INTERVALLO – Tripoli (Libano), Al Sa’eh Bookshop

tripoli_15Con un bel reportage su Doppiozero, Maria Camilla Brunetti racconta della libreria Al Sa’ehDel Pellegrino, in italiano – di Tripoli, la seconda più grande del Libano, fondata dal prete greco-ortodosso Ibrahim Sarrouj nel 1972. Scrive Brunetti: “Il 3 gennaio 2014 – mentre Tripoli era scossa da un inverno di scontri violentissimi collegati al degenerare del conflitto siriano – la libreria, che conservava più di 70mila volumi tra i quali diversi manoscritti antichi, venne data alle fiamme. Decine di migliaia di libri andarono distrutti per sempre. L’episodio colpì profondamente la città e l’opinione pubblica e lo sdegno per quanto accaduto portò a una grande mobilitazione civile. Centinaia di cittadini accorsero nella libreria il giorno seguente al rogo mobilitandosi per portare aiuto a padre Ibrahim. Così nacque “Kafana Samtan” (basta silenzio) un collettivo di giovani appartenenti a tutte le confessioni di Tripoli, per il ripristino dell’antica libreria. Grazie all’azione di Kafana Samtan in poco tempo sono stati raccolti circa 33mila dollari grazie ai quali la libreria ha potuto riaprire ufficialmente nel gennaio 2015.

tripoli_9_0tripoli_4_0tripoli_7_0Cliccate sulle immagini per leggere l’articolo completo di Maria Camilla Brunetti su Doppiozero.

N.B.: le immagini fotografiche sono tutte © Lorenzo Tugnoli.

Il giornalismo è un commercio su larga scala (Sergej Dovlatov dixit)

Sui giornalisti si è espresso in modo eccellente Ford: “Un cronista onesto si vende una volta sola”. Ritengo tuttavia che questa affermazione sia idealistica. Il giornalismo ha i suoi punti-vendita, i suoi negozi dell’usato e persino il suo mercatino delle pulci. Cioè è un commercio su larga scala.

(Sergej Dovlatov, CompromessoSellerio Editore, Palermo, 1996, traduzione dal russo e cura di Laura Salmon, pag.176.)

dovlatov-photo2No! Non ci crederete, ma in questa citazione non si sta dissertando del giornalismo nostrano! Impossibile, dal momento che Dovlatov, nel libro dal quale è tratta tale citazione, raccontava della sua esperienza di corrispondente a Tallinn, a metà anni Settanta, nell’Estonia allora sotto il dominio del comunismo sovietico.
Come? Ma allora da quei tempi e da quella condizione politico-ideologica repressiva non è cambiato molto, dite?
Eh, in effetti…

(P.S.: cliccate sull’immagine di Dovlatov per leggere la mia recensione a Compromesso.)

Vi faccio una domanda… (una, ma fondamentale!)

bimbi-e-letturaSi disserta sempre e ovunque di lettura, di quanto sia importante leggere, di quanti libri uno legge, di cosa legge…
A me però ora viene da porvi una domanda tanto semplice quanto fondamentale, e con riferimento espressamente personale: ma voi, perché leggete? Ovvero, perché avete cominciato a leggere, perché siete diventati lettori?
Qual è quell’evento o quegli eventi, quella o quelle persone, quel momento, quell’ambiente, circostanza, situazione, occasione, stato di cose o quant’altro che sostanzialmente vi ha reso lettori?
Credo sia parecchio interessante conoscere ciò, e lo è soprattutto se dall’ambito personale la causa o motivazione particolare diventa patrimonio collettivo e dunque potenzialmente virtuoso, cioè contagioso, epidemico o – più in soldoni – motivazionale, forse. Per lo stesso motivo, mi viene da pensare, è importante anche più che analizzare e sapere i motivi per i quali molti non leggono.

Per quanto mi riguarda, credo di essere diventato quel lettore che sono soprattutto grazie a mio nonno materno, che quand’ero molto piccolo – in pratica nel periodo tra la prima infanzia e la scuola elementare ma pure dopo, con modalità differenti – nei pomeriggi in cui mia madre era impegnata sul proprio posto di lavoro, mi teneva a lungo seduto sulle sue gambe, sul divano di casa, con aperto davanti un libro, che sfogliava e mi spiegava – per quanto a quell’età potessi capire, delle sue spiegazioni. Tanto più che non erano libri per l’infanzia ma i testi che il nonno (persona di – suo malgrado – bassa istruzione scolastica ma grandissima cultura) aveva in casa e che rispecchiavano i suoi interessi culturali, dunque soprattutto arte, storia, scienza. Non a caso, così, il primo mio libro di cui ho memoria – e intendo un libro che potessi dire veramente “mio” e che avessi consapevolmente scelto di leggere, intorno ai 5 anni o giù di lì – era una sorta di enciclopedia delle scienze, con le prime pagine occupate da nozioni astronomiche e poi via via da geografia, storia, biologia, tecnologia, eccetera. Ugualmente non a caso, da allora, quando genitori e parenti mi chiedevano cosa volessi come regalo alle varie feste, certo tra i desideri c’erano biciclette, macchinine o costruzioni ma i libri non mancavano mai. D’altronde era cosa parecchio gradita, questa, dai suddetti genitori e parenti, che in caso di dubbio sapevano sempre come andare sul sicuro coi regali da farmi!

Ok, questo per quanto mi riguarda. E voi? Come siete diventati lettori, dunque?

Stampubblica, Mondazzoli e gli altri, ovvero: se in democrazia la cultura e l’informazione diventano oligarchiche

oligarchiaE così, dopo che nell’editoria è stata varata la corazzata Mondazzoli la quale, nonostante lo scoglio dell’Antitrust piazzatosi (com’era ampiamente prevedibile) sulla sua rotta solo qualche giorno fa, controlla buona parte del mercato editoriale italiano, ecco che ora s’è varata un’altra corazzata navigante invece nel mare dell’informazione, la Stampubblica, che controlla un quarto del relativo settore primario (quella dei giornali) oltre a numerosi altri media, come ha ben evidenziato Francesco Giubilei in questo editoriale su Cultora. C’è poi quell’altra grande nave da battaglia in circolazione nelle acque radiotelevisive, la Fininvest, e così via.
Insomma, si direbbe che negli ambiti della cultura e dell’informazione si sia ormai imposta una ben determinata rotta, appunto, che col tempo viene seguita da navi sempre meno numerose in quantità e sempre più grosse nella stazza. Due ambiti, quelli citati, che è inutile rimarcare quanto siano fondamentali per qualsiasi paese la cui società si voglia definire – nel presente e ancor più nel futuro – avanzata ed emancipata in senso democratico. Ecco, proprio tale evidenza, l’importanza della cultura e dell’informazione quali elementi alla base di un’autentica democrazia, mi hanno fatto riflettere su ciò che invece sta succedendo in Italia (e non solo, sia chiaro) al riguardo: una sostanziale concentrazione, sempre più limitata, del controllo degli ambiti suddetti da parte di pochi, ovvero una situazione di supremazia oligarchica sui principali strumenti di diffusione della conoscenza intellettuale (i libri) e dell’informazione (giornali e TV) verso la quale pare che poco o nulla possa opporsi – la politica in primis, che piuttosto appare compiaciuta di queste concentrazioni tanto da sembrarne complice fin dal dimenticarsi che sovente (eufemismo) le stesse violino le leggi sul conflitto di interessi, tra le norme giuridiche più ignorate dalle nostre parti, inutile dirlo.
Sarà che è il mercato che lo impone, che il neoliberismo economico consente tali accentramenti, che da sempre il pesce piccolo è mangiato da quello più grosso o che due pesci entrambi grossi, non potendosi sopraffare a vicenda, si alleano per generarne uno ancora più grosso, fatto sta che a me tale situazione pare sonoramente stridere in tutta la sua imponente paradossalità. Ciò per un semplicissimo motivo: la cultura diffusa, che rappresenta un elemento fondamentale della democrazia – e di essa la buona informazione è una delle più virtuose cause-effetto –, per sua natura non può contemplare la rinuncia a una delle sue peculiarità vitali, ovvero il pluralismo delle fonti, che è sinonimo ineluttabile di libertà delle fonti stesse, in senso intellettuale ed espressivo oltre che filosofico, politico e sociale (tutti elementi strettamente legati tra di essi).
Sia che si intenda il termine cultura nell’accezione primaria, cioè “l’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo”, sia, in senso più antropologico, come “l’insieme dei valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento, e anche delle attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale” (definizioni tratte dal vocabolario Treccani), è inevitabile ritenere che la formazione culturale di una comunità sociale di natura democratica così come la stessa diffusione in essa della cognizione culturale – la quale si intende ovviamente di livello il più alto e approfondito possibile – non ammette alcun dominio oligarchico, con tutti i potenziali pericoli che da esso possono generarsi e diffondersi, checché poi siano gli stessi “oligarchi” a dichiarare pubblicamente che i loro sottoposti saranno sempre e comunque liberi di diffondere ciò che vogliono: cosa ampiamente smentita dalla storia, quella recente in particolare. Il tanto spesso (giustamente) demonizzato pensiero unico, inteso non solo in senso ideologico-culturale ma anche come “il concetto del primato dell’economia sulla politica” (nella definizione originaria di Ignacio Ramonet) e calato dall’alto come forma di (non)cultura imposta, nasce proprio in situazioni di pluralità culturale non garantita ovvero avversata. La nostra stessa identità sociale è nata e si è arricchita grazie a innumerevoli stratificazioni storiche, cognitive, intellettuali, filosofiche, politiche, le quali sono il compendio di un pluralismo e di una complessità culturale che, peraltro, ha rappresentato le fondamenta principali per la nostra civiltà, e la cui mancanza, o anche solo l’indebolimento, inesorabilmente porta ad un altrettanto indebolimento ovvero al deperimento della nostra identità ci individui, cittadini e membri della società civile.
É un paradosso, lo ribadisco, che una società democratica permetta alla cultura e all’informazione di non essere virtualmente democratiche, e non dal mero punto di vista giuridico – che conta ma è conseguente al resto – quanto rispetto al concetto stesso di democrazia e ai suoi principi naturali.
Ma non voglio ora rendere questa dissertazione troppo teoretica (e barbosa, probabilmente) e non voglio spingerla oltre, verso ulteriori questioni correlate che chiamano in causa altri elementi, ad esempio la conformazione economica della società in cui viviamo con tutti gli annessi e connessi, la situazione politica del momento, i tornaconti particolari degli attori in gioco eccetera. Così come non voglio demonizzare tout court niente e nessuno: piuttosto, i “demoni” nascono da soli nei casi in cui non si rifletta in modo attento e approfondito su tali questioni prima che ulteriori loro sviluppi le portino oltre i limiti democratici, appunto. In effetti i demoni sono creature orride, spaventose: mostri, ecco, proprio come quelli che genera il sonno della ragione. E in questi casi, mi viene da temere, il controllo superiore e la limitazione della cultura e dell’informazione è da sempre uno dei più efficaci sonniferi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, QUI.

Dubitare. Sempre. (John Zorn dixit)

Ognuno di noi convive quotidianamente con il dubbio. Io sono sempre dubbioso in merito ciò che faccio. È una tortura senza fine ed è per questa ragione che ritengo il concetto di felicità quanto meno irrilevante. La felicità è roba per bambini e yuppie. Non combatto per raggiungere la felicità ma piuttosto per cercare di portare a termine un lavoro. A volte le cose migliori nascono mentre il dubbio ci logora: è necessario ripensare e rivalutare costantemente ciò che si sta facendo, senza smette mai di lavorare, sino a quando non si ha la sensazione precisa di aver finito. Questo è un altro aspetto interessante: comprendere quando fermarsi. Di tanto in tanto capitano quei momenti magici in cui tutto va come deve andare.

(John Zorn, intervistato dal magazine Bomb – The Artist’s Voice Since 1981, 2002. Citato in Maurizio Principato, John Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011, pag.29.)

ZornQuanto afferma John Zorn – uno dei più grandi musicisti viventi, per la cronaca – vale per qualsiasi lavoro artistico, sia musicale che visivo che (forse ancor più) letterario. Il dubbio, ovvero la costante attenzione interrogativa su che si sia veramente fatto un buon lavoro, e la conseguente riflessione in tal senso, è a dir poco fondamentale per poterlo portare a compimento nel modo migliore possibile e per evitare qualsiasi rischio di superficialità, oltre che di vanagloria.
In fondo, come diceva Nietzsche, “la fede nella verità comincia col dubbio in quelle verità credute fino a quel momento” (Umano, troppo umano II): “verità” cioè aver fatto veramente un buon lavoro, appunto, e non crederlo per mera, interessata supponenza.