(Questo post fa parte della serie “Cartoline dalle montagne“; le altre le trovate qui.)
[Foto di Markus Kammermann da Pixabay.]Qui sopra vedete una eccezionale “cartolina” delmassiccio del Bernina, tra Svizzera e Italia, con in primo piano una delle vallate engadinesi più rinomate in forza della sua bellezza peculiare, la Val Roseg. Si riconosce l’ampia zona alluvionale del fondovalle che adduce al Lej da Vadret, il cui colore denuncia l’origine da fusione glaciale delle sue acque; a sinistra vi sono le vette più elevate del gruppo, con il Piz Bernina che raggiunge i 4049 m (il “quattromila” più orientale delle Alpi), mentre a far da testata alla Val Roseg vi sono le cime che la dividono con l’italiana Valmalenco il cui solco si riconosce al di là, confluente nella Valtellina che corre trasversalmente. Invece a destra, appena fuori dall’immagine, si trova l’Engadina con i suoi celebri laghi. Si vede bene anche il Disgrazia, in territorio italiano, e l’occhio ben allenato può facilmente riconoscere pure il Monte Legnone, le Grigne e, affioranti dalle nubi, addirittura le cime del Resegone (ma ingrandendo l’immagine si possono scoprire innumerevoli altri dettagli che caratterizzano l’ampia regione alpina fotografata).
Di recente ho ancora sentito qualcuno sostenere che il toponimo “Roseg” abbia qualcosa a che fare con le rose – i fiori, sì – forse anche per la grafia romancia del toponimo, Val Rosetj, che tuttavia si pronuncia come quello principale. In realtà “Roseg” probabilmente deriva dal longobardo hrosa, similare al latino rosia, termine utilizzato per indicare i grandi ripiani di ghiaccio visibili da lontano, proprio come quelli che si scorgono fin dall’ingresso della valle verso la sua testata. È la stessa origine del toponimo del Monte Rosa, in pratica: dunque per entrambi il fiore non c’entra – gli escursionisti più romantici non ne abbiano a male!
[Foto di Martin Keller su Unsplash.]Ma non è certo quello di equivocare l’etimologia del toponimo il rischio maggiore che corre la Val Roseg. Infatti il bacino vallivo, in corrispondenza del Lej da Vadret, è stato fatto oggetto di studi propedeutici alla realizzazione di un invaso artificiale e dunque di una grande diga, una di quelle pensate in sede confederale per accrescere la produzione energetica da fonti rinnovabili sulle Alpi svizzere. Ciò significherebbe la costruzione di una diga di sbarramento alta circa 150 metri nell’area dell’estremità settentrionale – cioè verso valle – del Lej da Vadret, oltre alle infrastrutture cantieristiche, le strade di accesso, i tratti dei deflussi residuali e le conseguenti opere di presa dell’acqua invasata verso le centrali di produzione dell’energia. La valle ne verrebbe stravolta, questo è poco ma sicuro.
Il progetto, inevitabilmente, è stato da subito fortemente osteggiato e non solo da parte delle associazioni di tutela ambientale. D’altro canto la Val Roseg è un biotopo protetto a livello nazionale le cui acque sono studiate fin dagli anni Novanta per capire gli effetti del cambiamento climatico sulla biodiversità, sia animale che vegetale, e sull’idrochimica che caratterizza i suoi corsi d’acqua; vi vengono inoltre compiute indagini inerenti la relazione tra condizioni climatiche, fusioni glaciali e portate idriche superficiali.
[Foto di Renato Muolo su Unsplash.]Insomma, non è solo un luogo dal paesaggio meraviglioso, la Val Roseg, ma è anche prezioso e importante dal punto di vista scientifico. Il suo toponimo non ha niente a che fare con le rose ma la valle è, per così dire, una sorta di mirabile giardino alpestre la cui bellezza rivela equilibri naturali altrettanto belli e preziosi che c‘è da sperare si preservino intatti ancora a lungo, ovvero la cui importanza possa sempre essere compresa profondamente e compiutamente da chiunque, prima di ipotizzare qualsiasi attività antropica nella valle. Si rischierebbe di perdere un luogo di valore inestimabile, più di qualsiasi pur ciclopico mazzo di rose.
[La Val Morteratsch, Engadina, Svizzera. Foto di Matthias Speicher su Unsplash.]Viviamo in un mondo difficile, sconvolto da guerre atroci e da troppe tragedie, in balìa di un cambiamento climatico che chissà a quali conseguenze ci sottoporrà, scosso e confuso da innumerevoli criticità e altrettante variabili che deprimono la nostra fiducia nel futuro. Non ci restano molte certezze sulle quali fare affidamento, ma una che abbiamo sicuramente a disposizione è il mondo stesso cioè la Natura, la bellezza dei tanti luoghi e dei paesaggi che ce la sanno donare a profusione: le montagne, ad esempio.
Ecco, anche per questo motivo, forse soprattutto per esso, dovremmo avere sempre la massima cura di questa preziosa bellezza. Per ciò dovremmo continuamente manifestare verso di essa attenzione, sensibilità, competenza ed evitare di degradarla e rovinarla con azioni, opere, progetti e immaginari decontestuali e impattanti, quando non palesemente scriteriati, come molti di quelli che alle montagne si vorrebbero imporre. L’elenco è lungo, lo sapete bene: un elenco che sarebbe da ridurre e cancellare depennando una alla volta ogni sua singola voce, quando si riferisca a opere che quella bellezza la trasformano in bruttezza sia dal punto di vista materiale – a danno del territorio e del paesaggio, appunto – sia da quello immateriale, nella visione perversa e pericolosa attraverso la quale guardano alle montagne imponendo quelle opere.
[Sbancamenti nel comprensorio sciistico di Ovindoli-Monte Magnola, Abruzzo, Italia. Al riguardo ne ho scritto qui. Immagine tratta dalla pagina Facebook di Stefano Ardito.]Non possiamo sprecare così stupidamente questo patrimonio di bellezza che le montagne ci donano: è veramente quella che – con poche altro, ribadisco – può salvare il mondo. Ma affinché lo possa fare sta a noi salva(guarda)rla, prima: godendone con attenzione, rispetto, cura, consapevolezza. È un dovere che abbiamo perché al contempo è un diritto: avere cura delle montagne per godere della loro bellezza. E per molti aspetti è pure una garanzia per il nostro futuro. Che non possiamo sciupare dato che, appunto, non ne abbiamo molte altre.
Qualche post fa citavo Honoré de Balzac il quale, nelle Illusioni perdute, scrive «Che cosa è l’arte, signore? È la natura concentrata.» e intorno a tale affermazione riflettevo su come, intendendo il rapporto tra “arte” e Natura come il risultato dell’opera di trasformazione antropica virtuosa del territorio naturale, le parole di Balzac siano interpretabili anche in relazione a quell’attività umana che, a suo modo, può essere considerata un’opera d’arte la quale, come l’arte propriamente detta, parimenti soddisfa la nostra ricerca del “bello” e ci fa stare bene nell’ambito dal quale si effonde, cioè proprio nel paesaggio naturale. Una sorta di land art funzionale e territorializzante, insomma, che conserva pure elementi estetici quantunque non espressamente ricercati – ma per certi versi inevitabilmente conseguiti, proprio in forza dell’armoniosità di quell’opera.
Ma le parole di Balzac valgono anche nel senso opposto, ovvero nei casi in cui l’arte diventa “natura concentrata” dacché condensa, in elaborati di matrice e valore artistici opera dell’ingegno e della manualità umana, quanto si può riscontrare di supremo nello spazio naturale. Ed è veramente divertente ricercare e alquanto sorprendente riscontrare, sulle mappe satellitari on line, la notevole somiglianza non solo di territori modificati dal lavoro dell’uomo ma pure di alcuni luoghi naturali – dunque privi di interventi umani – con certe opere d’arte, massime espressioni del lavoro dell’uomo. O forse potrei scrivere anche il contrario: riguardo quanto certe opere d’arte assomiglino e raffigurino, in modi non di rado casuali, luoghi naturali. La cosa è reciproca, in effetti. Date un occhio qui, ad esempio (e ne proporrò altri, nei prossimi giorni):
[Alberto Burri, Grande Cretto di Gibellina, 1984-2015. Immagine tratta da Google Maps.][Ghiacciaio del Morteratsch, Cantone dei Grigioni, Svizzera. Immagine tratta da Google Maps.]Alla fine, tornando a Balzac, viene da pensare che l’arte sia tale, nel suo valore assoluto per la cultura umana e per la sua civiltà, proprio perché opera umana in qualche modo scaturente dalla Natura e capace di concentrarne il valore assoluto sovrumano che noi tutti abbiamo a disposizione. Parimenti, quando l’opera umana sa concentrare i modelli virtuosi che possiamo riscontrare in Natura, diventa a sua volta arte. Nel senso più pieno e importante del termine – dacché rilevante per tutti noi che della Natura siamo ineludibile parte.
N.B.: se volete cimentarvi anche voi, nella ricerca sul web di luoghi piò o meno antropizzati che assomiglino a opere d’arte, siete più che benvenuti!