è quello del cosmo. Ma se il tempo non esiste se non come moto, come rivela la fisica, alla fine forse è solo una questione di nostra percezione e interpretazione. Pensiamo che il moto delle stelle nel cielo sia molto lento e non capiamo che il nostro sulla Terra è troppo veloce. Per nostra comodità, in buona sostanza.

Ma siamo veramente “comodi”, così?

Ci devo provare, almeno per qualche momento, ad andare a tempo con le stelle nel cielo. Potrebbe essermi utile.

Buonanotte.

La parola Tempo non è venuta dal cielo, ma dalla bocca di un uomo.

(John Archibald Wheeler)

Un saluto a Orione, prima di dormire

[Il cielo di nord est come più o meno lo vedo da casa, in questo periodo.]
In queste sere di meteo ciclonico e di cieli finalmente limpidi – per me che abito in montagna – dopo le continue piogge di ottobre, l’uscita serale in giardino per l’ultima pipì del segretario personale (a forma di cane) Loki diventa anche una sorta di piccolo rito di saluto alla volta stellata e, in modo particolare, alla costellazione per eccellenza dell’inverno: Orione, il gigante che combatte contro il Toro, «la più potente delle costellazioni» secondo l’astrologo romano Marco Manilio.

All’ora in cui esco la vedo sorgere a nordest, maestosa, grandissima, brillantissima, con la spada appesa alla cintura (forse l’allineamento stellare, questo, più famoso e celebrato del cielo) che pare conficcata nel crinale montuoso che da quella parte chiude il mio orizzonte visivo e mi genera la fantasia che il ciclopico gigante stellare si sforzi, aumentando ancor più la sua luminosità (in verità perché rimanendo fuori al buio l’occhio acuisce la sensibilità visiva), di estrarre la lama per continuare la propria ascesa nel cielo, mentre con il suo scudo cerchi di ripararsi dalla luminosità del pianeta Giove, che in questi giorni brilla sopra di lui, e dall’altra parte dall’ammasso delle Pleiadi, uno dei più spettacolari del cielo.

[La regione celeste attorno a Orione nella Uranographia di Johann Elert Bode, del 1801.]
È un rito domestico banale – e funzionale ai bisogni di Loki, certamente – ma altamente suggestivo, che mi ricorda quanto sia non solo bello ma per molti versi necessario, per noi piccoli terrestri mortali, perdere lo sguardo e incantarsi il più spesso possibile nell’osservazione del cielo stellato e della sua infinità, così meravigliosa e inconcepibile da non poter essere nemmeno lontanamente compresa e per questo visione insuperabile di una vastità che si riverbera nella nostra mente e nell’animo aprendoli come non mai, facendoci per un attimo dimenticare di essere creature confinate quaggiù, su un piccolo pianeta tra miliardi di altri persi nel cosmo, e sognare di viaggiare in quell’infinito stellare apparentemente vuoto ma in realtà talmente pieno di bellezza da sembrare assolutamente denso di tutto.

[Immagine tratta da accademiadellestelle.org.]
Peccato che tante persone non coltivino più l’abitudine di osservare il cielo stellato e la sua bellezza, ancor più perché spesso impedite nel farlo dall’inquinamento luminoso delle nostre città (leggete “Cieli neri” della bravissima Irene Borgna, al riguardo) e da quello dell’aria che vela il cielo e offusca, quando non spegne, la luce di gran parte delle stelle (al riguardo date un occhio alla “Scala del cielo buio di Bortle”). Sono convinto da sempre che se si praticasse diffusamente l’osservazione del cielo, tutti quanti “praticheremmo” molto meglio anche la nostra vita quotidiana quaggiù sulla Terra. Il che potrebbe sembrare un paradosso, ma solo a chi, appunto, non sia più in grado di rendersi conto quanto sia bello perdersi tra le stelle. Anche in questo caso, d’altronde, è un perdersi necessario per poi ritrovarsi, e il cielo stellato permette di farlo senza nemmeno muoversi da casa – inquinamenti permettendo, ribadisco.

[Il cielo stellato sopra le Alpi del Salzkammergut, vicino Salisburgo in Austria. Foto di Felix Wegerer su Unsplash.]
Per cui, se potete, provateci: qualche minuto in meno sullo schermo dello smartphone, prima di dormire, per qualche minuto in più in giardino o sul terrazzo di casa col naso all’insù. Sembra una stupidaggine, una banalità, ma sono certo che vi sentirete molto meglio, e più sensibili alla bellezza che ci circonda – quella veramente che può salvare il mondo come nessun altra cosa – e che spesso non sappiamo più cogliere.

Incontri ravvicinati di molti tipi, nel bosco

C’è ormai una bella animazione dalle mie parti, in queste sere che profumano sempre più intensamente di primavera nelle quali io e il segretario personale (a forma di cane) Loki usciamo per la consueta sgambata attraverso i boschi e i prati adiacenti il nostro centro abitato. Con l’inverno che si decompone in un mero ricordo viepiù vago a ogni secondo di luce che sfrangia la notte e a ciascun decimo di grado Celsius guadagnato dalla temperatura da un giorno all’altro, di vita in giro ne troviamo parecchia… Sì, ma non umana: tassi in quantità, alcuni (giovani?) piuttosto confidenti, parecchie volpi sempre curiose fino a che non ritengano di esagerare, altrettanti scoiattoli, qualche riccio acquattato tra i cespugli (se non vi siano i tassi nelle vicinanze, i quali non disdegnano di inserirlo tra le portate del proprio menù), la ben più sfuggente faina e idem il ghiro, un capriolo che giusto ieri sera abbiamo sorpreso mentre curiosava in un parco giochi per bambini che confina col bosco, oltre ai vari rapaci notturni e alla presenza recondita eppure tangibile dei cinghiali, nel caso evidenziata al solito dai segni sui prati delle loro grufolate.

Basta che il fascio luminoso della pila frontale che mi porto appreso punti verso il buio del bosco per cogliere regolarmente diverse paia di punti luminosi, piccoli fanali che si mantengono a lungo fissi sulle nostre figure in movimento. A volte invece nel nero silvestre non scorgo nulla ma è Loki che di colpo si ferma e punta il naso verso il bosco, apparentemente (per me) osservando il vuoto: vi dirigo la luce della frontale, attendo qualche attimo ed ecco accendersi pure lì un altro paio di fanali luminosi. A volte sono occhi di gatti, quelli che per fortuna si mostrano ancora almeno un po’ selvatici e rifiutano di abbandonarsi definitivamente agli agi domestici e alle scatolette di cibo, ma con pari frequenza chi ci osserva è qualche rappresentante del regno animale silvestre, senza contare poi le presenze più furtive che preferiscono evitare pure il contatto visivo con noi restando celati nell’oscuro del bosco. E parimenti senza contare chi non si fa vedere ma si fa sentire: in effetti c’è anche un gran ciarlare selvatico che viene dal bosco in queste sere, versi di innumerevoli tipi, molti dei quali non riconosco, che in certi casi sembrano veramente rispondersi e ribattersi dibattendo animatamente, protestando, litigando o forse, chissà, veramente festeggiando in compagnia l’arrivo ormai deciso della primavera.

[Una coppia di tassi (Meles meles) come quella, molto confidente, che io e Loki ci siano ritrovati di fronte qualche sera fa, vicino casa.]
Ogni sera, ogni uscita, è un’avventura diversa con qualche sorpresa. Il buio profondo del bosco non intimorisce ma intriga: regala la percezione nitida del mistero naturale e della vita che pulsa incessante, anche quando di contro la civiltà umana si mette in pausa e in gran parte s’acquieta fino al mattino successivo. Vagabondare sul margine tra il mondo degli uomini e quello dei selvatici è qualcosa di semplice tanto quanto affascinante, e può aiutare a comprendere che le nostre pretese di dominazione assoluta del mondo possono rapidamente svaporare in presenza del più minimo elemento di incertezza, ancor più se fino a poco prima lo concepivamo come parte “normale” di esso. Come il buio notturno, e come la presa d’atto che in quelle ore indubbiamente il bosco è reame d’altri il quale può essere anche nostro solo se ci rimettiamo sullo stesso piano di chi lo abita come e più di noi. Non è quel poco di tecnologia che abbiamo sviluppato nell’arco di qualche millennio a renderci superiori a loro: dominanti sì, ma questa circostanza non ci garantisce alcuna superiorità, anzi, ci riserva maggiore responsabilità. In fondo la notte è il giorno senza la luce, il giorno è la notte illuminata e noi siamo animali tali e quali agli altri senza gli occhi luminosi come quelli che ci osservano, nascosti nel buio del bosco.

Gli “amanti” della montagna che sfrecciano di notte sulle motoslitte

Trovo sul web – grazie all’amico Alessandro Filippini, che l’ha pubblicata qui – questa pubblicità assolutamente significativa:

Dunque, si vuole di nuovo fare credere che gli «amanti delle montagne» sono quelli che “sfrecciano” (verbo che non richiama certamente lentezza) di notte (dunque nel silenzio più assoluto) a bordo di motoslitte (mezzi notoriamente moooolto silenziosi e per nulla inquinanti, certo!)?

E dunque, per ovvia conseguenza, si sta affermando che quelli che invece rispettano l’ambiente montano sempre ma soprattutto nelle ore notturne, quando torna nuovamente e pienamente vivibile per la fauna selvatica che lo abita, non a caso sovente attiva soprattutto di notte, siano dei poveri stupidi che la montagna non la amino affatto.

Be’, almeno che fossero coerenti, quelli che propongono tali attività e le offrissero in questo ben più obiettivo modo:

Ecco.

Detto chiaro e tondo, personalmente tali attività dall’impatto semplicemente devastante, un vero e proprio insulto alle montagne, al loro paesaggio e alla cultura che ne rappresenta il valore fondamentale, le proibirei immediatamente e senza alcun indugio. Perché solo chi odia profondamente le montagne le può ritenere ammissibili, non altri.

P.S.: inevitabilmente ho coperto il nome di chi diffonde questa pubblicità.

Le cose belle che ci perdiamo

[Foto di StockSnap da Pixabay.]
«No, dormire in tenda non fa per me.»
«Quel posto non mi piace.»
«Il bosco di notte mi fa paura.»
«Non c’è nemmeno un rifugio in quella zona.»
«Quel versante è tutto all’ombra.»
«Le previsioni sono brutte, meglio non andare…»

Eccetera, già.

Quante cose belle ci perdiamo, quante esperienze potenzialmente interessanti, affascinanti, illuminanti solo perché non sappiamo uscire da quella che crediamo essere la comfort zone a noi ideale? Solo perché non abbiamo il coraggio di fare un passo fuori dal solito tracciato, per il timore di restare delusi ovvero di non trovare le gratificazioni a cui miriamo o, molto semplicemente, perché ciò che è fuori dall’ordinario ci inquieta, ci fa paura.

Ma cos’è poi l’“ordinario”? È veramente la nostra zona di “comodità” nella quale credere di stare bene ovvero meglio che altrove, o forse è il recinto nel quale ci rinchiudiamo convincendoci di non stare male e parimenti autoproibendoci la possibilità di vivere un’esistenza ben più ricca di emozioni e consapevolezze?

Non occorre chissà che: a volte bastano due gocce di pioggia, le nubi basse sui monti o anche solo l’idea che un posto sia meno bello di altri per farci restare immobili nell’abitudine, e questo accade non solo per le cose leggere – un’ordinaria camminata in montagna, appunto – ma in tutta la nostra quotidianità. Anzi, accade proprio che di quelle abitudini ordinarie e dei pensieri con cui le giustifichiamo nella quotidianità facciamo il copia-incolla su tutte le altre occasioni per le quali, invece, potremmo finalmente conoscere, esplorare, sperimentare, vivere nuove e differenti esperienze, circostanze, situazioni, avventure. Senza bisogno di fare niente di così speciale: una notte all’aperto sotto il cielo stellato, un’escursione notturna nel bosco o con la pioggia, una camminata per prati a piedi nudi… cose insolite? O è ben più insolito che noi si tenda a fare sempre le stesse cose, con ben poche varianti, soffocando il naturale istinto alla curiosità, alla sperimentazione di cose nuove, alla scoperta, al poterci emozionare di fronte a ciò che non è ordinario, per mera paura di non godere della “sicurezza” desiderata?

Ma, chiedo pure, in verità la vera sicurezza non si sviluppa e acquisisce proprio attraverso quelle esperienze che ci permettono di metterla alla prova e ampliarla? Finché restiamo all’interno della nostra comfort zone non potremo mai capire se quella che percepiamo come “sicurezza” sia veramente tale, e non sapremo mai elaborare la consapevolezza necessaria a farcela sentire concretamente acquisita e non funzionalmente creduta. Anche attraverso piccole cose, ribadisco, esperienze semplici ma già poste fuori dall’ordinario, dalle abitudini solite. Basta poco per imparare molto e per guadagnare ancor più. Un solo passo a lato rispetto alla direzione consueta e si potrebbe aprire un mondo. Mai come in questo caso «tentar non nuoce» anzi, per meglio dire: non tentar nuoce!