La meta a metà

C’è chi pensa che la meta sia l’arrivo alla fine di un viaggio e chi sia la partenza per quello successivo. Chi ritiene che la meta sia il viaggio, che chiunque segua la propria strada ha sempre una meta da raggiungere, c’è chi scrisse che spesso c’è una meta ma non una via e chi affermò che in fondo la meta più affascinante sia proprio quella più irraggiungibile.

A volte, a me sembra che la meta migliore sia la metà. Tra il giorno e la notte, tra il buio e la luce, la terra e il cielo, dove finisce il bosco e comincia il prato, tra la città rumorosa e la campagna silenziosa, il fondovalle e la vetta, il sentiero battuto e il terreno selvaggio, nel mezzo tra il punto di partenza e quello di arrivo, lì dove si possono vedere entrambi, osservando di qua e di là, oppure nel mezzo del bivio, senza ancora aver scelto la direzione. Tra la giovinezza e l’età matura, tra la convinzione non del tutto assodata e il dubbio ancora aleggiante, tra il conosciuto e l’ignoto.

La meta è a metà, ecco.

Ma ci potrebbe essere il rischio che dalla metà scaturisca il medio, l’indeterminatezza, l’inconcludenza. La mediocrità. Allora è bene non dimenticare che la metà è il mezzo, cioè il centro, il cuore di ciò che vi è intorno. Il centro dell’universo nel quale c’è ogni cosa, e il centro dello spazio tempo nel quale noi tutti stiamo e siamo, nel nostro viaggio quotidiano. Per questo la luce quanti mai sfolgorante che si può osservare tra il giorno e la notte, a metà del loro regno alterno, mi sembra uno squarcio verso l’infinito osservato dal centro dell’ognidove, lì dove l’orizzonte è totale perché è tutt’intorno e io sono nel centro, che è medĭĕtas, il «mezzo», la meta/à.

Poi il giorno si conclude definitivamente, la notte si determina pienamente e io rimango nel mezzo delle innumerevoli ulteriori mete a cui penso e vorrei raggiungere che non so se raggiungerò mai veramente. Ma il pensarci e restarci, così a metà, è a suo modo una meta da considerare.

Da lunedì 8 gennaio c’è L’AltraMontagna!

Il nuovo anno appena iniziato in tema di montagne porta con sé una novità decisamente emozionante, alla quale sono felice e onorato di essere stato chiamato a partecipare!

Grazie al prezioso lavoro dell’amico Pietro Lacasella, al prestigioso supporto de “Il Dolomiti” e alla collaborazione con Marco Albino Ferrari, è nato un nuovo giornale online dedicato esclusivamente alla montagna e ai temi legati alle realtà delle terre alte che, a partire dall’8 gennaio, Pietro curerà: si chiama “L’AltraMontagna”.

Parleremo di ambiente, di turismo, di ecologia, di clima, di economia, di biodiversità, di storia, di alpinismo e sport, di esseri umani e risorse naturali, di nuove opportunità e di errori, di territori montani come laboratori di sostenibilità nella cornice della transizione ecologica. Lo faremo attraverso articoli, podcast, video e contenuti di alto livello grazie all’ampia e qualificata rosa di collaboratori che compone la redazione e alla presenza di un comitato scientifico che guiderà e ne supporterà il lavoro, una sorta di presidio culturale permanente formato da personalità di riconosciuta fama legate al mondo della montagna, della ricerca scientifica, delle scienze umane, dell’impegno civile: Marco Albino Ferrari, Irene Borgna, Don Luigi Ciotti, Mauro Varotto, Antonio De Rossi, Camilla Valletti, Luigi Torreggiani, Sofia Farina, Giovanni Baccolo, Vanda Bonardo, Cesare Lasen, Mirta Da Prá Pochiesa, Michele Lanzinger.

Tutti quanti ci riconosciamo in un “Manifesto di intenti” sviluppato in nove macro obiettivi, che potete leggere qui, e in una visione condivisa, quella di una montagna profondamente consapevole del proprio fondamentale passato tanto quanto protesa verso un futuro ben migliore di quello che attraverso certe realtà del presente si vorrebbe imporre alle sue comunità. Una montagna «di tutti, ma non per tutti», come scrisse Mario Rigoni Stern, ovvero certamente di chiunque ne sappia riconoscere l’essenza in modo compiuto, le sue bellezze, le fragilità, le potenzialità, i dilemmi e tutto ciò che ne fa un luogo comunque speciale. Che con “L’AltraMontagna” cercheremo di raccontare nel modo più completo possibile.

Sarà possibile seguire “L’AltraMontagna” su Facebook e su Instagram, mentre per contattare la redazione potete scrivere a redazione@laltramontagna.it. Insieme a tutti gli altri collaboratori ringrazio fin da ora chi vorrà aiutarci a condividere e pubblicizzare il progetto. Il vostro aiuto sarà sicuramente prezioso!

Dunque, appuntamento all’8 gennaio, che si parte tutti insieme per questa nuova emozionante, importante, affascinante avventura montana!

«Il posto migliore d’Europa per sciare»?

Premetto che non ho letto la notizia sul FT ma dal titolo che riporta Sky credo ci sia una sorta di narrazione inversa. Sul fatto che Bardonecchia possa diventare una delle migliori località per vivere e fare turismo in montagna ci possiamo lavorare, ma per sciare francamente senza neve al suolo la vedo durissima e questi giorni lo stanno ampiamente dimostrando. Questo, come altri titoli di cui leggo in questi giorni, non fanno bene alla montagna perché servono ad alimentare una visione nostalgica e ormai incompatibile con la realtà dei fatti. È evidente ormai che non si sta andando tutti nella stessa direzione e questo sta generando disorientamento all’interno delle comunità locali che invece avrebbero bisogno proprio di un indirizzo forte come richiede una transizione dal modello neve a modelli altri, complessi e integrati. Le soluzioni potrebbero esserci (ci sono casi che lo dimostrano ampiamente) ma bisogna voler perseguire la strada a tutti i livelli. Non si posso lasciare le comunità che sperimentano sole in questa direzione come se fossero “eccentricità” del sistema, la transizione deve avvenire in un quadro d’azione complessivo.

[Federica Corrado, docente di Urbanistica al Politecnico di Torino, past-presidente di CIPRA-Italia e autrice di alcuni libri fondamentali sulle politiche di gestione dei territori montani; fonte qui. L’articolo del “Financial Times” invece lo potete leggere qui.]

Di nuovo mi trovo assolutamente d’accordo con quanto sostiene Federica Corrado – al netto che quelle pseudo-classifiche sovente proposte dai media siano sempre da prendere con mille pinze: ma il punto non è questo, è il messaggio che ne deriva.

Il disorientamento delle comunità di montagna di fronte all’evoluzione delle politiche di gestione dei loro territori, soprattutto di quelli vocati più o meno forzatamente al turismo, è di fatto la prosecuzione di quei fenomeni di spaesamento e alienazione novecenteschi ben raccontati da Annibale Salsa nel suo libro Il tramonto delle identità tradizionali ormai più di quindici anni fa. Nel depauperamento socioculturale dei territori di montagna avviatosi nel secolo scorso e continuato in maniera crescente fino a oggi, quasi ogni elemento delle geografie economiche e antropiche locali è stato spazzato via lasciando da una parte, solitaria e regnante, l’industria (termine non casuale) turistica, in primis dello sci, e dall’altra la comunità altrettanto sola dacché ormai deprivata di strumenti culturali atti a mantenere il controllo della propria identità locale e della coscienza del luogo. Ecco perché una certa comunicazione mediatica asservita al sistema economico dominante, in forza del sostegno politico ma di contro sempre più decontestuale e alieno ai territori, produce danni psicosociali ben più gravi di quanto si potrebbe pensare e allontana sempre più la possibilità di attuare quelle soluzioni potenziali che da un lato ridarebbero vigore autentico alle comunità locali e dall’altro consentirebbero lo sviluppo di una frequentazione turistica ben più armonica ad esse e ai luoghi. Invece, si continuano a narrare suggestive tanto quanto false favolette funzionali allo status quo politico-economico, senza elaborare alcuna analisi sul loro portato – per mancanza assoluta di interesse al riguardo, ovviamente.

D’altro canto, come anche denota Corrado, ecco come si presenta oggi, 3 gennaio 2024, «il posto migliore d’Europa per sciare»:

[Fonte: https://www.bardonecchiaski.com/it/webcam. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Ogni commento al riguardo mi pare superfluo.

Una montagna… di rifiuti!

Aaaah, che bella la montagna, la sua natura incontaminata, le vette, i boschi, i prati, i sentieri da percorrere per immergersi nel suo ambiente intatto, il benessere che sa donare lontano dalle città, bla bla bla bla…

[Foto inserita da me nell’articolo dell’Agi di Jas Min su Unsplash. Cliccateci sopra per leggerlo.]
Sì, certo. Come no!

Piuttosto, evidentemente quelle che contribuiscono a creare queste montagne di rifiuti sono persone che in realtà rifiutano la montagna, non la amano come magari sostengono ma la disprezzano, dunque sarebbe forse il caso di rifiutare loro la montagna. Cioè di allontanarle da essa e dai suoi territori: se queste persone non riescono nemmeno a compiere il pur elementare sforzo di capire quanto la bellezza delle montagne sia delicata e dunque da preservare a partire dai piccoli gesti individuali – gesti peraltro di educazione e civiltà basilari, mica roba da supereroi – è bene che sulle montagne non ci salgano, ecco. Non la meritano costoro, la bellezza delle montagne, e queste non meritano di essere trattate così male da tali individui. Facciamocene tutti quanti una ragione – loro, soprattutto – e amen.

Uomini che continuano a odiare le donne

Concedetemi questo off topic dai temi solitamente qui disquisiti, ma che sento necessario proporre.

Sabato prossimo, 25 novembre, sarà celebrata una volta ancora la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Una celebrazione evidentemente inutile, visto ciò che continua ad accadere alle donne per mano degli uomini, quasi sempre mariti, fidanzati, compagni, amanti.

Lo scrivevo già anni fa (io che non sono nessuno ovvero un uomo tra tanti, sia chiaro) che il rischio di una situazione del genere, in presenza di una “cultura” (virgolette necessarie) diffusa nella società che in concreto nulla fa per eliminare le radici d’una tale spaventosa devianza, è che i femminicidi diventino la normalità, una cosa che accade così spesso che le relative notizie, di conseguenza così ripetitive, non vengono nemmeno più recepite dall’opinione pubblica. Ed è proprio ciò che sta avvenendo, nonostante quei casi che i media rendono più clamorosi di altri.

Quella «cultura dello stupro» tanto di frequente citata quanto poco o nulla compresa – forse perché non siamo proprio capaci di comprenderla per una nostra tara culturale, appunto – è la stessa che fa credere che la soluzione per eliminare i femminicidi sia aumentare le pene per gli assassini, come tutt’oggi certi infimi politici propongono. Nulla invece circa l’avvio di una autentica, diffusa, piena rieducazione culturale collettiva sul tema, niente di niente (inclusi i recenti piani ministeriali che mi sembrano soprattutto una bella propaganda, con tutto il rispetto): solo tante belle parole al riguardo, puntualmente ripetute ad ogni caso di cronaca, che una volta spenti i riflettori dei media svaniscono inesorabilmente nell’ombra della ragione. Anche questo è «cultura dello stupro», senza alcun dubbio: così, inesorabilmente, i numeri dei crimini contro le donne negli ultimi anni sono in aumento, come si può constatare qui:

[Dati tratti da questo report del Ministero dell’Interno del 13 novembre 2023.]
Si chiede continuamente che le donne soggette a violenze denuncino i propri persecutori senza remore né timori: giustissimo, ovvio. Ma credo che ancora meglio sarebbe se noi uomini denunciassimo quei persecutori di donne: perché in una situazione del genere, e in una condizione di degrado culturale così evidente e grave, per giunta accentuato dalle stesse istituzioni, ogni uomo si deve sentire formalmente colpevole di non fare abbastanza. Ogni uomo, nessuno escluso.

Dunque, veramente per Giulia – Cecchettin – e per tutte le donne vittime di violenza non c’è da fare un minuto di silenzio ma c’è da bruciare tutto: a partire da ciò che abbiamo dentro di noi, nella nostra mente e nel nostro animo, che ci rende complici, anche se non ce ne rendiamo conto, di ogni episodio di violenza, di ogni femminicidio, di ogni donna maltrattata, picchiata, abusata, violentata, ammazzata.

Altrimenti, vuol dire che ci va bene tutto così com’è. Ma, in tal caso, non chiamiamoci più “società civile” perché non lo saremmo più.