Un po’ ombroso

Ok, lo ammetto. A volte può essere – a volte, eh! – che sia un po’ ombroso.

Capita. Pensieri, imprevisti, accidenti, disdette. Be’, può essere, sì.

Ma non pensavo così tanto al punto da essere mandato via da una spiaggia qui vicino, sul lago, perché impedivo la tintarella ai bagnanti lì presenti! Alla faccia dell’ombrosità!

Ecco perché è meglio, in quei momenti, che me ne vada a zonzo per i boschi, come già faccio abitualmente. Mi si rigenera ben più l’animo e l’ombra, lì, è cosa del tutto naturale e normale. Già.

Il volo del falco

(Vecchi scritti, mai pubblicati, saltano fuori ogni volta che “scartabello” tra cartelle e sottocartelle conservate in modi assolutamente entropici (ma un tempo una logica ce l’avevano, ne sono certo) sui miei pc. Questo, ad esempio, è di 22 anni fa -tenetelo presente, se lo leggete – ed è (era) parte di una raccolta di racconti dedicati alla Montagna, rimasta nel classico “cassetto” a beneficio di altri testi, già. Chissà se a ragione o meno, mah!)

[Foto di József Kincse da Pixabay]

Il volo del falco

Eccolo, eccolo ancora, il falco, spuntare dalle punte ghiacciate della Grande Montagna lentamente e solennemente, volando sopra i tetti, parendo in quella lentezza quasi sospeso, parte d’una dimensione presente e assente in quel momento temporale e in chissà quale altra temporale sfera!
Gli era sempre piaciuto il falco. Lo ammirava volteggiare maestoso nel cielo, le ali aperte quasi che le stesse potessero comprendere nella loro apertura il mondo intero, o almeno l’intero orizzonte, come un re al cospetto del suo regno simbolicamente racchiuso in un’unica sua apertura di braccia. Lo invidiava per il fatto che egli potesse spingersi ovunque volesse, su fin verso le apparentemente inviolabili vette della Grande Montagna, in un mondo senza alcuna limitazione fisica e, conseguentemente, spirituale: solo l’altezza come confine, l’elevazione massima verso l’infinito di un cielo senza termine immaginabile. Il suo volo era stupendo, unico, inimitabile: sprigionava una tale regalità che mai altra terrestre creatura, umana e non e pur di nobile rango, poteva anche solo avvicinare. Spesso la sua planata portava ad incrociare l’infuocato disco solare, e allora la sua parvenza di divinità aumentava ancora di più, la sua pennuta silhouette si ammantava d’un aureo alone sfolgorante che imprimeva nella pupilla impressionata la sagoma d’una visione quasi mistica, di un dio che volesse magicamente nobilitare la visione del mondo ad un qualche umano con la sua sublime presenza aerea […]

(Cliccate sull’immagine oppure qui per leggere tutto il racconto, su file pdf illustrato.)

Camminare, la grande libertà

Solo camminando potremo fare esperienza della libertà, concetto astratto se descritto da seduti, realtà concreta se praticata. Poi cresciamo e la diabolica comodità di spostarci con mezzi meccanici – il cui funzionamento è antitetico alla meccanica del nostro corpo – ci ha conquistato. Lentamente, ciò che per millenni aveva regolato il nostro rapporto con il mondo si è trasfigurato in astrazioni che non hanno favorito il nostro organismo, al contrario, lo hanno mortificato e ancora lo mortificano. Pensandoci bene, è ciò che continuiamo a fare alla Terra: mortificandone gli sforzi di tenerci nella sua comunità.
Camminare può essere faticoso, proprio come vivere. Ma camminare, come vivere, è un atto libero da qualsiasi dipendenza. I piedi ci possono condurre ovunque. La loro intelligenza primordiale sa trasformare gli impulsi del corpo in immagini della mente, mappe, memoria, conoscenza, un percorso in continuo cambiamento che ci attraversa dallo sguardo attivando i nostri sensi, raffinando la nostra percezione. Più tutto questo è vivo, più siamo liberi. La specie umana non può sostituire la prossimità corporea, la permanenza, l’adesione alla Terra: è un dato biologico, occorre dare spazio al proprio respiro per calibrarsi con ciò che ci circonda, per arrivare a quella formidabile sensazione di comprendere la vastità del mondo e del nostro posto nella sua immensità.

(Davide Sapienza, sempre meravigliosamente illuminante, in Camminare, la grande libertà, pubblicato su “Vanity Fair” il 14 giugno. Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo nella sua interezza.)

Un anno

Ormai è già un anno – trascorso da qualche giorno – che Loki sta collaborando con me in veste (dopo l’adeguato tirocinio) di segretario personale a forma di cane oltre che, certamente, di miglior amico. E non posso che confermare ciò che tanti amici e conoscenti mi dicevano, al riguardo: non esiste nessuno come un “animale” in grado di insegnare l’umanità a noi che “umani” ci definiamo su basi a volte ingiustificate. Come ad esempio quando ci permettiamo di chiamare gli animali bestie, con accezione inesorabilmente dispregiativa, ma principalmente per tentare (e credere) di autogiustificarci una bestialità talmente crudele che invece nessun animale, anche il più “feroce”, ha mai – e sarebbe mai – in grado di manifestare.

Ecco, be’, forse solo calzini e magliette e altre cose affini non la pensano così (se di pensare fossero in grado); d’altro canto devo riconoscere a Loki che, dopo averle masticate e mangiucchiate, le ripone con un certo ordine nella sua cuccia senza lasciarle in giro per casa, dunque dimostrando maggior virtù anche a tal riguardo rispetto a molti umani.

Previsioni dell’oroscopo

Oggi, a mezzogiorno. Ascolto la radio, in auto.

Su un canale, le previsioni del tempo di un noto servizio meteorologico dicono che venerdì ci sarà assenza di pioggia.
Nemmeno dieci minuti dopo, su un diverso canale radio: le previsioni del tempo di un altro noto servizio meteorologico dicono che venerdì ci saranno piogge diffuse.

Ecco perché io sostengo, ormai da tempo (clic), che tra le previsioni del tempo – soprattutto quelle oltre le 48 ore – e l’oroscopo non c’è più nessuna differenza. Sono entrambi pseudo-divinazioni buttate lì a casaccio alle quali credere fa fare delle gran figure da sciocchi.

Al proposito, fatemi citare il sempre sublime Ambrose Bierce:

Tempo (s.m.). Il clima del momento, permanente argomento di conversazione fra persone che in realtà non se ne interessano affatto, ma hanno ereditato la tendenza a parlarne da antenati arborei per i quali, non avendo essi l’abitudine di portare abiti, si trattava di una cosa estremamente importante. L’istituzione di centri meteorologici nazionali e l’efficienza con cui continuano a propalare le loro abituali menzogne dimostra che persino i governi sono sensibili ai condizionamenti ereditari che ci provengono dai nostri progenitori della giungla.

(Ambrose BierceDizionario del diavolo, scelta e introduzione di Guido Almansi, traduzione di Daniela Fink, TEA, 1988, pagg.169-170.)