Turismo in montagna: si può trovare un equilibrio tra “eccessivo” e “essenziale”?

(P.S. – Pre Scriptum: articolo pubblicato su “Il Dolomiti” sabato 9 settembre 2023 – vedi in calce al testo.)

«Salvaguardiamo la pace e la tranquillità di certe zone dallo squallore che vediamo nelle città…»

«Se la cena stellata serve a far rendere di più l’impianto e guadagnare due soldi al cuoco e a chi ci lavora non vedo il problema…».

Sono due passaggi estratti dai commenti su Facebook dell’articolo de “Il Dolomiti” del 26 luglio scorso, intitolato “In montagna sempre più ‘attrazioni turistiche’ inutili”, dagli aperitivi alle cene stellate in cabinovia, il parere del Cai Alto Adige: “Serve un ‘ritorno’ all’essenziale” – cliccate sull’immagine qui sotto per leggerlo. Carlo Alberto Zanella, presidente della sezione altoatesina, nel commentare la cena stellata in cabinovia realizzata a Madonna di Campiglio, afferma che «In montagna abbiamo costruito panchine giganti e ogni tipo d’attrazione per turisti. Pur di accontentare un certo tipo di ‘clientela’ ci si inventa qualsiasi cosa. Così facendo, però, si va a perdere la vera essenza dell’esperienza in quota»: articolo  e dichiarazioni che, inevitabilmente, hanno scatenato la solita diatriba – con altrettanto solite ruvidezze verbali – tra pro e contro, la quale ancora oggi, a qualche settimana dalla pubblicazione, vedo rimbalzare sul web citata e commentata da molti utenti. D’altro canto è un tema di discussione che non nasce certo oggi e che avrà valore crescente nel prossimo futuro, viste le cronache al riguardo giunte dalle montagne italiane in questa estate ancor più che nelle precedenti – e chissà in quelle future, se l’andazzo resterà immutato!

In concreto, la denuncia del Cai Alto Adige fotografa una situazione ormai diffusa sulle nostre montagne, appunto, che se da un lato è propria del turismo contemporaneo in generale, per le cui modalità vigenti sembra che ogni cosa debba essere necessariamente spettacolarizzata, anche l’esperienza più naturale, dall’altro appare spesso priva del più logico senso del limite e di una consapevolezza culturale che, in un ambiente di valore assoluto come quello montano, dovrebbe rappresentare la base ineludibile di ogni cosa. La denuncia Cai è dunque giusta e necessaria e vada un plauso alla sezione altoatesina che ha una posizione ben chiara riguardo questioni, a differenza di altre sezioni e dello stesso Cai nazionale sovente più ambiguo – almeno fino a oggi. D’altro canto le osservazioni di quei due commenti antitetici sopra citati, relativamente al rispettivo punto di vista, sono parimenti comprensibili: è vero che la montagna troppe volte, e in modi francamente inaccettabili, imita la città ovvero da essa e dal suo modus vivendi consumistico si fa colonizzare, generando situazioni alienanti e culturalmente degradanti, ma è anche vero, posto il turismo e le sue infrastrutture come parte integrante e per certi versi al momento ineludibile– nel bene e nel male – che una fruizione intelligente di esse rappresenta un’opportunità valutabile quando non un’esigenza economica inevitabile, in relazione al sostentamento finanziario di chi le gestisce. Certo, qualcuno dalle posizioni particolarmente radicali potrebbe anche concludere che sia meglio falliscano, gli impianti e chi li gestisce, così da imporre lo smantellamento delle opere e la rinaturalizzazione del territorio: ma tale ipotesi, anche al netto delle problematiche conseguenti, parrebbe piuttosto utopica, per ora.

Il Cai Alto Adige ha ragione, ribadisco. Posto ciò chiedo: tra l’essenziale invocato dal suo presidente e l’eccessivo cagionato da certe iniziative turistiche ci potrebbe essere un equilibrio, un compromesso accettabile? Personalmente credo di sì, che ci possa essere e anzi che debba essere ricercato a prescindere, ovvero che si debba trovare il modo di ricondurre l’eccessivo all’essenziale per evitare le esagerazioni del primo ma senza pretendere la radicalità del secondo e ferma restando la più ampia e strutturata salvaguardia del territori, dell’ambiente naturale e del paesaggio relativo, patrimoni comuni di inestimabile valore che non possono essere né degradati da manufatti decontestuali e nemmeno banalizzati da visioni e immaginari creati ad hoc solo per farne un bene da mercanteggiare e vendere. Il che significa anche porre un limite al turismo di massa incontrollato nei territori di pregio come quelli montani – fenomeno che purtroppo fa gola a certi ambienti turistici, meramente convinti che «più turisti ci sono più soldi si fanno» (cosa sostanzialmente falsa che per di più ignora al contempo i tanti effetti collaterali dell’overtourism) – per riportarlo entro limiti nei quali la quantità venga sottoposta a parametri di qualità, turistica e ancor più culturale, della presenza nel territorio e della fruizione dei suoi paesaggi: una pratica che peraltro genera pure fidelizzazione con i luoghi e dà sostanza a un bacino turistico che può mantenersi costante nel tempo – in quantità e qualità, nuovamente – a vantaggio di tutti gli stakeholders locali.

Per fare un esempio tra i tanti possibili, citando il caso di Madonna di Campiglio che ha fatto da “ispirazione” al Cai Alto Adige per le sue considerazioni: si vuole offrire ai turisti la cena stella in cabinovia? Va bene, ma solo se tale iniziativa venga inserita in una proposta nella quale il turista, nello stesso contesto, non solo abbia l’opportunità di mangiare prelibatamente ma pure di imparare qualcosa sul territorio e sulle montagne sorvolate e raggiunte dall’impianto, dunque che possa portarsi a casa non soltanto una mera e pur suggestiva esperienza a favore della pancia ma anche una a favore della mente e dell’animo, quanto mai importante proprio per la più autentica valorizzazione del territorio in questione e al contempo per la fidelizzazione turistica ad esso. D’altro canto una cena stellata su un impianto di risalita in sé è un evento da non luogo, autoreferenziale, ripetibile ovunque senza bisogno di contestualizzazione geografica e culturale: può portare turisti meramente interessanti alla novità ma non porta alcun beneficio di medio-lungo termine per la località. E questo è un principio che vale per qualsiasi altra pratica turistica che pretenda di conseguire risultati meramente commerciali eludendo quelli culturali, ovvero ciò di cui ha bisogno la montagna per strutturare uno sviluppo durevole nel tempo.

L’essenzialità non è il non fare nulla, come chi sostiene certe iniziative turistiche vorrebbe far credere, ma è fare cose, qualsiasi esse siano, che posseggano un’essenza, un’anima, un senso benefico per il luogo, un contenuto che arricchisca l’esperienza sensoriale e culturale dei visitatori riguardo il valore del luogo. È una cosa fondamentale, questa, irrinunciabile per un turismo di qualità in territori di qualità come sono quelli montani che non possono e non devono in nessun modo essere ridotti a non luoghi turistici ovvero in prodotti da vendere e consumare. Se ciò accadesse – e purtroppo accade, in certe località – sarebbe (è) un autentico crimine morale.

Una montagna di slogan pubblicitari

È comprensibile che chi gestisce il turismo in montagna ci costruisca sopra un apposito marketing dal quale ricavarci allettanti slogan per attrarre clientela. Non è comprensibile, anzi, è inammissibile che attraverso questi slogan sia veicolata una visione prettamente consumistica della montagna, esattamente come se il suo territorio sia assimilabile a quello di un litorale marino attrezzato o a una città ricca di attrazioni e divertimenti. Come se fosse il turismo a stabilire l’identità e il valore culturale delle montagne e lo faccia attraverso i numeri degli utili che intende conseguire: così che, si tratti di un alpeggio a 2000 m di quota, di una spiaggia sul mare o del centro storico di una città, l’importante è ricavarci più tornaconti possibile. Ne scaturisce una inevitabile diseducazione dei turisti, convinti a forza di slogan che in montagna si possa andare come in qualsiasi altro luogo turistico, che ci si possa fare ciò che si vuole, che tutto sia a disposizione, usufruibile, consumabile, basta pagare un biglietto e amen. E che a tale situazione si possano tranquillamente adattare i propri comportamenti, perché l’importante non è conoscere il luogo nel quale ci si trova ma trovare più sollazzo possibile per se stessi.

D’altro canto in quota ci si arriva in auto su larghe strade asfaltate, si lasciano in megaparcheggi uguali a quelli dei centri commerciali fuori città, si sale in comode funivie senza nemmeno togliersi le infradito, i sentieri sono spianati come nei giardini pubblici, per attraversare il ponte tibetano c’è la coda come in metropolitana e al rifugio c’è pure la “cena gourmet” come nei migliori ristoranti cittadini… quindi che differenza fa?

E se sull’alpeggio a 2000 m di quota non ci sono cestini fa nulla, si butta il fazzoletto di carta o il mozzicone di sigaretta in terra che tanto qualcuno prima o poi raccoglierà e pulirà, sarà pur compreso nel prezzo pagato un tale servizio, no? D’altro canto è solo un mozzicone, solo una pallottola di carta in mezzo a tutta quella «natura incontaminata» come dice l’ennesimo slogan… che sarà mai?

P.S.: il disegno in testa al post è di Michele Comi, come al solito un’ottima ispirazione per riflettere sui temi inerenti la frequentazione contemporanea delle montagne.

Corsi di (de)formazione turistica

Vagando sul web mi è caduto l’occhio sulla locandina sopra pubblicata (vi ho coperto i riferimenti diretti agli organizzatori per evitare sterili polemiche, in ogni caso non si tratta certo di un caso isolato), e ne sono rimasto parecchio sconcertato. È dello scorso anno, mica del 1982, eppure, nonostante tutto quanto si sta disquisendo da tempo intorno alla necessità ormai ineludibile di cambiare i paradigmi sui quali si basa il turismo di oggi, alla sua sostenibilità ambientale e territoriale, alla qualità delle proposte rispetto alla quantità, all’overtourism eccetera, ancora si tengono “corsi” nei quali viene insegnato a come asservire un territorio e la sua comunità agli indiscutibili desideri del turista e alla sua soddisfazione? Non vi sono cenni, a quanto pare – altrimenti lo avrebbero scritto tra i contenuti, mi viene da pensare – a un’analisi dei desideri e della soddisfazione dei residenti, a come generare un equilibrio tra esigenze degli abitanti e dei turisti, a come rendere la risorsa economica turistica un valore aggiunto per il benessere autentico del territorio e non viceversa. O, quanto meno, a come consapevolizzare i turisti rispetto al territorio così da elaborare desideri consoni ad esso, sostenibili e realmente in grado di apportare soddisfazione per chiunque: turisti, residenti, soggetti economici e culturali… Niente di tutto ciò, all’apparenza: come fossero, quelli che hanno organizzato il corso, fermi agli anni Ottanta del secolo scorso, appunto, quando si sono generate certe fenomenologie la cui dannosità oggi è ormai acclarata.

La domanda da porsi non è «Cosa vuole il turista oggi?» ma «Di quale turista ha bisogno il territorio oggi?» ovvero quale turismo possa essere in tutto e per tutto consono e equilibrato per il luogo e per il bene della sua comunità, e come svilupparlo al meglio e con la partecipazione attiva della stessa comunità residente, non più mera spettatrice ma protagonista attiva di quello sviluppo. Un bene comune che poi diventa un forte e attrattivo valore aggiunto proprio per la qualità dell’offerta turistica e per la soddisfazione autentica – perché reciproca con il luogo e dunque compiuta – del turista.

In questi termini sì quel corso sarebbe stato di autentica “formazione”: spero che sia andata veramente così e che invece non si sia rivelato un corso di deformazione turistica, ecco.