Nord profondo (un articolo di “Studio”, e un resoconto di viaggio)

AapoHuhta_4Leggo su Studio di un intrigante progetto di quattro fotografi finlandesi, Juuso Westerlund, Aapo Huhta, Helen Korpak e Maria Gallen-Kallela i quali, ispirati dal poema epico nazionale Kalevala, hanno attraversato la remota regione del Kainuu indagandone contemporaneità e tradizione, fissando poi tutto quanto nelle immagini fotografiche – quella lì sopra, di Aapo Huhta, fa parte della serie che potete vedere cliccando qui, ove potrete leggere anche l’articolo relativo di Valentina De Zanche.

Ho avuto la fortuna di “viverlo”, il Kainuu – la regione protagonista del progetto – come ho potuto vivere, esplorare, conoscere e, almeno un poco, comprendere un po’ tutto il territorio finlandese – paese che mi è rimasto particolarmente nel cuore e ancor più nell’animo: dal Baltico fino a oltre il Circolo Polare Artico, dalle animate città alla misteriosa tundra, da Alvar Aaalto a Santa Claus.
E’ uno luogo di ancestrale potenza naturale, selvaggio senza essere inospitale, super-geografico, emozionale ed elementale, nel quale ancora l’uomo pur dominante su tutto e la Natura devono dialogare e trovare continui accordi di reciproco interesse. Anzi, nel quale l’uomo deve “diventare” un po’ Natura e la Natura diventa parte della genetica umana. Un luogo spirituale, quasi, nel senso più cop_Finlandia“religiosamente pagano” possibile, ove chiunque credesse di ritrovarvi il “nulla”, nelle sue vastità naturali apparentemente infinite e pressoché totalmente non antropizzate, in verità non avrebbe capito niente.
Quell’articolo di Studio mi ha fatto tornare in mente la mia appassionata esplorazione finnica, e il resoconto che ne trassi. Se lo volete leggere (in formato pdf) cliccate sulla “copertina” qui accanto. Di sicuro, leggendo quanto vi troverete raccontato, comprenderete meglio ciò che lì sopra ho scritto.

Oi maamme, Suomi, synnyinmaa, soi, sana kultainen!

Stefano Bartezzaghi, “M – Una metronovela”

cop_m-una-metronovelaLe città di oggi sotto molti aspetti si possono definire un enigma. Questo fin dal capire cosa siano: post-moderne, post-industriali, post-contemporanee ovvero “luoghi” per eccellenza che non di rado si trasformano in non luoghi attraverso trasformazioni o distorsioni il cui senso spesso sfugge persino ai (cosiddetti) “addetti ai lavori”. Siano quel che siano, restano comunque “il” luogo per definizione sociologica, l’ambito nel quale più di qualsiasi altri si possono comprendere e valutare (o si più tentare di percepire) le trasformazioni sociali e antropologiche che modificano nel tempo l’ accezione – almeno in senso urbano – di umanità.
Per questo, verrebbe quasi da pensare che più di architetti, urbanisti o altri “addetti ai lavori” (vedi sopra) del genere, possa essere proprio un enigmista a saper convenientemente interpretare la città di oggi – e in particolare quella città che, in Italia, forse come nessun altra risulta emblematica nel contesto che sto considerando. Se poi l’enigmista è pure arguto giornalista e fine scrittore, oltre che raffinato linguista, tanto meglio. Uno come Stefano Bartezzaghi, ecco, che prova a sciorinare l’analisi logica della propria città – Milano – utilizzando una chiave di lettura particolare eppure, a ben pensarci, forse più determinata e lineare di tante altre (fosse solo per il fatto che sia ben ancorata al suo posto nel sottosuolo o, se preferite, direttamente sotto la pelle urbana della città) ovvero la rete della metropolitana. Ne è venuto fuori M – Una metronovela (Einaudi, collana Frontiere), un viaggio nel profondo del corpo di Milano attraverso quello che, restando nella metafora anatomica, può ben essere considerato il suo sistema cardiocircolatorio – con quello stradale di superficie, invece a rappresentare il sistema nervoso, inevitabilmente…

foto-bartezzaghiLeggete la recensione completa di M – Una metronovela cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Vendere Klimt o Chagall a Venezia e farsene un vanto (dato che i neuroni sono già stati venduti tutti!)

Copia di combo-kSD-U106016602540463LH-700x394@LaStampa.itLa vicenda del “siòr sindaco” di Venezia che vorrebbe vendere alcune opere di proprietà comunale di Gustav Klimt e Marc Chagall per ripianare i debiti del comune e del “critico d’arte” Vittorio Sgarbi che gli tiene bordone è l’ennesima e assolutamente emblematica riguardo la considerazione e la cura del patrimonio artistico pubblico in Italia.
Innanzi tutto che gli abitanti di Venezia abbiano purtroppo commesso un madornale errore con l’eleggere l’attuale sindaco è ormai palese (sia chiarissimo: la mia non è affatto una riflessione di matrice politica ma del tutto pragmatica), e il “signore” in questione non perde occasione per mostrare al mondo la propria inettitudine politica e culturale. Ora, come detto, vorrebbe vendere alcune tele di Klimt e Chagall per ripianare il debito del comune, trovando una sponda in Vittorio Sgarbi – persona in verità preparatissima e colta ma ormai svenduta per mero denaro al più rozzo blaterare mediatico, che se può spararla grossa per finire sui giornali o in TV lo fa e se ne vanta pure. I due sostengono che Klimt e Chagall non c’entrino nulla con Venezia: certo, perché Venezia non è mai stata una città di cultura mitteleuropea, vero? E invece – per fare un esempio attuale – per il “siòr sindaco” le gigantesche navi d’acciaio da migliaia di tonnellate che invadono le acque urbane veneziane c’azzeccano in pieno con le chiese, le fondamenta secolari, i canali, i ponti ad arco, le gondole… vero?
Sgarbi peggiora poi la situazione (della vicenda in questione e della considerazione sul suo stato mentale) affermando che “Nessuno va a Venezia per vedere Klimt e dovendo scegliere fra Venezia e Klimt, è meglio che muoia Klimt”. E ancora: “Klimt a Venezia è un corpo estraneo, il suo quadro può stare ovunque, a Parigi come a New York.”. E perché non a Venezia, appunto? Per caso la sede veneziana della Collezione Guggenheim se lo vende, il suo Chagall, oppure i Duchamp, i Pollock, i Kandinsky e tutti gli altri che con Venezia hanno poco o nulla a che fare? Se si provasse invece a pensare che una tela di Klimt è un tesoro da valorizzare e, se veramente nessuno la va a vedere, sarebbe il caso di promozionarla meglio così che possa diventare un’ennesima attrazione per i visitatori della città e dunque un investimento duraturo per il futuro?
No, troppo difficile, probabilmente. O troppo intelligente.
Sulla vicenda si è espresso con la consueta e illuminante lucidità Michele Dantini, che di arte e gestione del patrimonio culturale se ne intende sul serio: Venezia (e non solo lei) è “una nave che va a picco”, e il suo capitano (in perfetto stile Schettino, mi viene da dire!) “ne vende gli arredi”, piuttosto che salvarla con la dignità che meriterebbe e risollevarla ad adeguato splendore. “Intanto il nord Europa se ne va verso un futuro migliore, non noi che oltraggiamo Klimt” chiosa Dantini.
Analizzando in senso lato la cosa, invece, constato come l’atteggiamento del “siòr sindaco” di Venezia e di Vittorio Sgarbi rappresentino perfettamente i due fronti sui quali si muove la strategia di de-culturamento (se così posso dire, o forse potrei dire imbarbarimento) ovvero a danno della cultura e della sua valenza sociale in corso ormai da tempo in Italia. Il primo il danno lo fa con la propria mera inettitudine, politica e culturale, ripeto, pensando di vendere dei capolavori artistici che qualsiasi persona con la testa sulle spalle penserebbe invece di valorizzare in modo da renderli una fonte di guadagno – economico, certo, ma pure culturale – da qui al futuro. Il secondo invece il danno lo compie (pure contro sé stesso e l’ormai perduto prestigio intellettuale) dimenticando totalmente il senso stesso dell’arte, della storia, della cultura transnazionale specifica della città, nonché tutte quelle innumerevoli connessioni che sempre l’arte genera con l’ambiente che la ospita (andate a chiedere ai francesi di togliere la Gioconda dal Louvre e poi fatemi sapere che vi diranno!) e dimenticando pure – proprio lui, poi! – che la grande arte se non è conosciuta va meglio valorizzata, non venduta (a qualcuno che poi magari saprà valorizzarla e ricavarci un sacco di soldi, alla faccia dei veneziani!) – con quale coraggio, poi? Trasformando capolavori artistici in meri beni di consumo messi sul mercato per fare cassa?
Ribadisco, ha ragione Michele Dantini: noi stiamo qui – in Italia, paese che si poggia su uno dei più straordinari patrimoni artistici mondiali – costretti ad ascoltare le scempiaggini di una classe dirigente immonda e indegna pure di dirigere un carretto dei gelati (con tutto il rispetto dei gelatai che lo fanno e benissimo, ovvio!) e dei loro biechi scagnozzi, mentre buona parte del mondo se ne va avanti, verso il futuro, verso pratiche di godimento culturale fruttuose e lungimiranti a favore di una società più evoluta ed emancipata.
Magari a breve arriveranno dietrofront, cambi d’idea, smentite e precisazioni solite (“Sono stato frainteso!” è sempre una delle frasi più in voga, in tali situazioni); d’altro canto, quando si è venduto tutto – dignità, orgoglio, senso civico, sé stessi e pure i neuroni del proprio cervello – anche la cosa più insensata e dannosa può sembrare avvincente.

P.S.: immagine in testa al post tratta dal sito www.lastampa.it (cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è stata presa).

La nuova mappa della Val d’Erve, venerdì 17/07, Erve (Lecco). Quando il territorio è un libro di storia e di geografia, e i suoi sentieri il testo scritto…

Locandina-ERVE-17lugLo scorso autunno ho dedicato parecchia attenzione allo studio della vita e delle opere di uno dei più grandi geografi di sempre, Élisée Reclus – si veda qui uno dei libri letti, mentre qui trovate il podcast della puntata di Radio Thule che gli ho dedicato. Scienziato grandissimo e intellettuale rivoluzionario, tra i padri della geografia moderna e contemporanea, mi sono trovato ad apprezzare il suo pensiero soprattutto quand’egli sosteneva la correlazione fondamentale e irrinunciabile tra geografia e storia – per come l’una generi l’altra e viceversa – e ancor più nella sua convinzione (avanzatissima, a quei tempi) che la conoscenza della geografia ovvero del territorio in cui l’uomo vive fosse basilare per la generazione del senso civico diffuso, della consapevolezza sociale, della coscienza della propria presenza e azione nell’ambiente in senso ecologico e non solo nonché, ultimo ma non ultimo, della stessa identità personale. In parole povere: più si conosce il territorio in cui si vive (su piccola scala, ovvero i dintorni di casa, e su grande scala, cioè il mondo intero) e più si conosce sé stessi; inoltre, più lo si conosce e più lo si ha a cuore, si difende e si preserva, perché parte integrante della propria sfera vitale e della propria identità individuale, appunto. E credo sia inutile rimarcare quanto ciò è/sarebbe importante oggi forse più che in passato, visti i tempi di anomia e di globalizzazione culturale massificante nei quali viviamo – nonché di disinteresse istituzionale verso tali temi, come proprio la geografia quale osteggiata materia scolastica dimostra bene!

cop-mappa-erve1Per questo è stato per me un grande onore e un altrettanto piacere far parte del gruppo di lavoro che ha elaborato la nuova Carta dei sentieri di una delle montagne prealpine più famose in assoluto, il manzoniano Resegone, e in particolare del suo versante meridionale, quello occupato dal bacino idrografico del torrente Gallavesa e dunque conosciuto in modo omonimo o come Val d’Erve, dal nome del suo abitato principale. Valle bellissima e ricca di peculiarità particolari, che nonostante la sua limitata estensione offre al visitatore una gran varietà di ambienti: dalla parte alta prettamente alpestre, prospiciente le creste sommitali del Resegone – paradiso per arrampicatori ed escursionisti – a quella mediana, amena e rilassante, occupata dall’abitato di Erve diviso a metà dal torrente, allo spettacolare e rabbrividente orrido che appena dopo si apre tra altissime pareti rocciose. Tutt’intorno, boschi rigogliosi, pareti di arrampicata, vie ferrate, creste affilate o dorsali tranquille, mulattiere e monumenti medievali, sentieri e passeggiate per tutti i gusti e molto altro.
Della mappa ho curato tutta la parte testuale, divisa in schede dedicate alla geografia della zona, alla sentieristica, alle rilevanze storiche e culturali e ad alcuni consigli “turistici” per chi non la conoscesse e la volesse visitare, nonché in parte il corredo fotografico e il progetto grafico. Un lavoro breve ma alquanto approfondito e intenso per uno “strumento” di natura apparentemente solo utilitaristica, quale è una mappa dei sentieri, che invece diventa/può diventare un importante testo didattico e culturale sulla storia e la geografia di un territorio ovvero della gente che lo ha abitato in passato, caratterizzandone l’evoluzione, e che lo abita oggi, continuandone la storia e la trasformazione nel tempo. Proprio quanto già sosteneva Reclus, quasi 150 anni fa.
La nuova Carta dei sentieri Val d’Erve al 1:10.000 – ovviamente georeferenziata WGS84 – edita da Ingenia Cartoguide, sarà presentata al pubblico venerdì 17 luglio prossimo, alle ore 21.00, presso la Sala Consiliare del Municipio di Erve. Sarà poi in vendita in numerose edicole e librerie di Lombardia (e non solo) oltre che, naturalmente, negli esercizi pubblici di Erve e zone limitrofe.
Se siete in zona… (cliccate sulla locandina in testa al post per ingrandirla e scaricarla in formato stampabile.)

“Sö e só dal Pass del Fó”: il mio ultimo libro, scritto e curato per il Club Alpino Italiano di Calolziocorte

Un libro per il quale ho lavorato quasi due anni, probabilmente riservandovi un impegno mai prima d’ora speso, anche per via della forma – e non solo della sostanza – del libro stesso. Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte è il volume con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – ha festeggiato i 75 anni dalla propria fondazione, e che mi è stato “commissionato” appunto all’inizio del 2013, con una prima precisa indicazione: un libro che parli di montagna, e dei monti di Calolziocorte – in pratica del Resegone, ai cui piedi si trova la città – in modo differente rispetto a tanti altri. Seconda indicazione: che sia un libro in tutto e per tutto, ma che si presenti nel modo “easy” in cui solitamente si presenta una rivista, dunque senza alcuna foggia da tomo accademico e semmai con aspetto attraente e grafica accattivante.
IMG_20141026_153820E’ nato così, dopo lunghi mesi di accurate ricerche documentali, ricognizioni sul campo, interviste/chiacchierate con le memorie storiche del sodalizio, elaborazioni grafiche e di ponderato studio di uno stile di scrittura che riuscisse ad accomunare forma narrativa e sostanza storico-saggistica, Sö e só dal Pass del Fó (“Su e giù dal Passo del Faggio” nel dialetto locale; il Pass del Fó è una sella nel Gruppo del Resegone a 1284 m ove è situata la Capanna Sociale Giacomo Ghislandi, il “rifugio” del CAI di Calolziocorte e vera e propria “sede in quota” della sezione, raffigurata sulla copertina del volume): una sorta di originale guida emozionale ai sentieri che dalla città e dal fondovalle lecchese della valle dell’Adda sale verso la Capanna Ghislandi e poi, ancora più in alto, fino alla vetta massima del Resegone, a 1875 m). Dunque non la solita guida di natura escursionistica, alpinistica e/o turistica ma neanche un ordinario libro di storia e di memorie: Sö e só dal Pass del Fó è invece un testo narrativo nel quale i sentieri e i luoghi che essi percorrono e raggiungono sono narrati attraverso le emozioni, le sensazioni, le impressioni, i ricordi, gli aneddoti degli stessi soci del CAI di Calolziocorte, ovvero quelle stesse donne e quegli stessi uomini che hanno tracciato e manutenuto nel tempo – ovvero vissuto e mantenuto vivi oltre che percorribili – quei sentieri.
Non mancano nel testo i necessari inquadramenti geografici e le relative indicazioni escursionistiche (con tanto di mappe e informazioni pratiche), tuttavia il lettore del libro potrà conoscere i sentieri narrati in un modo del tutto particolare e intenso, dacché sarà come se durante la lettura li percorrerà fianco a fianco delle persone di cui starà leggendo le vicende, in un cammino spaziale e anche temporale. In tal modo, protagonisti principali del testo saranno entrambe le parti, i sentieri e chi li ha vissuti, ma anche gli stessi lettori verranno coinvolti dalla narrazione come lo possono essere dalle trame di un vero e proprio romanzo, un racconto lungo 75 anni – quelli della storia del CAI di Calolziocorte, iniziata ufficialmente nel Maggio 1939. Il tutto anche grazie, per prima cosa, ad una scrittura che ho cercato di rendere la più letteraria possibile, appunto, lontana da qualsiasi potenziale “pesantezza” che a volte testi simili possono indurre e sempre redatta con l’intento primario di raccontare – raccontare una storia che è fatta di mille altre storie, ognuna singolare e particolare eppure in armonia con tutte le altre. In secondo luogo, grazie pure alla veste grafica con la quale si presenta il libro, ricchissimo di immagini fotografiche fornite direttamente dal CAI calolziese e dai suoi stessi soci e animato da una impaginazione che, come dicevo poco sopra, ricorda quella di una rivista patinata.
A prezioso corredo del testo, il lettore trova inoltre alcune schede di approfondimento sugli aspetti storici, architettonici e artistici della zona trattata, curate da Fabio Bonaiti, coordinatore dell’Ecomuseo Val San Martino e grande esperto di storia locale, nonché sulle sue rilevanze botaniche, grazie al lavoro di Enrica Rigamonti e Gianni Bonaiti.

Sö e só dal Pass del Fó è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte, ed è in vendita al pubblico al costo di € 20,00. Per acquistarlo potete rivolgervi alla sezione, visitando il sito web per avere i contatti o la relativa pagina facebook, oppure direttamente a me, nei modi usuali. Oppure ancora, se siete soci CAI, potete richiederlo alla Vostra sezione di appartenenza.


Per farvi ancora meglio capire cosa sia Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, eccovi di seguito l’introduzione al testo. Buona lettura!

virgoletteIl Resegone è una di quelle montagne che, non solo a livello lombardo ma forse per quanto riguarda l’intero ambito alpino, non ha bisogno di presentazioni. Sia per essere stato eternato quale sfondo delle vicende amorose di Renzo e Lucia nei Promessi Sposi; del Manzoni, sia per rappresentare, con le Grigne, l’orizzonte montuoso più prossimo ed evidente di Milano e del suo hinterland settentrionale – dai quali risulta evidente la celeberrima conformazione a denti di sega delle sue numerose punte, che vi ha peraltro conferito il nome più popolare (mentre Monte Serrada, il “secondo” nome, avrebbe origine spagnole) o sia, proprio in forza di quanto appena detto, per rappresentare da sempre una delle mete escursionistiche e alpinistiche più immediate della parte centrale delle Alpi, il Resegone ha assunto nel tempo una notorietà proporzionalmente ben più grande dei suoi 1875 m di altezza, in fondo una quota del tutto trascurabile nei confronti di altre ugualmente blasonate vette alpine. La città di Lecco è indissolubilmente legata alle forme di esso, tanto da citarlo graficamente in molte immagini, illustrazioni turistiche e commerciali, loghi e stemmi di enti e associazioni cittadine; le sue punte sono visibili praticamente da ogni angolo della città (mentre le Grigne restano sovente coperte dalla mole del Monte Coltiglione, con le propaggini del Monte San Martino e della Corna di Medale) e il paesaggio forse più noto identificante Lecco, quello del fiume Adda a Pescarenico che rimanda direttamente al celeberrimo passo manzoniano dell’Addio monti… e che innumerevoli dipinti e fotografie hanno immortalato nel tempo, ha proprio la costiera del Resegone come sfondo possente e suggestivo.

Tuttavia, il gruppo del Resegone è in verità ben più variegato e articolato di quanto la sua iconografia classica possa lasciare intendere. Oltre al versante lecchese, caratterizzato dalle due prominenze del Pizzo d’Erna e del Monte Magnodeno, il massiccio presenta l’ampio e boscoso versante di Morterone, quello bergamasco, ombroso e poco frequentato che divalla verso la Valle Imagna e si spinge, con la Costa di Palio, verso la Val Taleggio, e quello della Val San Martino, con la lunga propaggine di vette che, con la Passata, la Corna Camozzera e il Monte Ocone, scende verso meridione e la pianura bergamasca. Calolziocorte, capoluogo della Val San Martino, è dunque dopo Lecco il centro principale sulle pendici del Resegone, e per certi versi ancor più che per la città lariana, i cui appassionati di montagna possono scegliere come meta delle proprie uscite tra il Serrada, le Grigne ovvero i monti della Valsassina, per i calolziesi il Resegone col suo versante rivolto a meridione è “la” montagna per eccellenza, quella che rappresenta da sempre la destinazione più logica per ogni escursionista o alpinista locale, la meta pressoché inevitabile verso cui rivolgere le proprie attenzioni.

A dividere i due versanti abduani del Resegone, ovvero quello lecchese e quello calolziese, appunto, vi è una sella, posta tra la possente costiera rocciosa che sostiene il Pian Serrada – alla base della massima elevazione del gruppo, la Punta Cermenati – e la dorsale che culmina geograficamente nel Monte Magnodeno: è il Passo del Fò ( ovvero faggio in dialetto, nome che ovviamente richiama la principale essenza arborea in loco). Il valico, posto a 1284 m, è noto da secoli, rappresentando anche un passaggio obbligato dei percorsi che da Lecco aggiravano il Resegone e scendevano verso la Valle Imagna e le vicine valli bergamasche, ma il suo interesse non è solamente storico o geografico/escursionistico. Il Pass del Fò, pur nella sua scarsa ampiezza, è anche un luogo di bellezza discreta e fascino profondo: sembra quasi soffocare nell’incombenza possente della bastionata del Pian Serrada, la quale genera l’impressione di crollarvi addosso da un momento all’altro, ma basta che anche lo sguardo più timoroso si volga verso le piccole ma deliziose aperture prative che circondano il passo, o si faccia avvolgere dall’avviluppo forte e cordiale dei boschi che coronano i versanti, sovente ricchi di esemplari arborei veramente notevoli, oppure ancora, salendo solo di qualche metro, si affacci verso il lago, la valle dell’Adda e la pianura, che tutta l’avvenenza alpestre del luogo comincerà a palesarsi e a penetrare nell’animo dell’escursionista in modo via via più intenso e intrigante. Non si tratta, lo ribadisco, di una località che come certe altre sulle Alpi toglie il fiato per la sua spettacolarità immediata: è invece, il Passo del Fò, un angolo di montagna discreto, tranquillo, che richiede e ricerca l’armonia dell’animo prima che dello sguardo, che ispira emozioni pacate e piacevoli, ma che in effetti della montagna, anche di quella “vera”, e dei suoi requisiti non è affatto privo.

Inutile dire che per i calolziesi il Passo del Fò simboleggia ancor più un luogo particolarmente significativo: rappresenta il culmine della Valle del Gallavesa, che proprio da Calolzio si incunea tra le creste del Resegone costituendo la direttrice di salita più logica e immediata; inoltre, come detto, è quasi obbligato punto di transito per chiunque voglia raggiungere la vetta del Resegone dai versanti affacciati verso l’Adda e la Valle San Martino. Lo sguardo del calolziese (non solo, ma soprattutto) che si avventura per questi versanti inevitabilmente si poggia sulla sella del passo, quasi fosse una sorta di limite, di confine del proprio ambito montano “domestico”, e un riferimento uguale e opposto rispetto al fondovalle occupato dalla città di Calolziocorte e dalle località limitrofe… Insomma, si potrebbe pensare che se la sezione locale del Club Alpino Italiano, in rappresentanza dei propri iscritti e di tutti gli appassionati di montagna, avesse dovuto scegliere un luogo nel quale installare una propria presenza attiva – ovvero un punto di appoggio, di ritrovo in ambiente per i propri soci, una capanna sociale – non avrebbe potuto che scegliere il Pas del Fò. E così è stato.

In verità le cose non andarono in maniera così “poetica”, ma di sicuro, quando nel 1968 la sezione poté procedere all’acquisto del primo appezzamento di terreno in zona, in tale atto non vi fu soltanto un mero interesse economico o pratico: quel luogo così bello sembrava realmente fatto apposta per i soci del CAI calolziese. Infatti, solo pochi anni dopo, l’ulteriore acquisizione di un appezzamento adiacente al primo, fortemente voluta dalla sezione, nel quale già esisteva un piccolo stabile in legno di costruzione privata, diede definitivamente il via alla realizzazione del “sogno” sezionale: ristrutturato, ampliato e dotato d’ogni confort “alpino”, il 12 Settembre 1982 venne inaugurato il tanto agognato Rifugio, poi divenuto Capanna Sociale e intitolato nel 1988 a Giacomo Ghislandi, guida alpina calolziese e socio della sezione, scomparso nel Gennaio dello stesso anno sul Pizzo Scalino – denominazione “ufficiale” che affianca quella popolare di Baitel, il “baitello” del Passo del Fò. Nel tempo costantemente mantenuto e continuamente migliorato, oggi la Capanna Ghislandi rappresenta una vera e propria “seconda casa” – e seconda sede sezionale – per il CAI di Calolziocorte: un luogo assolutamente familiare, dove salirvi durante tutto l’anno è veramente come raggiungere un ambito familiare, quasi domestico, accogliente e ospitale, nel quale il transitarvi per solo pochi minuti come il sostarvi per qualche ora, e che sia evento raro ovvero abituale, è cosa da chiunque – non solo dai soci della sezione calolziese – riconosciuta come bella, gradevole, cordiale, divertente. La Capanna in qualche modo ha saputo assorbire in sé il fascino del luogo, fin da subito e col tempo sempre di più, e con la sua presenza ne ha valorizzato e impreziosito la bellezza e la piacevolezza. Da anni è divenuta una meta abituale per moltissimi escursionisti: la fitta e variegata rete di sentieri che dal fondovalle sale verso il passo agevola l’escursione dei più modesti camminatori come dei più arditi “mangia montagne”, diventando a sua volta una specie di racconto fatto di tracce tra boschi, prati, rocce e creste della bellezza dei luoghi e della storia di chi li ha frequentati e valorizzati, ovvero di un legame profondo e intenso che unisce Calolziocorte e la sua gente con questa montagna, con l’ambiente, la Natura nonché, appunto, con il “suo” Passo del Fò e con la sua capanna sociale.

Il volume che avete tra le mani vuole proprio accompagnarvi alla scoperta e alla conoscenza di questo legame, consigliandovi un approccio all’ambiente in questione che non sia il solito e classico da “guida escursionistica”, semmai più da – per così dire – guida emozionale. Perché ogni sentiero rappresenta veramente una sorta di traccia di lettura d’un racconto di personaggi, storie, nozioni, aneddoti, curiosità, ricordi, emozioni, sensazioni, percezioni e infinite altre cose: questo libro ha l’ambizione di narrarvi di quelle dei soci del CAI di Calolziocorte, personali certo ma niente affatto esclusive, dacché qualsiasi visitatore dei luoghi di cui potrete leggere qui, e ancor più di quello che vorrà salire fino al Passo del Fò e alla Capanna Ghislandi, non potrà che ritrovarsi in esse e pure amplificarle con le proprie personali emozioni e sensazioni, cogliendo un’armonia generale e profonda con quei sentieri, quei paesaggi, quegli ambiti attraversati e, in senso assoluto, con le persone che lungo gli anni ne sono stati personaggi protagonisti.

Benvenuti, dunque, a Calolziocorte, sul versante di Val San Martino del Resegone, e benvenuti alla Capanna Sociale Giacomo Ghislandi al Passo del Fò.